Miss Violence: la storia vera dietro al film di Alexandros Avranas

Alla base del film greco c'è una storia vera di violenze, bugie e orrori, che come afferma il regista Avranas, è molto più orribile di quella rappresentata nella pellicola.

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Le violenze sessuali in famiglia sono storie indicibili che molto spesso vengono occultate e nascoste non solo alle forze dell’ordine, ma anche all’opinione pubblica rappresentata dai media.

È raro che vengano raccontate, proprio per quell’alone di omertà e vergogna che molto spesso accompagna le vittime e i carnefici.

Atti di coraggio vengono timidamente portati alla luce della conoscenza comune grazie a personalità che hanno il coraggio di far conoscere storie di violenza, bugie e follia.

Il film Miss Violence di Alexandros Avranas del 2013 (qui la nostra recensione) racconta la storia di un nonno orco che abusa e fa prostituire le figlie e le nipoti, in un turbine di orrore che si sublima nelle primissime inquadrature nel suicidio di Angeliki, appena undicenne che vede nel gesto estremo un modo per fuggire a quella vita orribile.

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Un film molto crudo e potente nella sua asetticità della messa in scena, che si presenta come un semplice grido disperato di aiuto e di soccorso realizzato attraverso il filtro dello spettatore esterno che sembra non accorgersi di quasi nulla, per poi essere catapultato alla fine in un

Come ha affermato il regista Avranas, la storia greca raccontata in Miss Violence è ispirata ad un fatto di cronaca nera realmente accaduto in Germania, e che il regista ha ascoltato da un suo amico quando abitava a Berlino. Questa consapevolezza l’ha portato a prendere la decisione di abbandonare l’omertà e di trasporre il fatto in una pellicola cinematografica, cambiando ambientazione, personaggi e storia, ma lasciando inalterato l’orrore della vicenda.

Proprio come ha ribadito Alexandros Avranas, la storia di cronaca ha degli elementi molto più sconcertanti del film, evidenziando come la maggior parte delle volte la realtà è ancora più sconcertante delle opere di finzione.

Miss Violence, la storia vera: il padre-orco

Detlef S., ex camionista, nel 2010 è stato arrestato per aver confessato di aver abusato per più di 20 anni della figlia naturale e di quella adottiva. Dal 1987 ha perpetrato nei confronti dei figli violenze indicibili, sia corporali che sessuali, macchiandosi di reati gravissimi che ha confessato di fronte ai giudici tedeschi di Coblenza, in Renania-Palatinato.

La figlia naturale ha denunciato il padre con una lettere anonima alle autorità e da lì è iniziato gradualmente la fine di un incubo. Detlef, che è stato associato ad un altro caso di ancora più indicibile orrore, quello dell’austriaco Joseph Fritzl, si è negli anni assunto la paternità degli otto figli avuti con la figliastra, uno dei quali purtroppo deceduto, e si è macchiato di più di 160 episodi di violenza sessuale, perpetrati anche ai danni del fratello della figlia adottiva.

L’orrore che ha permeato per più di 20 anni questa famiglia si cristallizza nell’omertà, nel silenzio di chi ha paura di diventare vittima, oltre che spettatore: la moglie di Detlef ha affermato più volte di non essersi accorta di nulla in tutti quegli anni. Una testimonianza che ha dell’incredibile e che nasconde sicuramente verità più atroci, dunque non credibile fino in fondo. Come si può non accorgersi di tale barbarie dentro la propria casa?

Il 48enne, inoltre, ha affermato di aver fatto prostituire le proprie figlie con dei suoi amici, sotto pagamento, mentre lui assisteva alla scena di violenza.

Una storia più attenuata nella sua atrocità

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Il film Miss Violence prende spunto da questo fatto di cronaca per mostrare gli snodi chiave della vicenda: il padre orco che costringe le figlie minorenni ad avere rapporti sotto pagamento con altri uomini e di cui abusa lui stesso, la madre che non denuncia la violenza e che per questo viene accusata di essere altrettanto colpevole, la mistificazione dell’amore paterno coniugato ad atteggiamenti orribili e malati.

Attraverso inquadrature sghembe, accostamenti cromatici asettici e ambienti claustrofobici, il regista greco mette in scena una storia di orrore, ispirato a questo evento mediatico, ma rappresentato attraverso la lente deformante della macchina da presa, che si pone nella posizione spettatoriale di giudice esterno.

Nel film viene mostrato come una famiglia apparentemente normale venga scossa da un avvenimento tragico, il suicidio di Angeliki, e da ciò venga ad innescarsi una spirale di scoperte da parte dello spettatore su una realtà agghiacciante. Il suicidio iniziale non è presente nella vicenda reale, ma la tematica della morte è presente anche nel fatto di cronaca: uno dei figli avuti da Detlef con la figlia adottiva è morto, forse per mancata assistenza.

Molti sono, invece, gli aspetti in comune con la storia filmica, anche dal punto di vista metaforico: in Miss Violence assistiamo ad un mescolamento di ruoli familiari, che non sono chiari inizialmente, per poi essere spiegati nel corso della narrazione. Questo parallelismo con la storia di cronaca è dato dalla violenza perpetrata nei confronti della figlia che hanno visto la nascita di figli-nipoti, andando quindi a compromettere la definizione di padre-nonno e sovvertendo il normale inquadramento familiare.

 

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