Stanley Tucci su Final Portrait: l’amore per Giacometti e la Sicilia [VIDEO]

L'amore per l'arte e quello per la buona tavola, una riflessione sulla morte e un affresco sul grande Alberto Giacometti, protagonista del film diretto da Stanley Tucci, al cinema dall'8 febbraio

- Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio 2018 16:43 - Tempo di lettura: 2 minuti

In occasione della presentazione alla stampa di Final Portrait, il film targato BIM in uscita nelle sale italiane l’8 febbraio, abbiamo avuto l’onore di incontrare Stanley Tucci, l’attore di film come Il diavolo veste Prada, Amabili RestiJulie & Julia, qui in veste di regista. Nel suo Final Portrait – L’arte di essere amici Stanley Tucci dirige Geoffrey Rush ed Armie Hammer, che vestono rispettivamente i panni dell’artista Alberto Giacometti e del critico e amico di quest’ultimo James Lord.

Ciò che fa Tucci è portare in rilievo un dettaglio della vita dell’artista svizzero, il cui talento si è insinuato a cavallo tra la cultura esistenzialista degli anni ’50 e le varie correnti artistiche come il cubismo e il surrealismo. In ogni caso va specificato che Giacometti è poco classificabile e vedendo il film forse capirete voi stessi il perché. Final Portrait – L’arte di essere amici, al contrario di quanto si possa pensare, non è un biopic. Il regista ha spiegato di non amare questo genere poiché risulta essere la raccolta di una serie di fatti inerenti la vita di un artista, condensati in due ore. “Preferisco concentrarmi sui dettagli che spesso ci danno un quadro più completo su ciò che è stata la sua vita”, ha detto.

Per Stanley Tucci questo è il quinto film da regista. In alcuni, come Big Night, l’abbiamo visto sia davanti che dietro la macchina da presa, ma in questo caso ha preferito mantenere la sedia da regista, spiegando di aver pensato a interpretare lui stesso Alberto Giacometti “ma ho escluso questa soluzione perché mi sono convinto che il film ne avrebbe sofferto. È uno sforzo enorme dirigere se stessi e la tensione sarebbe aumentata”.

Sul rapporto con l’arte Stanley Tucci ha detto:

“Vengo da una famiglia di artisti in quanto mio padre era un artista. Insieme alla mia famiglia abbiamo visitato l’Italia, così ho apprezzato il Rinascimento da ragazzo […]  quando hai questa formazione è normale che sei portato a fare certe scelte. Ho studiato arte e visitato diversi musei e ritengo che Giacometti fosse uno dei più importanti artisti; il  è stato per me una progressione naturale”.

E continuando a parlare dell’artista e del rapporto tra Alberto Giacometti e James Lord ha detto: “Credo che accenni di sadismo e masochismo ci siamo in qualsiasi artista. Il rapporto d’amicizia è veramente quello che si vede nel film. Tra l’altro ho avuto modo di parlare con persone che avevano posato per lui, che all’epoca avevano 15/16 anni, e tutte mi hanno confermato che era così, soprattutto con gli adulti, mentre con i più giovani si conteneva”.

Stanley Tucci su Final Portrait: l’artista non è folle, è solo la sua capacità di andare oltre

Rimarcando sul carattere del protagonista, perennemente ansioso, esasperato e scontento della sua arte, Stanley Tucci ha dichiarato: “Credo che appartenga anche a me la nevrosi, l’ansia, il senso di frustrazione di quello che è un moto costante non tanto verso la perfezione quanto verso l’autenticità. […] peccato che alla fine si veda il ritratto. Non volevo mostrarlo ma alla fine mi sembrava troppo pretenzioso. Ciò che mi interessava era il rapporto di un uomo con la sua arte. Sicuramente quella storia guarda all’arte moderna tanto da dare l’impressione che l’artista sia folle ma in realtà è solo la sua capacità di andare oltre”.

Parlando dell’interpretazione di Geoffrey Rush, il regista ha raccontato che hanno fatto diverse prove come se si trattasse di una pièce teatrale. “Per me era importante che coincidessero emotività e fisicità.” – ha detto – “Per Geoffrey Rush la cosa più difficile è stata quella di adeguarsi agli scatti d’ira di Giacometti o tenere il pennello in mano”.

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