DOC - Nelle tue mani - Cinematographe.it
© Piergiorgio Pirrone

Il personaggio di Agnese in DOC – Nelle tue mani l’ha fatta finalmente conoscere al grande pubblico, ma Sara Lazzaro è stata e continua ad essere una professionista di grande rigore, un’attrice completa e versatile che ha saputo interpretare con credibilità e potenza espressiva ruoli diversi a teatro, nel cinema e sul piccolo schermo. In questa intervista ripercorriamo insieme a lei gli highlights di una carriera in rampa di lancio che l’ha vista prendere parte a importanti progetti nazionali e internazionali. Ovviamente non possiamo non partire dal suo ultimo impegno davanti la macchina da presa al fianco di Luca Argentero.

Intervista a Sara Lazzaro, che nella fiction Rai DOC – Nelle tue mani interpreta Agnese, la moglie del protagonista

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Come sei entrata nel progetto, chi interpreti e come hai costruito il personaggio, tenendo conto che si tratta di una figura esistente?

La storia di Agnese Tiberi, ex-moglie del protagonista Andrea Fanti, così come il resto della vicenda narrata nella serie, è romanzata in quanto liberamente ispirata a quella vera del primario Pierdante Piccioni. Quindi il racconto al centro di DOC – Nelle tue mani parte da un fatto realmente accaduto che si è poi evoluto in una finzione narrativamente funzionale. Per esempio Piccioni ha avuto un incidente stradale, mentre gli sceneggiatori della serie lo hanno catapultato in uno scontro con il padre di una vittima di un errore medico. Così come il vero protagonista non ha perso uno dei due figli nel corso del periodo di tempo rimosso, ma il vero dramma stava nel fatto che ci ha messo due anni per riconoscerli come tali dopo il risveglio. Di conseguenza ci sono delle dinamiche diverse rispetto alla realtà dei fatti avvenuti, ma il cuore di questa storia straordinaria è rimasto intatto.

Per interpretare questo ruolo ho preso parte a dei provini svolti ormai più di un anno fa al termine dei quali il co-regista Jan Maria Michelini, con l’approvazione della produzione, ha deciso di affidarmi il personaggio. C’è da dire che anagraficamente sono più giovane della vera Agnese, che in verità è una donna di quarant’anni, per cui tra i vari test fatti nel corso dei provini ci sono stati anche quelli d’invecchiamento con il make-up, lo stesso che poi mi è stato applicato per la stragrande maggioranza delle riprese.”

Agnese è la direttrice sanitaria dell’ospedale che fa da cornice alla serie. Lei è un ex medico che ha deciso di togliersi dalla corsia e di occupare un ruolo dirigenziale/amministrativo all’interno della struttura. Parte di questo cambiamento è dovuto al trauma che ha subito insieme all’ex marito della morte del figlio, che l’ha costretta a rivoluzionare la sua vita cercando, per quanto possibile, di ricostruirsi una realtà. Nel corso del lasso di tempo che è venuto meno nella mente di Andrea Fanti, i due hanno trovato un equilibrio nel distacco, ma nel momento in cui l’uomo si risveglia dal coma si innesca un cortocircuito che coinvolge il protagonista, la sua ex moglie e tutti coloro che a vario titolo lo conoscevano e frequentavano fuori e dentro l’ambito lavorativo. E lei si ritrova davanti un uomo che ha completamente dimenticato gli ultimi dodici anni, che poi sono il motivo per il quale si sono separati.

DOC – Nelle tue mani secondo Sara Lazzaro: la rivincita italiana del medical drama

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“Nella mia testa l’ho sempre vista come una donna che deve gestire una contraddizione forte in termini umani e professionali, mantenendo una solidità e lucidità nell’ambito domestico ma soprattutto lavorativo, poiché ricopre una carica molto importante e autoritaria nell’ambito dell’ospedale su cui gli equilibri stessi della struttura fanno leva. Ciò la rende una specie di funambola in mezzo a due forze, perché è anche coinvolta umanamente e sentimentalmente in questo processo. In generale è una donna forte e altrettanto fragile, a volte impulsiva ma pronta a rimettere in discussione certe sue azioni”.

Cosa pensi di questo revival e ritorno al medical-drama al quale si sta assistendo negli ultimi anni in Italia e non solo, del quale DOC – Nelle tue mani è uno degli esempi più recenti?

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A dire il vero non sono mai stata una grande fruitrice del filone in questione, fatta eccezione per Dr. House che ho sempre trovato affascinate per la chiave auto-ironica che caratterizza il personaggio e le vicende che lo vedono protagonista. Secondo me, tranne qualche esempio del passato più o meno recente, lo ritengo un ritorno molto interessante per quanto concerne la produzione italiana del suddetto genere. Una serie come questa da noi non si è mai vista, poiché costruita sulla base di un modello decisamente più d’oltreoceano, ma confezionata con una spinta e una costruzione di tutte le one-lines nella quale si percepisce una certa italianità, al di là del fatto che sia una storia realmente accaduta nel nostro Paese. E questa è una bella novità e una piacevole ventata d’aria fresca, anche dal punto di vista del linguaggio tecnico utilizzato, con una macchina da presa mai statica, dei dialoghi serrati, una fotografia dai toni freddi, un montaggio eclettico e dei personaggi non bidimensionali”.

Che tipo di apporto un serie come DOC, ambientata proprio in una realtà ospedaliera, può dare al pubblico in un momento delicato e difficile come questo dove la salute della gente e la sanità sono state messe in discussione e in seria difficoltà?

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Già ci sentivamo responsabili del fatto di raccontare vite di medici visto il mestiere delicato e importantissimo che fanno a prescindere, a maggior ragione in un periodo storico come questo. È stato veramente un caso beffardo che la serie sia uscita proprio adesso che ci ha caricato di una responsabilità ulteriore che idealmente ha trasformato i personaggi della serie nel riflesso di quelle persone che nella realtà si stanno spendendo e sacrificando per noi in maniera totale.

Credo che, a suo modo, DOC sia portatrice di un messaggio umano di solidarietà e unione che, paradossalmente, faceva già parte del suo DNA ancora prima del manifestarsi di questi eventi. La decisione di andare in onda proprio adesso ci ha messo un po’ di timori addosso, ma il desiderio comune di tutti è stato quello di portare rispetto e di vederla come un’occasione per condividere anche un immaginario umano di persone come quelle che vediamo tutti i giorni combattere, creando magari un ponte di solidarietà con la situazione drammatica che stiamo vivendo. E la testimonianza viene dal fatto che in questi giorni io e gli altri interpreti stiamo ricevendo dei messaggi da parte di quei medici, specializzandi, infermieri e operatori sanitari che adesso sono in prima linea e che attraverso la serie si sentono ben rappresentati, anche nello spirito che li anima. Questo per me, e per noi che abbiamo preso parte al progetto, è motivo di grandissima soddisfazione”.

La prima stagione di DOC non è stata completata a causa dell’epidemia. Per adesso è in programma la messa in onda di solo la metà degli episodi pianificati. Nella migliore delle ipotesi potremo vedere i restanti in Autunno. Pensi che questo stop imposto alle riprese possa influenzare quelle mancanti da un punto di vista emotivo e artistico?

A me mancava solamente un giorno di lavorazione, che sarebbe avvenuto a pochissima distanza dalla fine delle riprese effettive della serie. Ovviamente è stato giusto fermarsi per tutelare e tutelarci perché è stata la gravità della situazione a renderlo necessario. Tra l’altro molti di noi del cast che risiedono in altre zone d’Italia, me compresa che ho la famiglia in Veneto, abbiamo preferito non spostarci e rimanere a Roma dove si sono svolte e si svolgeranno le restanti riprese, proprio per non mettere in nessun modo in pericolo i nostri cari e noi stessi. È inevitabile che artisticamente ci investirà di una responsabilità ulteriore, ma al di là di questo non penso che l’interruzione possa in nessun modo interferire a livello di scrittura perché le riprese erano quasi ultimate e in uno stadio troppo avanzato per rimetterle in discussione. Piuttosto sento che torneremo sul set con un’altra consapevolezza, oltretutto bisognerà capire quando potremo farlo, così da portare a termine i dieci giorni mancanti di lavorazione da consegnare alla fase di montaggio.

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Tra l’altro si è venuta a creare una situazione involontariamente interessante perché non era nei piani di nessuno e credo inedita, con il pubblico che avrà a disposizione due mini stagioni in una. Questo può rappresentare anche un’arma a doppio taglio, poiché l’interesse nei confronti della serie che, tra l’altro sta avendo un buon riscontro in termini di ascolti, può affievolirsi, ma allo stesso tempo la pausa può invece aumentare l’attesa nei confronti di ciò che verrà. Ma questo potrà dircelo solo la futura messa in onda degli episodi conclusivi”.

Prima che il Covid-19 entrasse in maniera così deflagrante nelle nostre vite, tu ti sentivi più libera come donna o come artista?

Secondo me sono due cose da una parte separate e che dall’altra vanno a braccetto. Questo momento storico mi sta facendo riflettere su quanto effettivamente ero libera prima come donna e come artista di esprimermi e quanto spazio avessi a disposizione per farlo. È sicuramente qualcosa sul quale è importante fermarsi a riflettere, con questo momento che mi e ci può dare l’opportunità per farlo, ma il riscontro reale forse l’avrò e l’avremo solo quando tutto questo sarà finito, tornando a quello che eravamo prima”.

In DOC – Nelle tue mani interpreti Agnese, direttrice sanitaria nonché ex moglie del protagonista, il primario di chirurgia che perde la memoria degli ultimi dodici anni. In Andarevia vesti i panni di Eva, una ragazza affetta da problemi di amnesia, mentre 18 regali, al quale hai preso parte nel ruolo di Carla, affronta a suo modo il tema del ricordo e della memoria. Insomma, c’è una sorta di fil-rouge che percorre la tua filmografia sino a questo momento e declina in modi diversi tali argomenti. Ma cosa rappresenta per te in termini di valore e significato la memoria?

Ammetto che questo collegamento tra questi personaggi me lo hai acceso tu, mettendomelo in evidenza in maniera consapevole. Per me la memoria e il ricordo hanno a che fare con l’identità, perché rappresentano le tracce delle esperienze, del sensoriale, dei sentimenti, dei trascorsi e del passato che ci siamo lasciati alle spalle. Sono lo “strumento” per rapportarci con un passato che ci portiamo dentro, che definisce cosa siamo veramente nel presente come una cartina tornasole per verificare se siamo ancora quella persona. La memoria e i ricordi poi ci portano a una crescita e a una maturazione di esperienze come persone, adulti e mentalità.

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In tal senso, la Eva di Andarevia non ha la possibilità di accumulare una determinata quantità d’informazioni di sé e dell’esterno, rendendola perennemente bambina. È una cosa drammaticissima che avviene a quelle persone che sono malate di Alzheimer, che è come se perdessero il loro identikit e tornassero bambini sino a perdere il proprio bagaglio di esperienze. Nel caso dell’Agnese di DOC, invece, si tratta di un bagaglio molto doloroso perché rappresenta un passato che ha tanto amato, che ha dovuto mettere da parte necessariamente. E, infine, Carla in 18 regali è la portavoce del ricordo di una madre alla propria figlia, che la investe di un ruolo che umanamente – come è giusto che sia – aveva paura di ricoprire. Questo per dire che, al di là delle declinazioni, la memoria e i ricordi tengono al caldo l’identità”.

E cosa non vorresti che venisse cancellato o che non vorresti mai perdere?

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Non vorrei mai perdere la mia di memoria, quella che mi consente di custodire i ricordi della mia famiglia e delle persone amate. Non vorrei mai perdere certe immagini, sensazioni e odori che ho ancora molto forti e che vivono dentro di me, in particolare quelli della mia infanzia trascorsa tra l’America e l’Italia e che mi ricordano da dove provengo. Non vorrei mai scordarmi tanto dei momenti felici quanto di quelli difficili che sono riuscita a superare, perché anche le cose brutte servono. E non vorrei dimenticarmi del mio percorso e di tutta la storia che ho trascritto involontariamente sino ad oggi vivendo una vita che mi ha portato ad essere ciò che sono”.

Cos’è per te la recitazione?

Io venivo dalle arti visive e il fatto di essere entrata in quella performativa per me è la faccia della stessa medaglia, un po’ più grande e un po’ più ampia. Per me la recitazione è un veicolo e un modo di espressione. Noi come attori siamo intermediari e in quanto tali agiamo nei confronti di una storia per accompagnarla. A tal proposito mi piace molto il metodo di recitazione Meisner che dice: “vivere in modo veritiero, controllato da delle circostanze immaginifiche”. Tradotto significa appunto vivere realmente in un contesto immaginario che ti crei, all’interno del quale esisti e non reciti. Quindi non è finzione, ma essere”.

Come prepari i tuoi personaggi e cosa c’è di te nei personaggi che interpreti?

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Penso che ci sia un po’ di me in tutto quello che faccio. Noi attori siamo come una tavolozza con un determinato range di colori a disposizione. In base al personaggio che interpreto, uso determinati colori della mia di tavolozza, facendo di volta in volta leva su specifiche mie caratteristiche. Per farlo, prima di tutto analizzo molto bene la storia e il personaggio che mi è stato affidato. In questo modo capisco come avvicinarmi e approcciarmi a loro. La cosa che mi rende felice sino ad oggi del mio percorso – che spero continui ad essere così – è che non hai mai rivestito ruoli fotocopia, spaziando tanto. E questo per me è fonte di ricchezza e spero di non essere mai incasellata in qualcosa di fermo, piuttosto di essere qualcosa di fluido che ha possibilità di evolvere in base a ciò che è chiamata a raccontare. In particolare nell’ultimo anno ho avuto la possibilità di affrontare registri diversi: con la Daniela della serie Volevo fare la rockstar è stata la mia prima volta in un ruolo brillante nella televisione mainstream. Un personaggio, questo, anagraficamente e dalle caratteristiche totalmente diverse rispetto all’Agnese di DOC, una donna più adulta e austera, per la quale ho attinto a colori più cupi. Questa possibilità di spaziare, nella quale qualcuno potrebbe vedere della confusione, io invece ci vedo un traguardo”.

Hai avuto modo di confrontarti con la recitazione sia in teatro che sul grande e piccolo schermo, ma dove ti senti più a tuo agio e affronti con più entusiasmo?

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Io vengo da una scuola inglese in cui quando ti formi, ti formi come attore. Quindi da quel momento in poi puoi fare teatro, cinema, televisione, radio, musical. Insomma, puoi fare tutto e in base a cosa ti viene richiesto ti applichi in una determinata maniera. In generale, almeno per me, c’è sempre stato uno scambio continuo, con le mie esperienze sul palcoscenico che hanno contribuito a informare molto il mio fare cinema o televisione, così come quest’ultimi hanno influenzato il mio modo di stare sul palco. Ad esempio il teatro mi ha sempre dato una forte consapevolezza corporea, il fatto di conoscere e sapere come utilizzare il mio strumento in un modo completo, perché su un palcoscenico sei visibile in todo nello spazio che è protagonista insieme a te. Al cinema e in televisione, invece, è tutto condensato in cose molto più compatte e si lavora più sui dettagli. Quindi nel mio mondo perfetto, io unirei le due cose perché entrambe mi fanno crescere”.

Hai preso parte anche a progetti cinema indipendente di genere come ad esempio Vittima degli eventi, il fan movie basato sul fumetto di Dylan Dog, oppure i thriller Evil Things e The Elevator. Cosa ti sei portata dietro in termini di formazione da questo tipo di esperienze?

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Non si allontana molto dall’approccio tradizionale. Forse l’unica cosa che è più divertente nel fare certi progetti è che in essi l’immaginazione ha un ruolo maggiore e predominante. È come se dovessi cambiare le “leggi cardinali” dell’universo che stai contribuendo a creare. Adoro allontanarmi dal reale, perché è come se si scardinassero delle catene di causa/effetto per attivare la verosimiglianza e raggiungere qualcosa di conosciuto. Quando si spazia in un territorio surreale le possibilità d’interpretazione si ampliano su tutti gli aspetti, dalla regia alle scenografie, e anche nella recitazione è come se a un certo punto non si dovessero seguire più degli schemi precisi. C’è qualcosa di estremamente creativo nel distanziarsi dai soliti vettori X, Y e Z. Sono delle esperienze bellissime e sono contenta di avere avuto la possibilità di farne, poiché per noi attori si innesca anche l’aspetto ludico che ci aiuta a rendere credibile nella finzione dei mondi che non conosciamo”.

Nel tuo percorso di esplorazione e sperimentazione c’è stato spazio anche per la recitazione in un cortometraggio realizzato in virtual reality; che tipo di esperienza è stata?

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Si tratta di Dreams of Blue, uno sci-fi in V.R. firmato da Valentina Paggiarin, che è stato presentato tra gli altri al Festival di Sitges. Lì interpreto un’intelligenza artificiale che analizza un tema con cinque personalità diverse. Consiste in un’esperienza sensoriale in cui lo spettatore si ritrova al centro di una stanza e attraverso la visiera ha la possibilità di interagire con differenti declinazioni. La sfida ulteriore che ho dovuto affrontare in quel caso è stata quella di capire il registro interpretativo, perché sei chiamato a recitare in un modo che sta nel mezzo tra il cinema e il teatro”.

Con The Young Messiah, dove hai interpretato il ruolo di Maria di Nazareth, sei stata tra le protagoniste di una grande produzione internazionale; in che modo cambia e se è cambiato il tuo approccio al lavoro?

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In The Young Messiah sono stata benissimo perché ho trovato una professionalità altissima e una volontà di ottimizzare tutti gli strumenti economici e tecnici per il fine di ciò che si vuole raccontare. Mi manca un po’ quel tipo di ambiente, ma ho ritrovato quella qualità anche in Italia, seppur in vesti diverse. Poi ovviamente c’è il fattore della lingua da tenere in considerazioni. Per alcuni miei colleghi recitare in un’altra lingua, come può essere l’inglese, può rappresentare un ostacolo, mentre per me no che ho avuto una formazione all’estero e una madre americana. Quindi c’è qualcosa di viscerale e di radicato in me che mi permette di lavorare all’estero o in inglese con grandissima naturalezza. Cosa che ho imparato negli anni e che sto provando a portare nell’italiano. Ad esempio, nella preparazione di un personaggio nella cultura anglosassone l’accento che scegli di dargli è una reazione a catena di ceto sociale, portamento e modo di fare, che può arrivare a cambiarti lo sguardo e persino il movimento del corpo. In Italia non ho ancora avuto la possibilità di fare questo tipo di lavoro, ma sono sicura che verrà il momento anche per questo”.

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