matteo garrone Cinematographe.it

Matteo Garrone e il cast di Dogman hanno incontrato i giornalisti presenti a Cannes 2018 in occasione della conferenza stampa per la presentazione del film, in concorso nella Selezione Ufficiale del festival.

Una pellicola che porta in scena, col realismo introspettivo che caratterizza il regista, una storia ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto negli anni ’80, quando un mite toelettatore di cani della periferia romana si rese inaspettatamente responsabile dell’omicidio efferato del suo oppressore, un pregiudicato cocainomane della zona.

Dogman è un film che parla di vendetta e assenza di giustizia. È corretto?

“Dogman è un film la cui lavorazione andava avanti da 13 anni fra varie stesure della sceneggiatura. A partire dall’idea di base, derivante dal fatto di cronaca, è stato l’incontro con Marcello (Fonte, n.d.r.) a far sì che apparisse naturale conferire una dimensione più umana a una situazione che poteva accadere a chiunque, senza prendersi il rischio di veder trasformare il protagonista in un mostro. Marcello è un personaggio dotato di umanità, che resta incastrato nell’incubo di un altro, è una vittima. Non cerca una vera e propria vendetta, è un personaggio con una sua innocenza. Anche l’antagonista ha fatto un lavoro straordinario, sappiamo quanto sia fondamentale che il cattivo funzioni in un film, e anche la figlia Alida, il grande amore di Marcello.”

A Roma il fatto di cronaca è ancora molto sentito, ma il film va ancora più a fondo. Qual è stato il punto di svolta nella decisione di caratterizzare in questo modo il protagonista?

“Ho sempre visto Marcello Fonte come un attore riferibile a Buster Keaton o Charlie Chaplin. che è stato in grado di portare anche note di comicità e leggerezza, reinventando il personaggio. Quello tale è molto violento ma – pensando a film come Cane di Paglia, sentivo che renderlo più umano fosse ciò che dovevo fare, ma senza sapere come. Marcello è stato determinante nel farci capire che la parte più interessante da sviluppare in Dogman fosse il conflitto, vedere riconosciuta la dignità di un uomo al cospetto di una bestia. Ci sono dibattiti, è affascinanti le sue contraddizioni, perché da una parte vede in Simoncino ciò che lui non ha. Non fa scelte razionali nella gestione del loro rapporto, per questo abbiamo scelto di approfondire l’aspetto della violenza psicologica, rispetto alle torture fisiche. Dogman parla di un percorso.”, ha risposto il regista Matteo Garrone.

Marcello Fonte: “Il mio personaggio è un fiore di loto, che cresce in mezzo al fango ma riesce a non sporcarsi più di tanto. Sopravvive, si è creato delle piccole sicurezze che vuole far crescere, è un buon padre, cerca di tenere fuori la famiglia e di trasmettere il proprio mestiere alla figlia.”

Matteo Garrone: “Marcello vorrebbe essere amato da tutti ma come fare e commette degli errori per incoscienza e debolezza. È l’eterna lotta del debole che cerca di opporsi al più forte. E gli attori sono stati bravissimi nel portare il loro vissuto nei propri personaggi.”

Come è stata composta la sceneggiatura?

Ugo Chiti: “È stato un lungo percorso fatto di cambiamenti prospettici sui personaggi. Fondamentali le trasformazioni e l’arte di arrangiarsi. Dogman è un dramma scritto all’insegna dell’essenzialità, un dramma dotato di una sua sacralità che mette in luce le differenze fra umani “erbivori” e “carnivori”. La sintesi operata sul film è la forza di Matteo di avvertire sempre dove c’è bisogno di apportare un cambiamento.”

Massimo Gaudioso: “Ci sono voluti tanti anni per scrivere , partendo dall’ insoddisfazione di Matteo per la stesura precedente. A partire dalla cronaca la domanda era: ‘come fa un personaggio all’apparenza così innocente a rendersi colpevole di un crimine così atroce? Marcello ci ha fornito tutte le risposte su come portare in scena questo tipo di personaggio.”

Come sono state scelte le location?

Matteo Garrone: “Il Villaggio Coppola è un luogo familiare per me, ci ho girato sia L’Imbalsamatore che parte di Gomorra, è un luogo che mi vuole bene a cui io voglio bene. La luce è sempre magica e non credo sia un caso. Nel film la luce cambia fra la prima e la seconda parte, serviva un luogo che richiamasse atmosfere western, di frontiera. In cui Marcello potesse creare un contatto con la comunità.”

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