Martin Scorsese a Roma: una lezione di cinema dal neorealismo a Fellini

Il resoconto dell'incontro di Martin Scorsese con il pubblico di RomaFF13, che ha preceduto la consegna del premio alla carriera da parte di Paolo Taviani.

Dopo gli entusiasmanti incontri con due regine del cinema come Cate Blanchett e Isabelle Huppert, a salire sul palco della Festa del Cinema di Roma per una vera e propria lezione di cinema di quasi 2 ore è stata una leggenda vivente del cinema, ovvero Martin Scorsese. Il cineasta si è dedicato al cinema italiano, ripercorso attraverso 9 sequenze di altrettanti film, quelli che gli stanno più a cuore e che hanno maggiormente influito sulla sua formazione artistica. Al termine di questo meraviglioso viaggio nella storia della nostra cinematografia, Martin Scorsese ha ricevuto inoltre il premio alla carriera della Festa, che gli è stato consegnato da Paolo Taviani, a nome di tutto il nostro cinema e di suo fratello Vittorio, venuto purtroppo a mancare pochi mesi fa.

Il primo film affrontato da Martin Scorsese è stato Accattone, esordio cinematografico di Pier Paolo Pasolini datato 1961

“Ho visto Accattone al New York Film Festival, nel 1963 o 1964. Fu un’esperienza davvero potente. Io sono cresciuto in un quartiere piuttosto difficile di New York, e il primo film che ho visto in cui conoscevo i personaggi è stato Fronte del porto, ma quello era un progetto realizzato dai grandi studios. Accattone è stato il primo film nel quale sono davvero riuscito a identificarmi. Ovviamente è sempre difficile parlare di Pasolini, anche perché voi sapete tutto di lui. Io non avevo la minima idea di chi fosse, e per me questa è stata un’esperienza fiammante. Capivo i personaggi e sono stato sorpreso soprattutto dalla santità del film, la più disgraziata e negativa, persino per dove sono cresciuto io.

Alla fine il protagonista muore fra due ladri, con uno dei due che si fa il segno della croce al contrario, e una delle prostitute vicino a lui si chiama Maddalena. Quando lui dice “Ora sto bene” racchiude tutta la santità del film. La tragedia di una persona dimenticata, che per me implica che le persone di strada, attraverso la loro sofferenza, spesso sono più vicine a Cristo rispetto a tante altre. Ho imparato tantissimo da Pasolini, per esempio in Casinò c’è la musica di Bach, come in questo film, per sottolineare che i protagonisti sono paradiso e vengono espulsi. Dopo 15 anni ho comunque letto tutto Pasolini anche se non è stato facile per via della lingua.”

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Il secondo film di cui ha parlato Martin Scorsese è stato La presa del potere da parte di Luigi XIV (Roberto Rossellini, 1966)

“Quando avevo 5 anni, a casa possedevamo una piccola tv, dove venivano trasmessi film del neorealismo, tipo Roma città aperta, Sciuscià, Paisà e Ladri di biciclette. Quello per me era il mondo reale, perché il cinema non sapevo ancora cosa fosse. A prescindere dalla differenza fra film commerciali e non commerciali, questi avevano una connessione con la mia famiglia e con i miei nonni, sembrava quasi che si stessero verificando in quel momento a New York.”

“Anche questa pellicola l’ho vista al New York Film Festival, dove Rossellini aveva accompagnato il film, che non era stato apprezzato. Roberto Rossellini aveva contribuito a ricreare il cinema insieme a De Sica, Zavattini e Bergman, poi ha avuto l’impressione che l’arte si stesse come ripiegando su se stessa, e ha avuto l’idea di fare altro, come film per la televisione o film didattici su argomenti storici, proprio per insegnare. La presa del potere da parte di Luigi XIV è un film eccezionale, basta vedere la composizione. Non è una narrazione astratta, perché lui prende un dettaglio e attraverso quel dettaglio ti fa imparare, ti racconta la storia. Ovviamente si potrebbe parlare per ore e ore di Rossellini, ma lui in un certo senso riduceva tutto all’essenziale, e questo mi ha chiarito la visione, mi ha spinto a usare lo stesso metodo, come in Toro scatenato o Re per una notte. L’ho incontrato solo una volta, per puro caso, nel 1970 durante la mia prima visita in Italia. Passeggiavo per strada e parlavo proprio di lui con un amico, che all’improvviso mi fa: ‘Eccolo!’. Era un momento di congestione del traffico, abbiamo camminato insieme chiacchierando e io gli ho detto quanto era popolare in America. Lui mi ha detto ‘A me non interessa l’arte, interessa educare'”

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Il terzo film analizzato da Martin Scorsese è stato Umberto D. (Cesare Zavattini, 1952)

“Questo film è straordinario, e tra l’altro penso che sia l’apice del neorealismo, perché dopo la situazione è cambiata. La scelta vincente è quella di realizzare un film il cui protagonista è una persona anziana e mostrare com’è cambiata la società, con un anziano abbandonato di cui non si prende cura nessuno. La cosa interessante poi è che questo film non è sentimentale, nonostante abbia un dirompente crescendo di musica. Racconta semplicemente di un uomo per strada che ha bisogno di mangiare e che utilizza il suo cane per farlo. Normalmente nel cinema una persona che interagisce con un cane diventa automaticamente sentimentale, si dice “facciamo lavorare il cane, tanto qualsiasi persona sarà dalla sua parte“. Non è questo il caso.”

Il quarto film scelto da Martin Scorsese è stato Il posto (Ermanno Olmi, 1961)

“Il distributore di questo film a New York, che possedeva i migliori cinema della città, amava talmente questo film da decidere di proiettarlo gratis il primo giorno. Il posto ha uno stile molto sottomesso, economico, uno stile quasi documentaristico, che sento molto vicino a me. In realtà penso ci sia qualcosa di Olmi ne il posto, una purezza che lo contraddistingue. Racconta di un uomo che entra in un nuovo mondo, con la disperazione post guerra ormai lontana. Arriva l’industrializzazione, poi passi a lavorare una vita in fabbrica e poi cosa succede? Muori. In questo momento è come se l’umanità venisse tagliata fuori. C’è uno splendido momento nel film, in cui una persona ha un infarto in ufficio e muore. I suoi colleghi inizialmente sono tristi, vediamo gli stacchi sulla sua roba, poi una dissolvenza e gli appendiabiti vuoti, come se in fondo si fossero già dimenticati della tragedia.”

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Il quinto film di cui ha parlato Martin Scorsese è stato L’eclisse (Michelangelo Antonioni, 1962)

“Il primo film di Antonioni che ho visto è L’avventura, e ho dovuto imparare come leggerlo. Io sono molto energico, vado molto veloce, ma la mia osservazione dell’immagine cinematografica viene dal fatto che sono cresciuto nell’era d’oro, con i classici del cinema americano e straniero. Questo mi ha dato la possibilità di concentrarmi a osservare l’inquadratura, anche per un lungo periodo. Ho imparato a guardare al cinema studiando ripetutamente L’avventura, analizzandone il ritmo e l’utilizzo dello spazio. In un certo senso per me era come l’arte moderna dell’epoca, ma è molto probabile che io l’arte moderna non la capisca (ride, ndr). In realtà se fate attenzione vi accorgerete che nel film c’è una narrativa che viene raccontata nello spazio, con la luce, con la composizione. L’avventura è un’arte analitica e ha uno dei finali più belli in assoluto, che mi fa piangere ogni volta.

Antonioni ha realizzato la trilogia composta da L’avventura, La notte e L’eclisse. Ho scelto quest’ultimo e una sequenza particolare in cui lei cammina per strada con l’immagine che si allarga su questo paesaggio visto dall’alto: ancora una volta, la composizione utilizzata con me narrazione, che ci fa vedere la mancanza d’animo e di ispirazione. Poi prosegue con gli ultimi 7 minuti, che però non ho voluto farvi vedere, perché portano tutto su un altro pianeta. Con questa trilogia, Antonioni ha ridefinito il linguaggio cinematografico, che non poteva che portare a Blow-Up e a Zabriskie Point. Lui prende i personaggi e li allontana, è un altro modo di vedere il mondo. Lea Massari per esempio sparisce dopo circa un’ora de L’avventura e gli altri si dimenticano di lei. Anche Hitchcock fa la stessa cosa in Psyco, ma lì almeno sappiamo chiaramente che fine ha fatto Janet Leigh.”

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Martin Scorsese è poi passato a parlare di Divorzio all’italiana (Pietro Germi, 1961)

“Divorzio all’italiana è dal punto di vista stile qualcosa che mi ha molto influenzato, soprattutto per Quei bravi ragazzi. Ho trovato magnifici lo stile, l’umorismo e l’arguzia di questa commedia, e anche il movimento di macchina quando l’avvocato fa l’arringa e Germi inquadra gli altri personaggi. Ogni volta mi concentro sullo stile, che può essere satirico: il particolare bianco e nero, l’attenzione fin da subito sulla faccia di Mastroianni o quando è sul treno. Ti rendi subito conto che c’è un elemento satirico, ma c’è anche verità, perché le cose sono reali. Non capisco perché le commedie non vincano mai i premi. Presumo che sia perché secondo i votanti l’intrattenimento non è serio, ma anche Aristofane ed Eschilo erano intrattenimento.”

Il settimo film scelto da Martin Scorsese è stato Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962)

“Dovete capire che tutti questi film io li ho visti nell’arco di 2-3 anni, quindi quando dico che mi hanno cambiato la vita, intendo che me l’hanno cambiata davvero tante volte. Rosi ti mostra i fatti, eppure in qualche maniera i fatti non sono la verità e le radici della corruzione vanno sempre più in profondità. Questo film racconta anche la tragedia del sud, migliaia di anni di dolore e sofferenza. I miei nonni si trasferirono dalla Sicilia a New York nel 1910. Mi sono sempre chiesto perché non si fidassero di qualsiasi istituzione, e devo dire che la tradizione del sud, di quelle migliaia di anni, è stata un peso eccessivo sulle loro spalle.

Quello che vediamo nella disperazione della madre è una cosa con cui io sono cresciuto. Non avevo mai visto nulla di simile sullo schermo, perché noi americani non ci comportiamo in questa maniera, a noi viene detto di non mostrare mai le emozioni, di non tirarle fuori. Rosi in un certo senso stacca da un tempo all’altro, poi fondamentalmente non vedi il personaggio, vedi solo il suo corpo morto, ma anche tutto l’aspetto religioso. Questo film è il mito che diventa storia e la storia che diventa mito.”

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L’ottavo film analizzato da Martin Scorsese è stato Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Senso Il gattopardo hanno chiaramente influenzato il mio L’età dell’innocenza. Quello che mi interessava nel mio film era l’aspetto antropologico di quella vita. In questo senso è più correlato a Rossellini e al suo Luigi XIV, ovvero a un ragionamento che va dal minimo dettaglio al macrocosmo. In realtà l’opera di Visconti sembra combinare l’impegno politico con l’opera, come un melodramma senza vincoli. Rocco e i suoi fratelli, per esempio, ha avuto influenza su me e su De Niro per Toro scatenato. Quello che abbiamo ne Il Gattopardo è un ritmo intenzionalmente meditativo. Le inquadrature non sono scarne come in Antonioni, sono ricche, uno stile completante diverso.

Quello che mi colpisce molto è il passaggio del tempo, il modo in cui il principe Salina capisce che i vecchi valori lasceranno strada a qualcosa di nuovo, che però in fondo saranno la stessa cosa, e che è arrivato per lui il momento di lasciare, fondamentalmente di morire. È appunto quello che ha scritto Tomasi di Lampedusa, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. La scena di danza con Claudia Cardinale mostra che lui coglie e abbraccia tutto ciò e che è il segnale che tutto questo deve accadere. Se avete modo di vedere il film sul grande schermo, nella scena in cui entrano nella stanza Delon e la Cardinale, con lui che guarda un quadro con una persona morente, vedrete che la musica segna il movimento degli attori stilizzandolo musicalmente. Se analizzate la musica, vedrete che ogni parte della musica corrisponde a un movimento degli attori.

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Paolo Taviani consegna a Martin Scorsese il premio alla carriera della Festa del Cinema di Roma

L’ultimo film scelto da Martin Scorsese è stato Le notti di Cabiria (Federico Fellini, 1957)

Il primo film di Fellini che ho visto è stato La strada, ma il finale di questo film è qualcosa di sublime, veramente una rinascita spirituale. Fellini l’ho incontrato più volte negli anni. Sono stato sul set de La città delle donne, ed eravamo quasi arrivati a realizzare una sua versione di documentario per la Universal, però lui purtroppo ci ha lasciato. Aveva tutta una serie di materiale sulla sceneggiatura, sul direttore della fotografia.

Dopo un breve omaggio a Scorsese da parte della Festa, ovvero la riproposizione dei magistrali titoli di testa di Toro scatenato, il regista, visibilmente commosso, ha ritirato dalle mani di Paolo Taviani il premio alla carriera, chiudendo in maniera toccante un appuntamento che resterà nel cuore dei presenti e della storia di questa manifestazione.

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Martin Scorsese con il premio alla carriera della Festa del Cinema di Roma