Michelangelo Antonioni

Ci sono registi che hanno realizzato opere monumentali, che hanno definito un’epoca, descrivendone i dissidi e i disagi esistenziali con una maestria senza eguali. Michelangelo Antonioni è stato un regista post-neorealista che ha determinato la fine di un’era cinematografica e l’inizio di una nuova, si è soffermato su tematiche riguardanti la crisi dell’uomo, l’incomunicabilità, una aridità spirituale e morale che ha attanagliato ieri, e ancora oggi, la modernità, facendone strumento di una ricerca filmica.

Michelangelo Antonioni nel suo percorso di regista e sceneggiatore ha firmato opere come L’avventura, La notteL’eclisse, Il deserto rosso, Blow-UpZabriskie PointProfessione: reporter. Tutti film che hanno riscosso un enorme successo internazionale e che gli hanno conferito numerosi riconoscimenti, rendendolo una figura fondamentale della cultura del Novecento.

Michelangelo Antonioni: la professione si intreccia con la vita privata

“Ho avuto per maestri i miei occhi”, occhi ferraresi, Antonioni è figlio della sua terra, da cui è germogliata la sua attrazione verso le emozioni, in senso analitico, quasi patologico, una terra che ha formato il suo gusto, il suo occhio critico appunto. Si è interessato di musica, di pittura fin da giovanissimo, appassionato di teatro da cui poi riuscirà a sviluppare il suo occhio per la direzione. Si laurea in Economia nel 1935, ben presto si occupa di critica cinematografica per diversi giornali e parallelamente scrive sceneggiature. Alcuni soggetti sapranno distinguersi e diventare una realtà filmica, tra cui il soggetto de Lo sceicco bianco che cederà e due anni dopo verrà realizzato da Fellini. Nel 1950 esce il suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore, opera che si esprime nell’alta borghesia milanese tra passioni sbagliate e crisi di coppia, il riflesso di una società corrotta e dispersiva, ma non ottiene un grande successo. Nel 1956 realizza Il grido, in seguito al quale conosce Monica Vitti, che da allora diventa la sua compagna e con cui costituirà un vero sodalizio filmico.

I film di Michelangelo Antonioni: la tetralogia dell’incomunicabilità

Michelangelo Antonioni

Antonioni si è prodigato per riportare all’attenzione del pubblico l’interiorità, la nudità dei suoi personaggi, mostrando le debolezze, un’intimità quasi sfacciata, resa tale grazie ad una vera e propria indagine che il regista ha realizzato all’interno della borghesia e del suo smarrimento, quasi un lavoro antropologico. Esattamente ciò avviene con le sue opere forse più discusse e celebri, ovvero quelle che appartengono alla tetralogia dell’incomunicabilità: L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962), Il deserto rosso (1964).

Durante una crociera elabora l’idea per il film L’avventura, presentato a Cannes nel 1960 e vincitore del premio speciale della Giuria, con Monica Vitti. Il film racconta la storia di un gruppo di amici in barca che, durante una sosta su in un’isola deserta alle Eolie, perderà ogni traccia di una ragazza, Anna. Il suo compagno e l’amica più stretta partiranno alla ricerca di lei, ma inevitabilmente saranno preda dell’attrazione reciproca, che sconvolgerà ogni senso, ogni certezza e ogni affetto.

In seguito al successo di questo film Antonioni dirige il secondo film del filone esistenziale, La notte, con protagonista un Marcello Mastroianni epocale, indimenticabile. Giovanni è uno scrittore che vive un rapporto conflittuale e morituro con la moglie Lidia, i due non si parlano e non accettano la fine del loro matrimonio. Una sera, accettando l’invito ad una festa di un noto industriale, entrambi subiranno le avances di due persone differenti, restando eternamente chiusi nel disagio esistenziale, che li porterà a non sapersi più riconoscere.

Michelangelo Antonioni

Nel 1962 Michelangelo Antonioni resta attratto dall’ambiente della Borsa, così decide di ambientarci un film, quello che diventa L’Eclisse, con Monica Vitti e Alain Delon. Vittoria è una donna molto irrequieta, che una mattina lascia su due piedi il suo compagno, in modo apatico, freddo. Alla ricerca di qualcosa per cui appassionarsi, va dalla madre in Borsa e incontra Piero, un agente di cambio. I due, nonostante le enormi differenze caratteriali e senza un reale interesse reciproco, si frequentano riuscendo a rendersi felici. Ma un giorno si salutano, con la promessa di incontrarsi la sera stessa allo stesso posto, ma all’appuntamento non si presenterà nessuno dei due.

Nel 1964 esce l’ultimo capitolo della tetralogia dell’incomunicabilità, Il Deserto Rosso, ambientato a Ravenna, una città in cui l’industrializzazione ha distrutto la natura, in cui si assiste ad un paesaggio totalmente disumanizzato. La protagonista è la moglie di un dirigente di una industria, che ha tentato il suicidio e che vive un rapporto terribile col marito; lei è totalmente alienata dalla realtà, è nevrotica, iperattiva e vive una relazione clandestina con un collega del marito. Sembra l’unico che riesce a comprendere la sua inadeguatezza ma, dopo un’intenso rapporto, neanche lui riesce a starle accanto, incapace a sua volta a stare nel mondo, fuggendo di luogo in luogo senza meta e senza alcuna autenticità.

Questa tetralogia dei sentimenti è caratterizzata dall’infrangersi di ogni convenzione, il regista studia i personaggi, li segue proteso nel voler rappresentare la verità, senza alcuna meccanica dei movimenti, usando toni sommessi, lavorando sui colori, dal rosso, ai grigi, ai sentimenti, che nella società hanno subito un totale cambiamento che ha portato l’uomo all’isolamento, all’incapacità di relazionarsi. Antonioni ha cambiato il modo di comunicare, il linguaggio, si è posto in correlazione al ritmo della narrazione, interessato ad esprimere la suggestione, più che la storia, non sentendo la necessità di finirla, di concluderla. Come ne Lo Straniero di Camus, all’interno dei film di Antonioni viene mostrata la distanza abissale che separa l’uomo dal mondo. Una vera e propria estraneità per cui gli eventi accadono senza un senso, senza che vengano compresi, per cui l’uomo si sente estraneo nel mondo, incapace di esibire un raziocinio che renda le cose sensate o giustificabili.

Una protagonista essenziale nei film di Michelangelo Antonioni è la fotografia

Michelangelo Antonioni

Una protagonista essenziale nei film di Antonioni è proprio la fotografia, i colori, che ad esempio de Il Deserto Rosso, sono un elemento di percezione, non solo estetico ma interiore, che aiuta a sottolineare il rapporto tra paesaggio e privazione della vita, ovvero realtà e malattia dei sentimenti, oggetti e sguardo. E la fotografia è al centro di Blow-up (1966), premiato con la Palma d’oro a Cannes, che assieme a Zabriskie Point (1970) e Professione: reporter (1974) aprono un ciclo narrativo in cui il regista decide di girare in lingua inglese e con attori stranieri.

Michelangelo Antonioni affronta, come Thomas il personaggio di Blow-up, una crisi che lo pone in modo differente rispetto alla realtà, raggiungendo una maturità stilistica ed espressiva molto alta. Blow-up è il film che viene dopo la cosiddetta tetralogia dell’incomunicabilità, è il primo film internazionale e con un buon successo di pubblico. La storia è una critica alla generazione del ’68, ambientata in una Londra molto particolare, dove quasi tutti i personaggi sono degli hippy disadattati, che vivono una vita apatica, abulica, senza scopo, senza senso.

Thomas, cercando l’ispirazione per degli scatti, va in un parco e scatta delle foto ad una coppia che, accorgendosi di essere inquadrata, va da lui chiedendogli il rullino. Lui si rifiuta e, curioso di capire cosa lui possa aver mai fotografato, inizia ad indagare ingrandendo (Blow-Up) le fotografie. Thomas nota che le immagini mostrano un tentativo di assassinio, così va verso al parco e nota un cadavere di donna. Dopo qualche giorno torna al parco per documentare tutto ma il cadavere è sparito. Allora vede una compagnia di mimi che simula una partita di tennis senza pallina, rimane li a fissarli cominciando lentamente a sentire il rumore della palle che si sposta.

Come ne Lo Straniero, all’interno dei film di Michelangelo Antonioni viene mostrata la distanza abissale che separa l’uomo dal mondo

Michelangelo Antonioni

Ciò che rimane dalla visione di Blow-up è che Thomas potrebbe essere stato suggestionato, dalla ricerca e dall’insistenza di chi chiedeva il rullino, pensando che ci fosse sotto qualcosa che in realtà non c’era, ponendo un ragionamento sul confronto tra la realtà e la percezione della realtà delle persone, e quindi l’elemento sfuggente che c’era sotto era un escamotage che porta verso il nulla. Antonioni mette in piedi un parallelo fra il mestiere del fotografo e il mestiere di fare cinema, è tutto incentrato su questo rapporto tra fotografia e cinema dove la finzione sconfina sull’arte. Thomas vive una vita senza scopo, la vita sfugge come la verità, non appena si prova a vedere le cose da vicino l’oggetto della nostra attenzione sparisce.

Risalta molto il pessimismo di Michelangelo Antonioni che rivela il rifiuto della realtà, in cui ogni certezza è messa in discussione, un regista che ricorderemo sempre come maestro dell’incomunicabilità, che ha saputo comunicare l’incomunicabilità, comunicare un’analisi profonda dei sentimenti, della vita, dei lati più tetri e dimentichi dell’anima, sarcastico e preciso nello stile, che ha donato al mondo il proprio sguardo, un uomo che si è fatto da solo, che ha avuto per maestri i suoi occhi.

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