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Figli, ormai lo sappiamo, è stato l’ultimo, prezioso, regalo del genio di Mattia Torre, scomparso prematuramente il luglio scorso, ed arrivato nelle nostre sale grazie al lavoro di chi gli era vicino, sia professionalmente che sentimentalmente. In testa il regista Giuseppe Bonito (Pulce non c’è), il quale, chiamato da Torre stesso per collaborare con lui dopo le esperienze condivise in Boris e soprattutto ne La Linea Verticale, ha accettato di raccogliere un testimone pesantissimo visto il legame personale, ma anche le difficoltà straordinarie alle quali si va incontro quando si deve mettere mano alla creatura di un autore dall’impronta personale così incisiva. Compiendo un lavoro egregio.

Una visione unica nella scena italiana, quella di Torre, che in questo film testamento esplode in tutta la sua ironica profondità, attraverso un racconto a tinte fortemente autobiografiche conservato in una teca creativa dall’occhio sapiente e rispettoso di Bonito. Figli è un viaggio attraverso il laboratorio drammaturgico di Torre, una finestra sul mondo di una mente pensante e soprattutto curiosa verso la realtà che la circonda.

Cinematographe.it presenta Figli di Mattia Torre e Giuseppe Bonito

Una pellicola speciale, coccolata e voluta, ma soprattutto un bella pellicola, ispirata,  brillante, profonda, riflessiva, carica di significati e in grado di parlare a tutti. Guidata da una scrittura strutturalmente inedita, che fonde ironia e dramma, che oscilla tra onirico e reale e tra micro e macro temi con disinvoltura e leggerezza, ma senza mai dare spazio alla superficialità. Girata con grande cura e riguardo ed interpretata con un sentito coinvolgimento. Risultato di una lavorazione collettiva intensa condotta sempre nel nome di Mattia Torre, di cui il nostro cinema sentirà molto la mancanza, anche se magari ci vorrà ancora un altro po’ per prenderne totale coscienza.

Abbiamo incontrato Giuseppe Bonito durante il tour di Figli, in occasione delle sua tappa a Spoleto, ospite del Cinéma Sala Pegasus, e questo è il suo racconto.

Giuseppe Bonito,cinematographe.it

I lavori di Mattia Torre, in special modo La Linea Verticale, in cui anche tu hai lavorato, e Figli, sono caratterizzati non solo dal fondamentale ruolo della scrittura, ma anche da un elemento autobiografico molto forte. Due caratteristiche che li rendono molto personali e per questo materiale complesso con cui rapportarsi per un’altra qualsiasi persona. Da qui la domanda sul come tu abbia trovato il modo di raccogliere l’onere affidatoti da Torre.

“Faccio una premessa, innanzitutto Mattia era, come tu hai sottolineato, prima di tutto un autore, a differenza mia che sono un regista puro, e partiva sempre da uno spunto personale e, professionalmente, io scindo i suoi lavori in un prima e dopo La Linea Verticale. Nella misura in cui prima Mattia era parte di una creatura a tre teste con Ciarrapico e Vendruscolo e dopo era inserito in un percorso solo suo. Uno dei motivi di tristezza consequenziali alla sua scomparsa è che sicuramente, nel giro di due o tre lavori, avremmo avuto uno dei registi e autori di commedia italiana con una cifra tutta personale riconosciuta e apprezzabile anche all’estero. Il cinema italiano ne avvertirà sicuramente la mancanza.

Ovviamente nel fare questo film è stata fondamentale l’esperienza di regia della seconda unità de La Linea Verticale perché lavorando senza mai dirci troppo, usando un approccio soprattutto istintivo, ho avuto modo di capire e di far miei certi dosaggi che bisognava usare quando si mettevano in scena i testi di Mattia. Non bisogna mai dopare le scene, mai rimarcarne o sottolineare la comicità e questo sotto tutti gli aspetti, sia nella messa in scena, sia nel lavoro con gli attori e sia nell’uso della macchina da presa. Mattia aveva anche un modo molto semplice di girare. Dunque mi è sembrato giusto riferirmi al lavoro che avevamo fatto insieme.

Il fatto che partisse molto dal proprio vissuto personale, perché anche tutte le piccole e  grandi idiosincrasie che Figli racconta sono riconducibili innanzitutto al suo vissuto, è stata una delle tante difficoltà quando mi sono trovato a dirigere il film. Pensa che persino alcuni aspetti iperbolici, persino i salti dalla finestra si riferiscono a racconti che traggono spunto dalla realtà. Ma tutta quanta la grande inadeguatezza che accompagna l’esperienza genitoriale raccontata nel film lo riguarda in prima persona, lui è stato sempre impietoso nella scrittura, anche con se stesso. Tornando a me, ero dunque consapevole innanzitutto che raccontavo il vissuto di un altro. Ho cercato di avere grande rispetto di questo. Sono stato sempre fuori da quello che raccontavo, anche nell’uso della macchina ho cercato di prediligere la distanza, renderla un occhio osservatore.

Ma questo non è un film che puoi semplicemente girare; dovevo individuare anche quali erano i miei punti di contatto con la sceneggiatura. Ci sono tre macro aspetti predominanti in questo racconto a mio modo di vedere: la genitorialità, l’essere a propria volta figli e la narrazione del possibile disfacimento di una coppia, il tutto secondo un ordine particolare di una narrazione costruita andando oltre il metodo classico, ma concependola come una sorta di trattato, di finto saggio sulla coppia. Rispetto a questo io ho sentito più vicino alle mie corde il raccontare come una coppia è soggetta a difficoltà e pressioni che rischiano di farla implodere.

In secondo luogo è stata l’occasione e il privilegio di compiere un viaggio dentro il laboratorio drammaturgico di Mattia, una continua scoperta, durante le varie letture del testo, durante le riprese, fino al montaggio.”

Puoi raccontarci com’è stata la genesi della collaborazione tra te e Mattia per questo film?

Mattia mi ha chiamato quando ha capito di star troppo male per sostenere l’intero lavoro della regia del film, ma in cuor suo sperava ancora di poterlo terminare. Dunque il mio ruolo era quello di assisterlo ed essere presente io sul set. Sfortunatamente poi sono passate appena due settimane da quando mi ha chiamato a quando è morto e le cose sono precipitate molto velocemente e quindi mi sono trovato io a decidere tutto, in primis se girarlo o meno. Confrontandomi poi con la moglie di Mattia, con Valerio (Mastrandrea) e col produttore Lorenzo Mieli ho deciso di portarlo a compimento.

Nella messa in scena mi sono confrontato molto con Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi. Ci siamo seduti a tavolino e ci siamo dati in maniera comune un recinto dentro al quale ci siamo concessi dei momenti di licenza. È però chiaro che io volevo fare un lavoro il più rispettoso possibile della sceneggiatura di Mattia e solo quando ho finito di girarlo mi sono reso conto del peso dell’onere che avevo accettato.”

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Ho letto che per Mattia Torre questo film era come un terzo figlio…

“Si, questa è una espressione che ha usato anche con me. Non ci siamo detti molto su questo film, non c’è stato il tempo materiale. Una delle ultime cose che mi ha detto è stata proprio questa “Questo film per me è un terzo figlio.”

Come hai reagito quando ha deciso di affidare un compito così delicato a te?

Quando mi propose di assisterlo io ero sorpreso. Come detto prima “un terzo figlio affidato ad una persona che non ha figli”, in più il mio altro lavoro è stato un film puramente drammatico, invece lui non stette a darmi molte spiegazioni, mi disse “non chiedermi perché.”, ora mi rendo conto che probabilmente lui cercava una misura, avesse pensato ad una misura, che non aveva in mente la commedia classica. Dopotutto la sua sceneggiatura era strutturalmente ambiziosa: contravviene ad ogni regola classica, è quasi una sfida allo spettatore, inizialmente ti porta in un registro da commedia pura per poi portarti piano piano da tutt’altra parte.

Se il film arriva a tante persone è perché Mattia aveva una scrittura brutalmente onesta, senza mai cercare scorciatoie o battute facili.

Cosa ti è rimasto di Mattia?

“Lui era un grande ascoltatore, di se stesso e degli altri, aveva la curiosità per gli altri tipica della nostra commedia migliore. In  questo senso era un erede diretto di quella scrittura che apparteneva ai maestri italiani della sceneggiatura come Flaiano, Pinelli, Age e Scarpelli, Benvenuti, e tanti altri che in passato hanno reso grande la nostra commedia… Persone profondamente impegnate, immerse nella realtà e curiosi del prossimo.

Riusciva a raccontare la realtà, la percezione e la proiezione della realtà e l’irruzione nell’inconscio, addirittura nella stessa scena. Così come l’alternanza repentina del registro comico e del drammatico. Uno stile che presuppone tra le altre cose una grande capacità di non prendersi mai troppo sul serio, una dote che io associo per esempio a Woody Allen o a certi scrittori di origine ebraica.”

Una curiosità: su Pulce non c’è hai fatto un grande uso degli spazi, non solo per la presenza della città di Torino, ma anche sulla scelta di alcuni luoghi: penso alla casa famiglia in cui viene portata Pulce, separata dal resto del mondo da un cancello esterno e da quello che sembra quasi un antico ponte levatoio. Su Figli c’è stata la stessa attenzione sui luoghi?

“Su Pulce non c’è io ho cercato di trasportare le mie percezioni della città di Torino nelle atmosfere del film.

Per quanto riguarda i luoghi di Figli devo dire che abbiamo fatto in tempo a parlarne con Mattia. Lui era molto contento dell’ambientazione testaccina del film. Figli tra le altre cose vuole anche essere un elogio alla classe media italiana. C’è una battuta che ho tagliato nel film che dice proprio “Noi siamo la classe media, quella che si dice che non esiste più.” Testaccio per lui rappresentava bene forse proprio questa middleclass romana. Io ho voluto rispettare tutte le sue scelte di ambientazione del film anche perché mi sembravano tutte molto giuste.”

Nonostante tu sia solo al tuo secondo film, hai una ricca e lunga carriera da aiuto regista. Lavorando in così tanti set e con così tanti registi diversi hai avuto modo i vedere tanti modi di lavorare diversi, ora, dopo Figli, continuerai da aiuto regista o hai intenzione di portare avanti progetti tuoi?

“No, adesso basta da aiuto regista, ho un altro progetto da regista per il futuro prossimo. Un lavoro un po’ più simile a Pulce non c’è. E anche in quel caso si esplorerà un gruppo familiare, il rapporto genitori figli e il concetto di maternità.”

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Il film è stato tratto da un monologo “I Figli ti invecchiano”, recitato da Valerio Mastandrea, anche lui molto legato a Mattia Torre. Com’è stato il lavoro con lui e, in seconda battuta, con Paola Cortellesi?

“Tengo a precisare che “I figli ti invecchiano” non nasce proprio come un monologo. In realtà nasce da un pezzo che Mattia aveva scritto per il quotidiano Il Foglio e poi è stato riadattato nel monologo reso popolare da Valerio Mastandrea dopo averlo letto nella trasmissione di Cattelan. A differenza per dire di Gola e di altri testi, che nascono come monologhi veri e propri. Valerio Mastandrea è una delle persone più vicine al mondo artistico di Mattia, consapevole di tutti i meccanismi che ti ho spiegato prima. Io e lui ci siamo ritrovati spesso, anche ironizzando, a parlare di come avrebbe fatto Mattia una scena piuttosto che un’altra, ma poi abbiamo girato il nostro film, non doveva essere e non voleva soprattutto essere un’emulazione, una semplice derivazione della sceneggiatura scritta da Mattia. Secondo me Valerio ha fatto il mio stesso lavoro in merito alla scrittura di Mattia, che comunque è stato sempre un riferimento presente durante tutte le riprese.

In merito a Paola, devo dire che si è dimostrata molto affine alla scrittura di Mattia, nonostante non avesse mai lavorato con lui, e un’attrice molto preparata e soprattutto attenta alla lettura della sceneggiatura. Con lei anche è stato facile lavorare, quasi intuitivo come con Valerio, perché ha assimilato fin da subito i meccanismi narrativi dell’autore Mattia Torre.

Anche altri attori del cast come Massimo de Lorenzo, Carlo de Ruggeri, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti ecc. erano molto vicini al suo modo e ai suoi meccanismi di lavoro.”

La scrittura di Mattia Torre ben si adatta a qualsiasi formato o media: romanzo, teatro o cinema. Perde o guadagna qualcosa a tuo modo di vedere a seconda della trasposizione.

“La scrittura di Mattia è un unico mondo, declinarlo per il cinema o per il teatro è irrilevante, non si tratta di adattare niente. Né perde né guadagna. Nasce per essere questo. La scrittura di questo film poteva andare benissimo per diventare un lavoro teatrale per dire.”

In conferenza Lorenzo Mieli ha detto che sarebbero stati tratti altri film dai suoi scritti contenuti in In mezzo al mare. Sette atti comici

“Sinceramente non saprei come si possa fare a trasporli in sceneggiatura. Figli è stata una sceneggiatura scritta da Mattia, secondo me solo lui può riuscire a farlo. È una mia opinione, per carità, e sarei  veramente ben felice di essere smentito.”

La scena che personalmente mi colpito di più nel film è quella con il personaggio di Babak Karimi che chiede alla coppia protagonista “Ma che succede alla fine? Cosa c’è che non va?” e il personaggio di Mastandrea risponde “Che noi ci sentiamo… soli.”. L’ho trovata un po’ il cuore del film, il succo di quello che voleva raccontare.

“Sono d’accordo, è una scena che sintetizza molto bene il loro problema nel film. Non a caso è una scena spartiacque, si può anche togliere dal film senza che in realtà cambi nulla nella narrazione. Mi è stato anche chiesto di provare a tagliarla al montaggio, ma io l’ho difesa molto proprio per il motivo che hai detto te. Per me la scena è proprio una sintesi, un paradigma della coppia del film, ma anche un paradigma del modo di scrivere di Mattia. Quando io ti parlo di irruzioni dell’inconscio nel film, io intendo proprio momenti come questa scena. Io l’ho voluta fortemente conservare perché se un giorno uno dovesse spiegare che cos’è la scrittura di Mattia, quello è il momento che lo racconta di più.

E in quella frase lì “noi ci sentiamo soli”, io mi ci riconosco.”

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