Della tradizione della Commedia all’italiana i vari testi cinematografici dicono come la grande forza dei narratori e scrittori nostrani sia stata quella di riuscire a parlare di se stessi e della nostra società facendo della drammaticità il punto più alto della vena comica, sapendone trattare gli aspetti con arguzia, cinismo e ironia.

Farsi due risate a nostre spese“, tanto per capirsi.

Formalmente nata da Divorzio all’italiana di Pietro Germi, anno 1961, ma già presente sotto forma di varie contaminazioni nell’ultima fase del Neorealismo o, al contrario, nelle primissime fasi della carriera di illustri autori come Mario Monicelli o Ennio Flaiano, le menti dietro a Guardie e Ladri, 10 anni prima del capolavoro sopracitato, ha tra le sue caratteristiche quella di essere morta più volte, per poi essere resuscitata altrettante.

Dopo il tramonto degli anni d’oro, l’epoca della Commedia sexy e i cinepanettoni, è sempre rimasto nell’immaginario cinematografico italiano un sentimento di mancanza e di nostalgia, un sentimento che i Giovanni Veronesi, i Pieraccioni e i Salemme non sono mai riusciti a soddisfare, un sentimento che cercava (e cerca) quello sguardo così intelligente, così puntuale, nero e consolatorio allo stesso tempo, capace di provocarci quel sorriso dolceamaro quando ci guardiamo allo specchio. In questo senso Mattia Torre è stato l’unico ad aver saputo raccogliere il testimone, per le sua testa fuori dal comune, la sua visione geniale, la sua delicatezza, il suo umorismo e la sua profondità.

Nessuno come lui sa far ridere dicendoci allo stesso tempo, schiettamente, che siamo fottuti.

Mattia Torre è scomparso a soli 47 anni, portato via da una lunga malattia raccontata con la solita lucidità in un libro e nella serie La Linea Verticale, e Figli è il suo testamento perché, più di tutti gli altri suoi lavori, è un film in grado di parlare di noi, di tutti noi, che viviamo in questa Italia in questo momento. Un capolavoro di sensibilità, intelligenza, cinismo, umorismo, drammaticità, ma soprattutto umanità.

Figli: un’eredità condivisa

Figli,cinematographe.it

Tratto dal monologo scritto dallo stesso Torre I figli ti invecchiano, esploso sul web dopo la straordinaria interpretazione di Valerio Mastandrea a E poi c’è Cattelan, e che farà parte della raccolta In mezzo al mare – Sette atti comici edita Mondadori, Figli era nella mente di Torre già da diverso tempo. Lo testimonia il fatto che prima della sua scomparsa aveva ultimato la sceneggiatura fino all’ultimo punto, pianificato i primi giorni di lavoro, chiuso il casting e nominato un suo regista di supporto, quel Giuseppe Bonito, suo aiuto regista già da qualche tempo, che doveva aiutarlo nel condividere le fatiche del lavoro, ma che poi si è trovato ad avere l’onere di finire il compito da solo.

Il lavoro di Bonito è stato splendido, così come le interpretazioni di tutti i vari volti che hanno partecipato al film, quasi tutte vecchie conoscenze di Torre: da Aprea a Fresi, passando per De Ruggieri e Karimi, fino ai camei di Sartoretti, Calabresi, De Lorenzo e Imparato, senza citare, naturalmente, i due protagonisti. Tutti quanti uniti dalla stima verso l’uomo e il suo lavoro e con la voglia di raccogliere la sua grande eredità, “un terzo figlio” per Mattia Torre, adottato da tutti loro.

Figli riprende molti degli stratagemmi usati ne La Linea Verticale, soprattutto nel passaggio dalla realtà alla dimensione onirica, immaginata in un grande spazio bianco, usata quando la narrazione allarga la visione dal caso specifico della coppia costituita dagli splendidi Mastandrea-Cortellesi, alle prese con la nascita del secondo figlio, ai vari esemplari di genitori presenti in Italia, ognuno con le sue problematiche e le sue crisi. L’Odissea di Nicola e Sara è divisa in capitoli, ognuno rappresentante una delle fasi di crescita nel lungo percorso per diventare genitori, pur rimanendo se stessi. La regia segue la sceneggiatura in modo ordinato, riuscendo ad esaltarne la genialità e cercando di restituire allo spettatore l’idea originale del progetto.

Figli – Il punto più alto di Mattia Torre

Mattia Torre Valerio Mastandrea, cinematographe.it

La pienezza e l’universalità della scrittura di Torre eleva questo film al più maturo e consapevole dell’autore, segnando la completa realizzazione di quel percorso teso al racconto dissacrante del nostro Paese, iniziato con Boris, ma forse ancora prima con Piovono Mucche, e facendo aumentare la tristezza al pensiero di quanto ancora poteva e aveva da dire una delle menti più brillanti del panorama cinematografico nostrano.

Figli parla del diventare genitori, pur essendo a propria volta figli, parla dell’essere innamorati e avere il coraggio di rimanerlo, parla di continuare a sentirsi delle persone con un proprio percorso di vita, dell’essere donna ed essere uomo, così come padre e madre, tenendo condo delle trasformazioni sociali che questi due ruoli hanno subito nel corso degli anni, scindendone i significati individuali e sociali, superandone i conflitti e i luoghi comuni. Parla del conflitto generazionale, della convivenza e dell’importanza della terza età, parla di vivere in Italia, parla di questa Italia, quella nostra, che divora i sogni e le prospettive di tutti,che tarpa le ali ai giovani, che spinge alla crisi, alle nevrosi e alla alienazione. Parla del sentirsi soli, impotenti e incapaci di amare se stessi e gli altri. Parla dei sentimenti che condiscono i legami familiari, del sapere ascoltare l’altro, di aiutarsi, di accettare le difficoltà, le insicurezze e di accogliere le frustrazioni. Ci parla del senso della vita nascosto tra le mille incazzature a lavoro, le bollette da pagare, le domeniche a casa, le feste di compleanno, le cene a lume di candela, le notti insonni e i pranzi di famiglia, concentrandosi sull’assoluta ironia che pervia le esistenze di tutti noi, sempre sul punto di fare un salto fuori dalla finestra. Parla della forza di resistere, parla del gesto eroico di continuare a vivere, non sopravvivere, nonostante tutto e grazie a tutto.

Figli e la buona risposta del pubblico

Figli,cinematographe.it

Se vale la regola che per inghiottire una pillola a volte è il caso di indorarla, è vero anche che per parlare di tematiche pesanti e drammatiche è necessario cospargerle di un velo di comicità, in modo da poterle rendere digeribili. È così da sempre, lo suggerisce il buonsenso.

Ma se invece per caso ci si rendesse conto che le due cose non devono e, anzi, non sono assolutamente scisse, allora cosa succederebbe?

Mattia Torre aveva una visione di insieme, sapeva cogliere l’ironia delle miserie della condizione umana attuale, dopotutto è sempre stata lì, è parte di noi, noi tutti. Per vederla basta saper guardare. C’è sotto il perbenismo e sotto le chiacchiere vuote di cui ci riempiamo la testa e di cui riempiamo le nostre vite, è negli innocenti pensieri da fine del mondo che facciamo mentre siamo su un autobus dell’ATAC e c’è nell’urlare di volersi appropriare dei vuoti sogni da grande cinema americano sull’uscio della porta una domenica pomeriggio. Un’ironia dissacrante e crepuscolare che si può cogliere in ogni gesto, perfino in uno caloroso, accogliente e materno, come quello di pulire la bocca ad un bambino che si sporca mentre mangia, anche in questo, nella forza della terza passata, si può avvertire un “Bambino, mi stai sul cazzo.

Figli, prodotto da Wildside e The Apartment, è stato distribuito nelle sale da Vision Distribution ed ha debuttato il 23 gennaio scorso, ottenendo una grandissima risposta di pubblico e raggiungendo il terzo posto al box office nel primo fine settimana con 1.400.000 euro di incasso, per poi salire al secondo posto, con un incasso totale che ad ora ammonta a circa 1,6 milioni. Il suo futuro è stato assicurato dalla partecipazione dalla co-produzione di Sky e Amazon Prime Video, due nomi che con tutta probabilità porteranno la pellicola all’estero e ne garantiranno la distribuzione sui vari ed eventuali schermi e schermini portatili o fissi. Una scelta opportuna per un film che non deve, assolutamente, passare inosservato.

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