eugenio barba

Eugenio Barba nel 1964 fonda l’Odin Teatret e in cinquant’anni compie una vera rivoluzione, teatrale, sperimentale e culturale, con il solo linguaggio del corpo e per diversi anni viaggia tra grandi città e posti remoti portando con sé il suo teatro. La vita di Eugenio Barba cambia totalmente quando all’età di nove anni assiste alla morte lenta del padre a cui è tanto legato. Così piccolo scopre cosa significa la mancanza e al tempo stesso l’amore sconfinato di una madre che “incoraggiò i suoi sogni più strani”. Da sempre il viaggio è per Barba qualcosa di fondamentale: libertà, incontrare nuova gente, gustare nuovi sapori. A diciassette anni, dopo la licenza liceale, parte in autostop con l’intento di tornare in Italia alla fine delle vacanza estive e iscriversi all’università, ma in Norvegia conosce una ragazza… Il resto della sua storia è più o meno nota e qualcosa di intimo e personale lo racconta lui stesso.

Eugenio Barba: “Ho voglia che l’Odin sia oggi un paradosso e domani un’ovvietà”

In occasione dell’uscita in sala di Il paese dove gli alberi volano, il film documentario sui festeggiamenti del mezzo secolo dell’Odin Teatret, abbiamo contattato Eugenio Barba. Giusto poche domande e risposte per capire quanto il teatro è stato per questo “migrante italiano” fonte di “salvezza”, con cui comunicare in tutto il mondo.

Emigrato in Norvegia, dopo gli studi ha scelto il teatro. Perché?
La mia scelta teatrale non è stata per necessità artistica o vocazione. Il teatro é stato un modo per nascondere la mia identità nazionale. Erano gli anni 50 e a quei tempi l’Europa era piena di migranti italiani. In Norvegia, come operaio e studente, ho vissuto due situazioni: la più generosa accoglienza e il più schifato rigetto. Ospitalità e razzismo. Ho immaginato di aggirare il problema. Come regista, quindi come artista, le persone si rivolgono in un altro modo, ti giudicano su categorie estetiche e non per il colore della pelle o per il passaporto che mostri.

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Una vita dedicata all’arte, in giro per il mondo. Quale è la “mission” dell’Odin Teatret?
Ho sempre considerato il teatro un mestiere. Ho lavorato in Norvegia per anni in un’officina meccanica e so, come saldatore, che esiste un’etica di lavoro elementare e fondamentale: tenere in ordine gli arnesi, pulito il posto, curare i dettagli, sentire orgoglio nel lavoro ben fatto. Su questi valori ho costruito l’Odin Teatret, preparato i miei attori e condiviso con loro le condizioni che ci siamo imposte. Più che una missione, ho voglia che l’Odin sia oggi un paradosso e domani un’ovvietà.

In tutti questi anni ha mai sentito la mancanza dell’Italia?
Ho vissuto più di sessant’anni all’estero come un’avventura che mi riempiva di stupore e riconoscenza. L’incontro con persone cosi diverse e che tu senti così vicino è una sensazione che ricorda quella dell’innamoramento. Non ho mai sentito la mancanza dell’Italia, spesso dei miei amici italiani.

Lei ha compiuto un’importante rivoluzione e sperimentazione teatrale. In un periodo storico in cui tutto va veloce e la vita reale si è spostata sul web, crede sia ancora possibile un teatro per strada e sociale?
Quando mi sposto per il mondo, vedo che esiste ancora molto teatro di strada, sociale, impegnato, pronto a rischiare, a dare un senso che vada oltre a quello immediato di intrattenimento diversivo o culturale che uno spettacolo ha. Nonostante le nuove tecnologie, quella arcaica del corpo umano in relazione a un altro corpo umano rimane la più efficace per arrivare alle viscere dello spettatore. C’è un mondo al di fuori di Verona, dice Shakespeare. Non deve lasciarsi ingannare dalla situazione italiana.

Tra tanti spettacoli fatti ce n’è uno che porta nel cuore?
Quello prossimo, si chiama Volare, debutterà a settembre 2016 e in esso sono proiettate tutte le illusioni, speranze ed energie di noi tutti dell’Odin.

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