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Solo un’ora e trentadue minuti di vita. È questo che resta al prossimo protagonista del nuovo film di Daniele Luchetti, Momenti di trascurabile felicità. Sarà nelle sale dal 14 marzo, ma il regista e sceneggiatore ce ne parla in occasione del suo incontro al festival Fare critica, che si è tenuto dal 19 al 23 febbraio a Lamezia Terme. Un evento per incontrarsi, confrontarsi ed esplorare il rapporto degli artisti del mestiere con il mondo della critica, tra teatro e cinema. Interrogativi che anche noi di Cinematographe.it abbiamo posto al cineasta, dove Luchetti analizza il ruolo che ha avuto la critica nella sua carriera e con i film di oggi. E, poi, di quella volta di Mario Sesti…

Ad un festival di critica, la prima domanda non può che essere: qual é il tuo rapporto con la critica? 

Buono. È cambiato tantissimo negli anni, prima stavo lì ad aspettare davanti al giornalaio che uscissero le riviste e i quotidiani, ora ho un atteggiamento più rilassato, aspetto la rassegna stampa del giorno seguente. A dire la verità, però, sono cambiati tanto anche i film. Una volta esisteva il cinema che aveva bisogno della critica, oggi si fanno opere più chiare ed anche gli spettatori sono portati ad avere un’indipendenza più ampia. Anche delle interpretazioni, dunque, c’è meno bisogno. Inoltre è mutato il genere di appartenenza della critica: prima era qualcosa di più letterario, ora ha una forma più snella, evoluta, aperta.

C’è mai stata una critica che ti ha aiutato nella carriera? Positiva o negativa che sia?

Nei primi anni pendevo proprio dalle labbra dei critici. Una volta Mario Sesti scrisse che usavo un “meccanismo di novità in ogni scena”. Era una cosa che non sapevo neanche di fare. In verità, poi, ho capito che è pericoloso leggere e cercare di rifare ciò che viene scritto o ciò che hai già fatto. Quando riesci a fare centro è perché sei all’interno di un tuo percorso personale. Puoi anche sviscerare quello che hai fatto per studiarlo a fondo, ma non è possibile ripeterlo, l’unica maniera sarebbe riprodurre le condizioni che c’erano state la prima volta che lo hai girato. È curioso, ma è raro che mi arrivi qualcosa di utile dalla critica quando mi approccio ad un nuovo film.

Anche fare film è un atto critico. Come ti poni dunque nei confronti della tua poetica e come è cambiata attraverso gli anni?

Ho cominciato perché mi piacevano i film. Ho continuato perché mi piacciono le persone. L’oggetto cinema però è cambiato. Oggi cerco personaggi, società e argomenti che hanno a che fare con ciò che sento e ciò che vedo. Inizialmente facevo film solo perché vedevo altri film.

Daniele Luchetti: “L’interpretazione dei film? Serve meno, il pubblico ha più possibilità di conoscere.”

Il tuo prossimo film, Momenti di trascurabile felicità, è tratto dal romanzo di Francesco Piccolo. Da dove arriva questa origine? 

I libri di Piccolo mi piacciono sempre molto. Ci ritrovo elementi di identificazione. Piccolo è colui che tenta di “sdoganare il cazzeggio”. Ha umorismo, autoironia, guarda alle persone comuni. Mette queste componenti nel suo libro ed io ho cercato di riflettere lo stesso umore nel film. Anche se una buona parte della pellicola si discosta dalla narrazione del romanzo, che ho inventata direttamente da me.  

Al tuo protagonista dicono che, dopo uno sbaglio, restano ancora un’ora e trentadue minuti di vita. Se accadesse a te, cosa faresti in quel tempo rimanente? 

Andrei in palestra. Una persona in queste occasioni fa quello che non ha mai fatto o non farebbe mai nella vita, no? 

Perché hai scelto come protagonista Pif? E cosa comporta dirigere un attore che è anche regista?

Credevo fosse la persona ideale per il tono che volevo si presentasse nel film. È un personaggio, sia Pif che il suo ruolo, strano. Si aggira tra realismo e fiaba. Anche la sua camminata è particolare. Non è un uomo di questo mondo. E dirigerlo è stato facilissimo, si è messo totalmente nelle mie mani, proprio perché anche lui fa questo lavoro. 

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