Borghi e Dempsey parlano di Diavoli: “Non vediamo l’ora che la gente veda la serie”

Intervista ai protagonisti di Diavoli, la miniserie crime-thriller sul mondo dell'alta finanza in onda dal 17 aprile su Sky Atlantic.

Il mondo sta cambiando, sia quello che viviamo, sia quello delle serie tv. La nostra quotidianità è stata stravolta da un virus all’apparenza inattaccabile che ha costretto – e sta costringendo – ogni settore a rimanere a casa, mentre l’universo seriale, già ricchissimo e in continua espansione, sceglie di addentrarsi in qualcosa di altrettanto intangibile, ma che, allo stesso modo, pervade le nostre vite. È la finanza il tema principale di Diavoli, nuova serie originale prodotta da Sky e Vox Vide che rende concreti quei numeri e quei movimenti invisibili, senza cui nessuna economia o politica potrebbe andare avanti.

A rivestire il ruolo del protagonista, in una inedita chiave anglofona, è Alessandro Borghi, alias Massimo Ruggero, nella serie squalo della finanza che dovrà fronteggiarsi con un veterano del piccolo schermo come Patrick Dempsey e lasciarsi affiancare dalla sempre ottima collega Kasia Smutniak. Sono proprio gli attori a raccontarci i retroscena di Diavoli in una nuova forma di conferenza stampa online ai tempi del COVID-19, affiancanti – soltanto attraverso tableaux digitali – dai registi Nick Hurran e Jan Michelini e dall’autore da cui è tratta la serie (nonché sceneggiatore) Guido Maria Brera.

Intervista a Patrick Dempsey, Alessandro Borghi e Kasia Smutniak che nella fiction Sky Diavoli interpretano Dominic, Massimo e Nina

Cominciando dagli attori, dopo aver girato la nuova serie tra Roma e Londra, dopo aver esplorato il mondo della finanza, sapreste dirci chi sono i veri diavoli e come mai avete scelto di farne parte?

Alessandro Borghi: “Interpretando il personaggio di Massimo Ruggero ho scoperto che i diavoli non sono quelli che inizialmente pensavo. Tra gli uomini di finanza c’è chi non mette in primo piano l’etica, ma dall’altra c’è per chi, invece, è la cosa più importante. Quindi, alla fine, penso che i diavoli sono quelli che hanno il coraggio di mantenere l’ordine in un momento di caos. Questo perché la finanza è sempre più uno strumento politico e di potere. Quindi bisogna saper distinguere, non ci sono solo cattivoni, ma anche chi cerca di renderla un valore aggiunto per i cittadini e lo Stato.”

Patrick Dempsey: “Ho accettato la parte in Diavoli perché ho trovato la sceneggiatura davvero avvincente. Si trattava di un’opportunità per imparare qualcosa che mi è estraneo e anche per lavorare in Europa. Sono stato felice della mia scelta e devo dire che, a livello di tempistiche, la serie sta uscendo in un momento davvero straordinario.”

Kasia Smutniak: “Forse ciò che più mi è piaciuto della mia Nina è stata l’occasione che ho avuto per mostrare una doppia faccia. Il poter parlare insieme di un dolore personale e di un ambito difficile come quello della finanza. Il mio personaggio sta esattamente nel mezzo tra il bene e il male e questa ambiguità è ciò che porta e che c’è all’interno della serie.”

È proprio una continua dualità quella che va caratterizzando, infatti, tanto il racconto, quanto i personaggi.

K.S.: “Oltre al mio dolore, ossia quello di Nina, in Diavoli dovevo anche confrontarmi con il personaggio di Dominic interpretato da Patrick. È proprio questa maniera di affrontare diversamente una perdita e, dunque, una sofferenza a tenerli uniti, ma insieme diventa inevitabilmente anche ciò che li porta a dividersi.”

A.B.: “Tutti i personaggi di Diavoli portano al proprio interno un estremo dualismo, sia una propria parte buona, che una cattiva. Spero proprio che, a fine stagione, ogni spettatore sia riuscito a cogliere entrambi gli aspetti e non necessariamente stare tutti dalla stessa parte. C’è chi magari penserà che Massimo si è comportato correttamente, chi invece criticherà le sue azioni. Persino io ancora non so se il mio personaggio sia nel giusto o si sia avviato sulla strada sbagliata e questa è la cosa che preferisco.”

P.D.: “Credo che ognuno debba stare attento alle proprie azioni. Tutto ciò che è mosso da egoismo finisce per pagare il proprio prezzo, ciò che invece è fatto con spirito di giustizia e buona volontà allora può portare benefici. Questo è quello che si vede nella serie e come tutto questo condizioni poi, su larga scala, gli individui e il business.”

Per preparare i vostri ruoli, così ben inseriti nelle loro scrivanie e nelle dinamiche finanziarie, vi siete ispirati a qualche personaggio reale?

P.D.: “Non è servito perché ho avuto la possibilità di trascorrere del tempo con Guido (Brera) che, in più, mi ha dato una lista di libri da leggere. L’importante era poi essere consapevoli che tutto ciò che spingeva i personaggi erano le loro scelte e, in base ai loro lati positivi o negativi, causavano poi gli avvenimenti più importanti.”

A.B.: “Tutti i riferimenti erano legati al libro e all’80% è stata l’amicizia con Guido a farmi calare al meglio in contesti in cui non avrei mai avuto a che fare e che mi hanno aiutato così a uscire dai miei luoghi comuni. Inoltre, cosa che non credevo sarebbe capitata, è stato anche attingere alla mia italianità ad aiutarmi a costruire bene il personaggio. C’è una puntata di Diavoli dedicata interamente all’Italia e, fino a che non è stata girata, quasi rifiutavo questa italianità da mettere nel personaggio. Come un po’ fa Massimo stesso nella serie, con quelle origini che gli hanno fatto troppo male e che cerca, dunque, di mettere da parte. Ma è proprio quando torna in Italia che se le ritrova davanti. È come se, quindi, agisse in maniera inconscia e così è avvenuto anche a me. Sul set c’erano tantissimi attori internazionali e ognuno aveva il proprio modo di approcciarsi al ruolo, e così anche io cercavo di mantenere un certo controllo per essere in linea con ciò che serviva alla serie. Ma quando in quella puntata Massimo crolla, allora si è sgretolato anche questo muro che avevo innalzato e ecco venire fuori l’italianità, che per me è sempre stata legata alla mia parte più intima e, così, è stato anche per Massimo.”

K.S.: “Anch’io sono partita dal libro di Guido, un lavoro che ha la capacità di parlare di fatti noiosi come la finanza, ma riesce a farteli capire e sa appassionare anche chi, di quell’universo, non capisce nulla. Tutto dando un tocco passionale, quasi romantico. È così che la storia e la sceneggiatura mi hanno colpito tantissimo, sia per il linguaggio utilizzato che per le emozioni che ti coinvolgono. C’è moltissimo realismo e mi sento di consigliare sia il libro che la serie davvero a tutti, sia a chi è interessato al tema, sia a chi non ne è mai importato nulla.”

Come è stato il confronto con la lingua, visto che Diavoli è girata in inglese?

A.B.: “Penso che ancor prima di parlare della lingua bisogna parlare del personaggio che si va ad interpretare e, se è scritto bene e dietro c’è un team che lo supporta, non ci sarà nulla di troppo difficile. Non credo nella frase che un bravo attore deve saper fare tutto, sono piuttosto convinto che ci sono elementi che più si avvicinano alle sue corde e altri meno. Non posso negare certo che ci fosse un timore iniziale nel dover girare in inglese, ma molto era dovuto anche al fatto che dovevo applicarlo a termini precisi della finanza. Ma le persone che ho avuto accanto mi hanno aiutato e l’incontro con Patrick è stato uno dei più meravigliosi della mia carriera. Non vedo l’ora di sapere cosa le persone pensano di Massimo Ruggero.”

Diavoli: Alessandro Borghi e Patrick Dempsey: “Non vediamo l’ora che la gente veda la serie e ci dica cosa pensa dei personaggi”

Visto che è stato citato molto il libro da cui è tratta Diavoli, cosa puoi dirci Guido sulla realizzazione della serie, sulla trasposizione televisiva e sul confronto tra finzione e finanza?

Guido Maria Brera: “C’è stato un lavoro collettivo. Sono stati tutti preziosi nel saper trasportare in una serie tv qualcosa che non è possibile toccare, qualcosa di così sistemico, qualcosa che condiziona così tanto i cittadini eppure non si vede nemmeno. Prima di Diavoli il mondo della finanza era visto come fatto solo da donne, droga, soldi, azzardi. Qui, invece, abbiamo dei veri monaci guerrieri e devo dire che il cast è stato una fonte imprescindibile per la realizzazione, senza di loro la serie non avrebbe potuto aspirare a nessun successo, hanno davvero messo potenza in un argomento così difficile. Per quanto riguarda la terminologia in particolare, abbiamo scelto di preservare alcune parole che era necessario utilizzare. Nella serie, però, rimane tutto molto chiaro e il motivo principale è proprio perché non ci si è voluti sottrarre ai termini difficili.”

E come è stato portare questi monaci guerrieri e il loro mondo davanti alla camera da presa? È innegabile che con Diavoli ci si sia spinti anche verso una ricerca di stile personale, dalle architetture londinesi ai tagli di immagine.

Ian Michelini: “È stata un’impresa niente male mettere insieme un argomento così difficile e renderlo nella maniera più originale possibile. Bisogna ringraziare prima di tutto Sky e Lux Vide per il suo sguardo su grandi opere internazionali e tutta la serie di cervelli artistici che hanno collaborato alla serie. Nick prima di tutti, è stato geniale nell’impostare la serie, ha messo la propria paternità dandogli uno stile definito, tutto con una direzione fantastica. La chiave è stata quella di mantenere sempre una dose di umiltà, solo con questa si possono creare cose davvero belle.”

Nick Hurran: “Una delle caratteristiche più utilizzate è stata quella delle superfici riflettenti. Questi riflessi per me vanno a simboleggiare proprio il voler nascondersi alla vista, un vero e proprio gioco di specchi. Quelle architetture e quelle superfici che brillano, in verità nascondono ciò che è il potere dietro la luccicanza.”

È venuto fuori che, oltre alla finzione della serialità, è il realismo a smuovere gli accadimenti di Diavoli. Quanto è stata importante, dunque, questa componente e quanto è possibile legare la serie all’attualità?

G.M.B.: “La finanza è un ambiente molto laico e Sky e Lux Vide erano interessati proprio alla sua complessità. Alla fine della serie spero che la gente non solo ne saprà di più, ma si sentirà anche più schierata. In ogni caso è incredibile come l’attualità sia entrata in Diavoli e viceversa. I vari sistemi e profili economici e politici sono stati messi in ginocchio dal coronavirus e adesso ne stiamo vedendo gli effetti, traendo paragoni e conclusioni. C’è ancora speranza, ma ormai sarà inconcepibile pensare a una catena di montaggio come quella che avevamo e che si è dimostrata assai fragile. Questo cambierà e probabilmente anche il capitale, cercando di avviarsi verso una crescita più sana e a una nuova sostenibilità.”

N.H.: “Diavoli si è dimostrata una serie pregnante anche per le sue tempistiche alla fine. Ma quando è stata pensata nessuno aveva in mente la possibilità di una pandemia mondiale, se non Bill Gates. E in Diavoli ciò che crea lo shock non è solo la potenza della storia, ma come è stata scritta da Guido, come soprattutto ha saputo usare il suo protagonista. Bisogna però non dimenticare mai che Diavoli è per sua natura un thriller, che integra con energia instancabile storie accadute e di fantasia. Volevamo che fossero riproposti momenti scioccanti, ma sempre all’interno del suo genere d’appartenenza.”

I.M.: “Stiamo vivendo una coincidenza incredibile. Quello che stiamo attraversando adesso è un periodo impensabile, che però ci riporta alla mente proprio a quella crisi e ai quei giorni del 2010 e 2011. Di realismo in Diavoli ce n’è molto e abbiamo cercato di integrare schegge di news e telegiornali allo stile complessivo delle puntate. Chi è responsabile di decisioni così grandi si trova sempre a doversi confrontare con il proprio libero arbitrio, così sarà anche per i personaggi della serie.”

Diavoli: Ci sarà una seconda stagione? Ecco le prime indiscrezioni…

Diavoli - Cinematographe.it

Quale pensate che sarà il cambiamento per il cinema, la tv e l’industria dello spettacolo dopo questo virus? Un universo già molto cambiato rispetto a quando la serialità ha cominciato a diventare una cosa seria anni fa, ma che continua a mutare e che, ora, si trova in un momento critico.

A.B.: “Penso ci sarà un cambiamento inevitabile e sarà presente sia nelle nostre vite, che nel nostro lavoro. Probabilmente nel primo periodo le produzioni ridurranno le troupe e il contatto. Ma spero che il futuro prossimo sia soltanto un momento di transizione per poter tornare ad un lavoro come sempre è stato fatto. Ognuno di noi è indispensabile in questo ambiente, se fino ad oggi siamo stati cento, domani non possiamo rimanere cinquanta per riuscire a fare ciò che serve, mettendoci il giusto amore.”

P.D.: “Credo che la televisione ora sia diversa in quanto abbiamo nuovi formati, nuove piattaforme. Ora come ora poi dobbiamo stare a casa e possiamo vedere ciò che vogliamo, quando vogliamo e come vogliamo. Adesso che la gente è confinata tra quanto mura sarà interessante vedere cosa sceglierà di vedere. Posso dire che, per quanto riguarda l’industria, nulla è permanente, tutto cambia e si evolve, cambia pagina e il resto. Spero che tramite il cinema e le serie tv la gente possa trovare una guida, una sorta di speranza e un senso per andare avanti.”

A.B.: “Sono d’accordo con Patrick. E citando anche una frase che Guido ha usato qualche giorno fa: non bisogna tornare come prima, perché è proprio quello il problema. Quindi bisognerà migliorarci, è necessario stare più attenti a quello che ci circonda. Forse è il momento di non rincorrere più il successo, ma di ricordarci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quindi fermarsi, respirare e assicurarsi di non aver fatto male a nessuno.”

P.D.: “Esatto. Non credo che riusciremo più a guardare al mondo di oggi allo stesso modo. Fino ad ora eravamo mossi da una spinta verso una costante crescita e c’è il bisogno di rivalutare questo movimento. Siamo sull’orlo del caos e dobbiamo comprendere cosa, da adesso in poi, è sostenibile. Questa è la risposta che dovremo trovare.”

K.S.: “Io ripongo la mia speranza nella generazione dei nostri figli. Questa esperienza sta cambiando le nostre vite e le loro. I nostri ragazzi sono molto più consapevoli rispetto a quanto lo eravamo o lo siamo noi stessi. Sullo sfruttamento della politica, sull’impatto economico e politico, su quello ambientale. Spero proprio che questa situazione serva a qualcosa.”

Tornando alla serie, c’è la possibilità per una seconda stagione di Diavoli? A rispondere è direttamente Nils Hartmann, senior director original Sky Italia, che dà già i primi succosi dettagli su come continuerà la serie…

Nils Hartmann: “Già stiamo pensando e scrivendo la seconda stagione con Guido e tutto il team di Lux Vide. Seppur la prima stagione partiva con la crisi della Grecia nel 2009, ad oggi sembra incredibilmente attuale. Quindi pensavamo di aprire la seconda stagione non con le guerre come erano fatte al passato, ma quelle moderne, contemporanee, combattute non più con le bombe, ma con il mercato e la finanza. La prima puntata della seconda stagione si apre con i due protagonisti che si incontrano in una Milano vuota ai tempi del coronavirus, poi la serie tornerà indietro ai tempi dell’inizio della Brexit. Non possiamo non raccontare la realtà facendo finta di niente. Ma non possiamo ancora sapere cosa accadrà.”