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Editoriale | Il Primo Re: la nascita di Roma come la (ri)nascita della produzione cinematografica italiana?

Perché la nascita di Roma ne Il Primo Re potrebbe essere la (ri)nascita della produzione cinematografica italiana?

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Una pietra, delle mani. È la prima inquadratura de Il Primo Re, l’immagine che darà il via al racconto cinematografico di Matteo Rovere, l’iconografia da cui scaturiranno gli eventi che porteranno alla nascita di Roma. Mani che si sporcano, che si tagliano e fanno uscire fuori sangue. Mani che, dalla privazione, hanno tirato su un popolo, una patria, un impero. La pietra su cui le mani si scagliano è solo roccia, nient’altro. Sta agli uomini modellarla, servirsene, usarla per costruire il sostegno della loro crescita futura. Antichi artigiani quelli che si affacciano al mito della fondazione della città eterna, gli stessi che, anni e anni dopo, sono pronti a narrare con una delle forme più moderne di tecnologia il momento della nascita della Storia.

È merito dell’applicazione delle maestranze nostrane se, all’inizio di questo 2019, possiamo vedere al cinema un lavoro tanto ambizioso e tanto tenace come Il Primo Re. Artefici di un mondo selvaggio, ostile, lontano non solo da ciò che conosciamo nella nostra contemporaneità, ma impensabile da riprodurre con tale efficacia all’interno del panorama italiano. È, infatti, il coraggio che contraddistingue il quarto film di Rovere. La caparbietà di un regista e la forza d’animo di una produzione che non si è tirata indietro.

Il Primo Re, tra co-produzioni, fuoco e fiduciaIl prim re cinematographe

Tra co-produzione e fiducia, Il Primo Re mette insieme nove milioni di euro e ne sfrutta con attenzione ogni centesimo, investito su una sceneggiatura che rende sostanza cinematografia il mito romano e in un lavoro di minuzia che si mischia al fango, al fuoco, alla terra del passato. Ma è, soprattutto, in un’idea in cui hanno creduto Groenlandia, Rai Cinema, Gapbusters e Roman Citizen. In un’idea di cinema che è incosciente continuare ad ignorare. Un’idea che ha fede nelle proprie potenzialità, più di quanto la nostra cinematografia ha mostrato di possedere negli ultimi anni. Un’idea che si auto-alimenta della passione di quest’arte, ma che comprende bene la follia di non legare a tanto amore anche le necessità economiche che, se raggiunte, potrebbero davvero risanare quella frattura tra prodotti italiani e gusto del pubblico, sfruttando la spettacolarità che il nostro cinema pensava di non poter presentare.

Se la nascita di Roma è la conseguenza della costrizione di Romolo nel dover sfidare il proprio stesso fratello per proteggere la fiamma sacra e, pur di portare a compimento la propria missione, di veder compiersi la profezia di morte annunciata, è allo stesso modo il sacrificio quello posto nella fattura tecnica e artistica de Il Primo Re. La messa in atto di una prova impensabile che, dalla speranza di intravedere nello spettro delle novità italiane un prodotto simile, ha contribuito a svecchiare la produzione della filiera e a rivelare delle abilità di cui, forse, neanche noi eravamo a conoscenza. Un’opera che ha fatto sì che la parola “innovazione” avesse un corrispondente non aleatorio, ma ben tangibile, non più legato solo ad un significato usato troppo spesso con vuotezza.

Dalla nascita di Roma, alla possibile (ri)nascita della produzione italianaIl prim re cinematographe

Quattordici mesi di post-produzione, attori impegnati per cinque mesi in sequenze di lotta per poter eseguire le coreografie dei combattimenti diventando stunt di se stessi, l’acquisizione della lingua protolatina unita ad una fisicità che, nel corso del film, porta il corpo ricurvo e primitivo dei personaggi alla statura retta di chi sta per mettere le proprie radici davanti agli uomini e davanti a Dio. L’opera di Matteo Rovere è certamente cinema, ma ancor di più è impegno e volontà di riuscita, imposizione di un’ottica imprenditoriale che può aiutare l’industria italiana non solo nel migliorare i propri lavori, ma nel riacquisire quella gran parte di pubblico che ha smesso da tempo di interessarsi a cosa l’Italia avesse da dire, da raccontare. E, ancora di più, cosa avesse da mettere in scena. “Un film, ma anche un auspicio che possa essere un elemento di rinnovo nella nostra cinematografia.” afferma Rovere “Perché pensiamo esista un pubblico che vuole vedere storie diverse.”.

“Spero che Il Primo Re sia l’inizio di un percorso per il cinema italiano. Essendo poi anche un produttore spero di poter arrivare a costruire con gli autori storie nuove e mi auguro che arrivi, per i film italiani, un’innovazione più costante.” Continua il regista nella nostra videointervista “Ho letto degli articoli sul rinnovamento del cinema italiano, con quei due o tre film nominati tra cui c’era anche il mio Veloce come il vento, che si dice abbiano caratterizzato una sorta di new wave italiana. A me, però, ha deluso il fatto che non si sia proseguito a questi film con continuità. Non esiste ancora per l’Italia una cinematografia come industria, che c’è invece per tante nazioni estere come l’Argentina, il Messico, la Spagna, per non dire Stati Uniti o Inghilterra. Non abbiamo un modello industriale che si possa reiterare e regali poi allo spettatore una costanza. […] I film sono tutti diversi tra loro, ma il rapporto con il pubblico dovrebbe essere perpetuo e dovrebbe avere un significato per gli autori. Questo è fondamentale.”.

Come Romolo pone la base per la fondazione di Roma, nell’accoglienza di poveri, omicidi, derelitti e coloro che ne richiedevano asilo, così Il Primo Re può rappresentare la (ri)fondazione del cinema italiano, che faccia spazio a creatività, inventiva, ma in maniera maggiore anche a fermezza e, ancora, coraggio. Sta adesso al pubblico il compito successivo, sta allo spettatore fare in modo che la sala si riempi. Per amplificare il messaggio che il film ha voluto mandare, per assodare il proprio bisogno vorace e primordiale di avere storie coinvolgenti e uniche da poter vedere e ascoltare. Come i primi uomini facevano con i loro miti.

 

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