Cinematographe.it, Youth - La giovinezza

Fred (Michael Caine) e Mick  (Harvey Keitel), amici da sempre, uniti da un rapporto strettissimo, il primo compositore e direttore d’orchestra, il secondo regista famoso, ora, ottantenni, trascorrono un periodo di vacanza in un hotel nelle Alpi svizzere. Il racconto dello stallo per tutti i personaggi. Fred non ha alcuna intenzione di tornare a dirigere un’orchestra, anche se a chiederglielo è la regina Elisabetta d’Inghilterra, Mick invece lavora al suo nuovo e ultimo film per il quale vuole come protagonista la vecchia amica e star internazionale Brenda Morel. Entrambi, lì, tra le Alpi, ragionano sul passato e sul presente, sul tempo, immobile e figlio anche dell’eracliteo tutto scorre, e sul corpo. Questa è la trama di Youth – La giovinezza, film complesso e stratificato di Paolo Sorrentino; non si conclude però in essa, anzi va molto oltre. Fare troppo riferimento alla trama per un film come questo, come per quasi tutti quelli del regista napoletano, è difficile e inutile, direbbe poco del significato stesso di Youth e cercare di comprenderne, comprimerne e trovarne uno solo è altrettanto difficile e inutile. Youth è un cristallo multisfaccettato, può essere anche un vuoto fondo di bottiglia fatto di belle immagini e di raccordi assurdi per darsi un tono autoriale; Youth può essere pieno e privo di senso allo stesso tempo.

Un film che si concentra sui corpi per dare suggestioni con cui lo spettatore deve fare i conti

Paolo Sorrentino fa un cinema diverso ed è un regista diverso; i suoi film non raccontano, piuttosto mostrano. La sua non è una narrazione didascalica, “abbozza”, pone immagini di fronte ai nostri occhi e poi sta allo spettatore darne un senso – o forse trovarlo. I suoi personaggi sono assurdi, folgorazioni spesso, i suoi dialoghi spiazzanti, le inquadrature talmente rigorose e geometriche da risultare perfette o anche barocche, ricche, circensi.

Youth – La giovinezza è un film che non rassicura, che non toglie i dubbi, che prende personaggi secondari e li porta al centro per pochi secondi per far fare loro cose insensate, prende i suoi protagonisti e li scopre a poco a poco e forse non li scopre mai fino in fondo. Non dà risposte ma suggestioni, non indica allo spettatore una via certa da percorrere, lo getta piuttosto, anche se con delicatezza, in un labirinto intricatissimo e misterioso tra il corpo florido di Madalina Ghenea e quello “musicale” e invecchiato di Michael Caine. La storia/non storia di Fred e degli altri ospiti dell’albergo, alle volte inquieta, alle volte commuove silenziosamente e malinconicamente, alle volte forse diventa incomprensibile perché Sorrentino scrive un gioco affascinante tra corpo e musica, tra parole e silenzi, tra dialoghi e collegamenti. Youth proprio per questo rientra nella cinematografia “ultima” di Sorrentino, misteriosa e intricata, intensa e ricca, da molti critici giudicata narcisistica, onanistica, intellettualoide; l’autore pone al centro il corpo, come insieme di materia e organi e votato inevitabilmente al disfacimento. La pellicola del cineasta è funerea e onirica, piena di struggimento e di speranza – si parla anche di libertà di fare, di agire -, nonostante tutto.

Da questo punto fatto di nervi e muscoli, di ossa e carne nasce e si apre l’opera stessa – che diventa dicotomia di giovinezza e maturità, di passato e presente, di memoria e assenza della stessa che si cedono il passo -: il corpo nudo, rappresentazione di Dio, di Miss Universo (Madalina Ghenea) che affascina e infiamma, quello ammalato, “asfittico” e burroso dell’uomo dal piede d’oro (una sorta di replica di Maradona) che è solo pallida immagine di ciò che è stato una volta, quello di Fred e della figlia Lena (Rachel Weisz) spesso mollemente adagiati su lettini per farsi massaggiare e infine quello del compositore e dell’amico Mick colti, immersi nell’acqua, in brumosi bagni turchi, tra discorsi filosofici, reali e surreali. Sorrentino segue questi corpi che attendono in una placida malinconia quasi noiosa, aspettano che qualcosa succeda, che il futuro diventi presente, di poter riavere ciò che hanno perso.

Si scoprono un sacco di cose toccandosi

Così dice la massaggiatrice a Fred, esperta proprio nel e del tocco; e se è vero che si scoprono moltissime cose proprio grazie a questo senso, i personaggi di Sorrentino sanno poco degli altri perché si toccano pochissimo, solo “per lavoro”, non per slancio emotivo, sono solo corpi manipolati, corpi coperti di fango, in piscina, sudati in sauna. Sono solo carne, poca sinergia di anime.

Cinematographe.it, Youth - La giovinezzaUna profonda sinergia tra corpo e musica

C’è sinergia invece tra musica e corpi, una sinergia sottile e poetica come se fossero l’una il complemento protesico degli altri, e lo spettatore assiste spaesato e ammutolito a tale sinfonia. Ballinger dirige la natura, il verso delle mucche, il fruscio degli alberi, suona la carta di una caramella, come faceva con gli strumenti della sua orchestra; la melodia, dolce e struggente, intonata da una cantante elegantissima nel suo abito, lascia il posto e si compenetra al suono di lei che squarcia, come animale vorace, un’ala di pollo. Corpo e musica, musica e corpo e Sorrentino li fa suoi usandoli come i silenzi e le parole, come il rigore e la sovrabbondanza. Paradossalmente da questo emerge chiaramente la mancanza, l’assenza di qualcosa: Mick è alla ricerca dell’ultima frase con cui concludere il suo testamento (“Con che battuta può chiudersi il mio ultimo film?”), Lena, dopo essere stata lasciata dal marito, si distrugge e si tormenta (“Cosa mi manca per essere amata?“).

In questo mare di mancanze che si modula nelle giornate dei personaggi, da Fred a Mick, dal giovane attore Jimmy Tree (Paul Dano), ossessionato dai fan che di lui ricordano solo l’interpretazione di un robot che lui odia, nonostante abbia recitato anche in altre pellicole, allo scalatore malinconico e solitario dalla barba lunga che si salva dall’ansia rimanendo sospeso nel vuoto, dalla disperata Lena alla coppia indecifrabile che non parla mai, la musica diventa parte integrante del film, un personaggio di Youth – La giovinezza che respira degli uomini e delle donne del film stesso. Abbraccia tutti quei tristi malinconici e allo stesso tempo stringe lo spettatore portandolo in un mondo lontano, un altrove onirico e poetico e, a tratti, fortemente criptico. La musica sostiene con le sue note tematiche care al regista: il tempo – in un negozio colmo di orologi Ballinger li fa suonare contemporaneamente come a liberarli dall’umana percezione, come a dire che le nostre esistenze sono solo un tutto scorre eracliteo -, l’arte, la quasi “leggerezza” della vita e insieme la sua drammaticità – una ragazzina dice a Jimmy, complimentandosi per un film che non ha visto nessuno in cui interpreta un padre, scappato per timore delle responsabilità, lasciando crescere da solo il figlio: “Quella scena mi ha colpito per un motivo, perché ho capito che tutti siamo inadeguati alla vita. Ed è proprio per questo che non possiamo averne paura“.

Sorrentino porta al cinema un uomo in bilico tra ieri e oggi

A Fred e a Mick, corpi cadenti, immobili statue che ricordano a tratti – e alle volte non ricordano nulla, parafrasando: “non ricordo niente dei miei genitori” -, bisognosi di qualcosa, qualcuno, manca la giovinezza pur essendo proprio questo il titolo del film. Non hanno nostalgia della carne soda, dei capelli folti e vitali, si rendono conto che non sta nella giovinezza la felicità, riportando alla memoria il passato, aprono squarci su tediose giornate, uguali le une alle altre – se Fred oggi sembra essersi accorto, anche grazie al rapporto ritrovato con la figlia di molti errori, da giovane è stato marito e padre indifferente, intrappolato nella sua musica, tra gli accordi del suo pianoforte e cuore e testa che fuggivano da un’altra parte. Hanno mentito, hanno fatto soffrire chi stava loro attorno, il loro ieri era una lenta, inesorabile sonata che solo a tratti cambiava ritmo trasformandosi in “allegro”. Youth sta proprio lì, in bilico tra ieri e oggi, tra giovinezza e vecchiaia, tra discorsi sconclusionati e silenzi riappacificatori.

Su tutto questo aleggia una grande parola, un grande concetto: libertà. Quella che fa tornare sui propri passi, che fa compiere virate nella propria vita, che fa arrivare dove, forse anche senza saperlo, si voleva arrivare. Youth dipana nodi che sembravano impossibile da sciogliere: si riscopre il donarsi agli altri, ci si libra nell’aria credendo profondamente nella filosofia buddista, si sceglie di interpretare personaggi vivi, vibranti e “reali”. Il film è un invito alla leggerezza che si stringe fortemente all’ironia, quella propria di Paolo Sorrentino: un elefantiaco Maradona, su un campo da tennis, fa volteggiare con il suo piede fatato una palla da tennis, la massaggiatrice passa le sue serate a replicare i movimenti tersicorei di un videogioco con una eleganza senza pari.

Cinematographe.it, Youth - La giovinezzaPaolo Sorrentino compie, sulle proprie mani, una storia/non storia che parla una lingua universale

Youth – La giovinezza è una variazione di molte manie sorrentiniane che dà modo a chi guarda di riempire quell’albergo di montagna con le proprie ossessioni, ricercando le proprie risposte e forse, come capita nella vita, non trovandone nessuna. Youth è silloge di piccole utopie, paradossalmente reali e tangibili, e enormi angosce che non lasciano in pace, un testo utile a vincere queste ultime e a sentirsi meno inadeguati in un vuoto e bellissimo paesaggio di montagna che diventa metafora del mondo, spesso perturbante, e a trovare il proprio suono per superare anche le “notti” più buie. Youth è un film che può sembrare leggero, borioso, intellettuale proprio come il suo stesso regista, ma anche il suo esatto contrario, profondo, umano, pop.

La staticità di Youth aiuta a coltivare una nostalgia sofferente e lieve al tempo stesso che prende tutti i personaggi spesso in crisi, disperati e ironici, in balia dei propri ricordi e di quelli altrui, in decadenza ma ancora innamorati della propria immagine iconica del passato.

Cosa pensi?” chiede la compagnia di Maradona e lui risponde al futuro; proprio qui sta la chiave: nonostante tutto, paure, decadenze, crisi, disperazione c’è un piccolo germe di “futuribile” che salva Fred e gli altri, ma anche lo spettatore, e li solleva in una salvifica e speranzosa levitazione.

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