The Dirt: Mötley Crüe Cinematographe.it

Netflix decide di produrre e distribuire un film sull’ascesa del gruppo rock americano Mötley Crüe: ecco a voi, quindi, The Dirt. Basato su un’autobiografia collaborativa ricolma dei dettagli più cruenti e avventurosi della band (The dirt. Mötley Crüe. Confessioni della band più oltraggiosa del rock, 2001) il film attraversa tutte le vicende più infami di uno dei gruppi più rock di sempre. Tuttavia, i fan potrebbero trovare qualche inesattezza di ordine storico.

Diretto da Jeff Tremaine, autore di The Jackass, The Dirt si svolge principalmente negli anni ’80 a Los Angeles. Attraverso una voce narrante e momenti che infrangono la quarta parete e che rivelano come non tutti i fatti mostrati rappresentino la pura realtà, il film introduce i quattro musicisti: Colson Baker veste i panni di Tommy Lee il batterista, Douglas Booth nel ruolo Nikki Sixx il bassista, Iwan Rheon interpreta il chitarrista Mick Mars, e Daniel Webber come Vince Neil il cantante. Inoltre, David Costabile di Billions è il personaggio di Doc McGhee, manager di Mötley Crüe, e Pete Davidson di Saturday Night Live interpreta Tom Zutaut, dirigente di Elektra Records. 

Insieme, i Mötley Crüe, sono stati i maestri del glam metal negli ormai lontani anni ’80. Il tempo dei capelli laccati, dei pantaloni rosa o leopardati e il trucco al limite dell’eccesso. Insieme la band ha girato il mondo in tour, ha distrutto stanze d’albergo e chitarre, ha bevuto quantità industriali di birra e sniffato tantissima cocaina. Ecco la vera storia di The Dirt e le piccole modifiche apportate al film di Netflix.

The Dirt: l’origine rock di Nikki Sixx modificata

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The Dirt mette in luce l’infanzia di un giovane Frank Feranna, colui che poi divenne leggenda, colui che divenne Nikki Sixx. Nel film Netflix, una versione adolescente e acerba di Sixx litiga pesantemente con sua madre. La narrazione, poi, salta diversi anni prima del 1978 a Los Angeles, quando Frank sveste i panni di ragazzo e reinventa se stesso come colui che tutti conosceranno, come Sixx.

In realtà, un adolescente Frank/futuro Nikki si è trasferito a Seattle per ricongiungersi con la madre estraniata, questo dopo esser stato per lo più allevato dai nonni durante l’infanzia. Come riportato nel documentario VH1 del 2002 The Rise & Rise of Mötley Crüe, Nikki ha iniziato a sentire il richiamo della musica e riconosciuto in essa la sua strada, ciò che il suo cuore avrebbe seguito per sempre, mentre viveva con la madre a Washington.

Nel documentario VH1, gli amici ricordano la malsana e disturbante relazione tra il futuro bassista e la madre, che in parte ha ispirato e reso concreto il trasferimento di Frank a Los Angeles, ma soprattutto la sua definitiva trasformazione nel mito, in Nikki Sixx.

The Dirt: il tramonto dello strip rock

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Durante gli anni ’60 e ’70, il Whiskey a Go Go di Sunset Boulevard era un famoso locale di musica rock, e i futuri Mötley Crüe vivevano proprio dietro l’angolo, aspettando i primi anni ’80, il tempo maturo per la loro esplosione artistica. Come accade nella sequenza dei crediti finali di The Dirt, ma anche durante tutto il film, il regista Tremaine sceglie di drammatizzare efficacemente molti momenti popolari ed estremi dei Mötley Crüe.

Nonostante tutta l’attenzione e gli sguardi siano rivolti alla mitologia del rock, The Dirt si perde seguendo i propri passi quando introduce lo Zutaut di Davidson. La scena si svolge presso il famoso Rainbow Bar and Grill su Sunset Boulevard, e tutto ciò sembra sottolineare che la band fosse solita ricevere sesso orale da donne sotto il tavolo del locale. Quando il personaggio di Davidson decide di avvicinarsi alla band, si approccia a loro sostenendo di averli visti suonare e creare musica a Los Angeles. Il problema è che il Rainbow Bar and Grill si trova nel cuore di Los Angeles, e, in questo modo, The Dirt lo dipinge come un luogo suburbano.

The Dirt ignora i primi anni dei Mötley Crüe e altera la storia di Vince Neil

The Dirt salta direttamente al 1982, omettendo tutto ciò che accadde nei primi anni della band, per presentare il momento del secondo manager dei Mötley Crüe, McGhee. Lui fu la rampa di lancio, il motore economico, una grande ragione del successo di questa band, oltre che di Bon Jovi e in seguito dei Kiss. Per dichiarare l’idea di film che il regista ha in mente, vengono mostrate una sequenza di feste, ossia i luoghi di espressione artistica, emotiva e sessuale dei musicisti nella loro primordiale essenza, per spiegare direttamente la storia rivista al pubblico. Viene confessato, nella sua totale realtà, il comportamento selvaggio dei Mötley Crüe. Quello che però non viene mostrato agli spettatori sono le innocenti acrobazie pubbliche del loro primo anno come band. Seppur giovani e inesperti, erano già pronti a spaccare il mondo.

In buona sostanza, le scelte di casting di The Dirt sono credibili, specialmente con Ramsay Bolton di Il Trono di Spade come “l’alieno” Mick Mars. Tuttavia, l’attore australiano Daniel Webber non assomiglia a Vince Neil, seppur imiti al meglio, nella sua più totale estremità, la presenza scenica del cantante principale dei Mötley Crüe.

Inoltre, The Dirt corre incessantemente, per motivi di tempo e delle numerose tematiche da dover affrontare, verso l’atto finale. Questa necessità di avvicinarsi verso la fine avviene mettendo insieme due importanti eventi nella vita di Neil: il suo allontanamento dalla band nel 1992, e, pochi anni più tardi, la morte della piccola figlia Skyler. Tutto questo viene mostrato molto velocemente, ma, attraverso un uso intelligente del montaggio, le immagini trasudano di dramma e tragicità.

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Nel complesso, The Dirt è divertente, selvaggio e pieno di quell’atmosfera rock di cui un po’ tutti noi abbiamo nostalgia. La maggior parte degli spettatori sarà piacevolmente sorpresa, e le esibizioni riescono a lasciare il segno. The Dirt nelle sue estremità descrive la realtà di ciò che hanno vissuto i Mötley Crüe, immersi in quella cornice degli anni ’80 che gli permise di mostrare la loro massima espressione.

Un tempo, Neil Young urlava al mondo come il rock non sarebbe mai morto. Jeff Tremaine con the Dirt, a suo modo, ci sta mostrando questa assoluta verità.

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