Perché il Leone d’oro a Roberto Benigni non è un premio conformista e quanto c’entra Dante?

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“Sin dai suoi esordi, all’insegna di una ventata innovatrice e irrispettosa di regole e tradizioni Benigni si è imposto nello spettacolo italiano come una figura di riferimento, senza precedenti e senza eguali”: Alberto Barbera dedica parole di stima ed entusiasmo a Roberto Benigni, che, insieme al CdA della Biennale, ha deciso di premiare con il Leone d’oro alla carriera alla prossima Mostra internazionale del cinema di Venezia. Barbera, del cineasta toscano, ha inoltre lodato “l’ammirevole eclettismo”, con il quale “è passato dal vestire i panni dell’attore comico a quello di regista memorabile in grado di realizzare film di enorme impatto popolare per trasformarsi da ultimo nel più apprezzato interprete e divulgatore della Divina Commedia”.

L’impegno di Benigni nel diffondere la parola dantesca è un aspetto che il direttore artistico della Mostra ha sottolineato anche nel tweet inviato per annunciare il riconoscimento, un tweet in cui Benigni viene definito “raffinato esegeta dantesco”. Una follower gli fa prontamente notare che la definizione è eccessivamente lusinghiera, ma Barbera difende, se non le sue scelte terminologiche, senz’altro l’opportunità di considerare la missione di divulgazione dantesca di Benigni una diversa declinazione della sua ricerca artistica e performativa, un diverso modo di farsi interprete.

Il Leone alla carriera a Benigni: un premio divisivo?

Roberto Benigni è attore, regista, sceneggiatore. Ha iniziato a teatro, divenuto celebre con la tv e ottenuto la sua consacrazione al cinema.

Non è, tuttavia, solo sul social notoriamente più ‘velenoso’ che si sono manifestate le prime perplessità intorno al riconoscimento, ma anche tra gli addetti ai lavori. In particolare, è appunto l’inclusione, tra le motivazioni al premio, dell’attività svolta da Benigni negli ultimi anni di commentatore della Commedia che ha fatto storcere il naso a più d’uno. Che c’entra con il cinema, qualcuno s’è chiesto. Qualcun altro, più malizioso, ha ipotizzato che, nell’anno delle celebrazioni dei settecento anni dalla morte del sommo poeta, premiare il suo ‘sponsor’ più celebre sarebbe un atto dovuto, iscritto in una logica conformista di reverenza nei confronti della cultura ufficiale, festeggiata solo nelle occasioni d’anniversario e altrimenti svilita. C’è anche chi non riconosce nella descrizione che Barbera fa di Benigni il Benigni di oggi: quella carica irriverente e giullaresca, che rimodulò con un candore talvolta graffiante talvolta disperato le drammaturgie e le posture interpretative del nostro cinema si sarebbe definitivamente disinnescata a favore di una bonarietà inoffensiva e non di rado stucchevole o persino adulatoria.

La figura di Benigni è, del resto, da sempre oggetto di valutazioni differenti e di divisioni più o meno radicali. La vita è bella è il suo film più celebre e insieme discusso: i suoi detrattori s’indignano per la rappresentazione della Shoah in termini lievi e favolistici; i critici si chiedono se, a distanza di più di vent’anni, la qualità estetica del film abbia superato la prova del tempo. Anche (e forse ancor di più) nella veste di ‘dantista’, Benigni si è attirato stroncature e stoccate. Secondo alcuni, il suo commento dei versi danteschi non sarebbe ‘fine’, appiattirebbe la stratificazione dei significati e dei riferimenti, dei simboli e delle soluzioni retoriche, sacrificherebbe alle esigenze della traduzione popolare il nocciolo nobile dell’arte poetica dantesca. 

Roberto Benigni interprete di Dante, di quel meraviglioso film in potenza che è la Divina Commedia

Eppure Dante non è mai stato uno scrittore snob; godeva della reputazione di essere “poeta da calzolai e da fornai”. In un’occasione, aveva sfidato l’amico Forese Donati in una tenzone – una specie di agone poetico, di dissing ante litteram – a chi dei due insultasse l’altro con versi più chirurgicamente scurrili e lisergici. La Commedia, e il titolo non è un caso, non è un’opera di poesia: è scritta in versi (da Dante manipolati con sapienza artigiana), ma di fatto è un romanzo e un film in potenza, è puro racconto visivo. Benigni si è messo a servizio delle narrazioni dantesche per immagini, si è fatto strumento della sceneggiatura dantesca: ha mediato parole che ora suonano remote, rendendole immediate e presenti, ‘inscenandole’.

Ha fatto ciò che fa un attore eccellente: assunto nel corpo e nella voce la scrittura per non lasciarla lettera morta, per restituirla viva e mobile e vera a un pubblico che vuole darle credito. Quella che riguarda la Commedia, da parte di Benigni, non è una missione divulgatrice, ma un autentico atto di mediazione, di ‘interpretazione’; valeva già la pena premiarlo per le sue prove di attore sotto la guida di Fellini, Jarmusch, Bertolucci, Garrone (tra gli altri) o nei film di cui è anche regista; vale ancor di più la pena premiarlo per la sua prova di attore a servizio di Dante, di agitatore dei suoi versi eterni, che sospingono immagini in movimento, versi di sintesi – come nel cinema – tra tutte le altre arti nonché tra la bellezza e l’orrore, la terra e il cielo, l’immensamente alto e l’immensamente basso. Venezia dà un premio alla carriera a Roberto Benigni ed è difficile immaginare mani più giuste (e ispirate) per riceverlo. 

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