Rebecca: analisi e significato del finale del film Netflix

Il remake di Ben Wheatley prende le distanze dall'omonimo adattamento  di Alfred Hitchcock del 1940. Di seguito proponiamo un'analisi approfondita del film, disponibile su Netflix dal 21 ottobre.

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Rebecca, La prima moglie, l’opera letteraria di Daphne du Maurier, edita nel 1938, esercita da sempre un certo fascino sui registi, che negli anni hanno dedicato al soggetto numerose trasposizioni teatrali e cinematografiche. Primo tra tutti Alfred Hitchcock, maestro del brivido, che nel 1940 diede vita ad una delle pellicole oggi considerate un cult nella storia del cinema, Rebecca. L’opera di Ben Wheatley, sebbene tenti con umiltà di seguire fedelmente le mosse del Maestro, non riesce tuttavia a restituire la tensione né l’angoscia dell’archetipo, a tutti gli effetti una prima moglie inarrivabile. Il dramma emotivo che si consuma nell’adattamento originale, il sensibile gioco di inganni e la struttura omogenea e scorrevole, sono tutti elementi che non si ritrovano nel film di Wheatley, un prodotto senz’altro godibile ma che fallisce nel declinare erroneamente le sorti dell’intreccio, piegandole a nuove licenze poetiche mai del tutto sondate.

Rebecca: analisi strutturale del film Netflix

La struttura del film di Wheatley segue una geometria coerente e razionale. Si apre con il prologo, dove la voce narrante della donna senza nome, Mrs. de Winter, interpretata da Lily James nella recente trasposizione, racconta di un sogno: “La notte scorsa ho sognato di tornare a Manderley, il viale d’ingresso era avviluppato da una fitta vegetazione, la natura aveva preso il sopravvento, ma la casa aveva resistito. Manderley, misteriosa e silenziosa com’è sempre stata, risorta dalla morte“. Un’immagine tipicamente romantica che si materializza nel paesaggio notturno, animato dal chiaro di luna, e da una selva oscura che culmina con un cancello in ferro battuto, preludio alle rovine di un sinistro castello. La protagonista chiude gli occhi, e la pellicola apre improvvisamente il respiro sui ricordi della giovane Mrs. de Winter, servendosi di un flashback per riportare la narrazione al momento in cui tutto ebbe inizio. All’Hotel Regina di Monte Carlo la giovane e ingenua dama di compagnia di Mrs. Van Hopper fa la conoscenza del ricco aristocratico Maxim de Winter, vedovo della prima moglie annegata in mare mesi prima. La storia d’amore tra i due si consolida rapidamente e presto viene sancita l’unione in matrimonio che li riporta a Manderley, sontuoso maniero a strapiombo sul mare di proprietà di Mr. de Winter. La casa sembra muoversi ancora sotto il rigido controllo della precedente proprietaria, Rebecca, la prima moglie di Maxim, una donna raffinata e di ineguagliabile bellezza, al cui potere di seduzione era difficile rimanere immuni. Mrs. de Winter, inferiore per natali, cultura e bellezza, tenta in ogni modo di ottenere il consenso non solo del coniuge, ma di tutto l’entourage di Mr. de Winter, prima tra tutti la governante Mrs. Danvers, una donna sola e solitaria, algida e imperturbabile, ossessionata dall’ammirazione estatica per Rebecca, che conduce la nuova arrivata ad una gelosia esasperata e morbosa. Al centro della narrazione, per comprendere a tutti gli effetti lo snodo della trama poco enfatizzato dalla regia di Wheatley, risulta essenziale un particolare cui è affidato lo svelamento di questo personaggio così ambiguo quanto affascinante: Mrs. Danvers non ha mai avuto a cuore le sorti della giovane ragazza, se ne è presa il gioco esclusivamente per dimostrarle quanto fosse inadeguata per Manderley, protagonista materica dell’intera vicenda, e per tutti i suoi costituenti.

Rebecca: l’indagine giudiziaria e l’epilogo

I segreti di Manderley vengono alla luce quando in un vascello, affiorato casualmente nei pressi del maniero, i palombari ritrovano il corpo di Rebecca, erroneamente confuso in precedenza con i resti di un’altra giovane donna. Le pareti danneggiate dello yacht coinvolgono Maxim de Winter in un nuovo processo, e l’uomo è costretto a confessare alla moglie l’omicidio di Rebecca, una donna meschina e manipolatrice che faceva, delle sue conquiste extraconiugali, un vanto. Al momento dell’assassinio Maxim aveva infatti scoperto che la donna portava in grembo il figlio di suo cugino e amante, Jack Favell, e accecato dall’ira per il disonore aveva impugnato una pistola ferendo mortalmente la donna. Mrs. de Winter, oscuramente sollevata dall’odio del marito per Rebecca, si reca dal medico fuori città della donna, che ne conferma la malattia allo stadio terminale, negandone lo stato interessante. Maxim de Winter viene prosciolto da ogni accusa, ma a Manderley Mrs. Danvers, in preda alla pazzia, appicca un incendio che distrugge per sempre il castello.

Mrs. Danvers e l’epilogo sospetto…

 

Nell’epilogo dell’adattamento del 1940 Hitchcock ritraeva Mrs. Danvers alla finestra sullo sfondo di una Manderley avvolta dalle fiamme. Custode devota della proprietà, Judith Anderson incarnava l’ambiguo rapporto di identificazione tra servo e padrone, l’esaltazione oltre la morte che guidava il personaggio lungo tutta l’evoluzione dell’arco narrativo, nel tentativo di annientare e distruggere psicologicamente Mrs. de Winter. “La signora Danvers quasi non camminava, non la si vedeva mai muoversi da un posto all’altro… vederla camminare l’avrebbe umanizzata“. Un fantasma di carne, secondo il disegno di Hitchcock, disposto a sacrificare la propria vita offrendosi al fuoco pur di difendere il passato. Nel remake del 2020 Wheatley apre ad una nuova lettura del rapporto tra Mrs. Danvers e Rebecca, un’ipotesi che sebbene a livello visivo non sia capace di sprigionare l’estasi dell’originale, tuttavia connette i personaggi ad un livello più viscerale ed emotivo. Mrs. Danvers nell’atto finale si rivolge a Mrs. de Winter con una frase sibillina che ammette una valutazione differente della relazione tra la governante e la prima moglie di Maxim: “Lui ha ucciso l’unica persona che amavo. Non posso lasciarvi Manderley, era nostra“. Gettandosi nel blu dalla scogliera, Mrs. Danvers si abbandona al mare per ricongiungersi con Rebecca, in una sintesi estrema che, se non riscatta del tutto il personaggio, offre allo spettatore una moderna riflessione sulla consacrazione del sentimento amoroso.

Le differenze con la prima moglie di Hitchcock

Nella trasposizione originale del 1940, era già entrato in vigore il Codice Hays, una serie di linee guide morali promulgate da Will H. Hays che per molti decenni ha limitato la produzione cinematografica negli USA. Tre principi generali che estromettevano dalla produzione qualsivoglia rappresentazione filmica di atteggiamenti criminali, comportamenti devianti o peccaminosi, elevando lo standard morale degli spettatori attraverso un intrattenimento rispettoso della Legge, naturale, umana e divina. Appare dunque chiaro il motivo che spinse Alfred Hitchcock a modificare il racconto letterario di Rebecca, La prima moglie (Daphne du Maurier): se nel romanzo Maxim ammette di averle sparato, nel film l’omicidio è solo accidentale. Nella versione odierna Wheatley riprende la  stesura originale, e mantiene uno dei tratti salienti dell’opera letteraria e della prima pellicola: la giovane Mrs. de Winter, interpretata da Joan Fontain (1940) e da Lily James (2020) non viene mai chiamata per nome, in accordo ad una scelta stilistica che mira ad enfatizzare il contrasto con Rebecca de Winter, l’unica, possibile, Signora di Manderley.

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