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1949. Zula (Joanna Kulig) si presenta a delle audizioni per entrare a far parte di un coro di canti popolari polacchi a tema campagnolo, ma, anziché proporre un motivo tradizionale, opta per una languida canzone ascoltata in un film russo: Wiktor (Tomasz Kot), pianista, compositore e direttore del coro folk, nonostante il parere contrario della collega Irena (Agata Kulesza), trova che in questa ragazza vitale e spavalda ci sia qualcosa di speciale e la sceglie preferendola a un’altra candidata dalla voce più intonata e cristallina. Tra Zula e Wiktor, molto diversi per origine sociale e temperamento, nasce un amore appassionato che resta, però, incastrato tra Est – la Polonia ancora all’interno della Cortina di Ferro – e Ovest (la Parigi un po’ decadente-bohémienne e un po’ sfavillante dell’esilio), luogo di segregazione fisica per motivi politici il primo emisfero e luogo di segregazione metafisica per ragioni immateriali il secondo. 

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Cold War, lungometraggio premiato a Cannes con il premio alla miglior regia, è un’opera di estrema bellezza compositiva che asciuga in un bianco e nero di disperata eleganza, più algido che austero, più nichilista che melodrammatico, il racconto per immagini –  per tavole, come il formato 4:3 suggerisce – di un amore tanto ardente quanto impossibile tra due anime che si completano pur non combaciando, in un’asimmetria possibile da risanare. La vicenda filmica s’incardina tanto esteticamente quanto concettualmente sul contrasto, quello tra le personalità dei due amanti; tra il maschile e il femminile; tra Europa orientale ed Europa occidentale; tra libertà e prigionia; tra libertà fisica, resa possibile dalla fuga, e libertà interiore, resa impossibile da una mente che si è fatta, essa stessa, carceraria e repressiva come il regime subito e assimilato; tra bianco e nero, con tutto il corredo di simbologie e allegorie applicabili; tra unità e divisione, laddove è il primo polo della dialettica – ed è questo il messaggio politico che arriva più chiaramente – ad essere destinato a perdere. 

Cold War: un film ispirato alla storia d’amore tra i genitori del regista Pawel Pawlikowski

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Still da Cold War. Gli attori protagonisti sono Joanna Kulig e Tomasz Kot, entrambi eccezionali

Il regista di Cold War Pawel Pawlikowski, nato a Varsavia nel 1957, ma vissuto per la maggior parte della sua vita in Gran Bretagna, è un autore cosmopolita, che ha realizzato film in più lingue e per diversi paesi di produzione. Per questo suo ultimo, chissà il più bello, è tornato alle sue memorie private, ispirandosi alla storia d’amore tra i suoi genitori, a cui il film è dedicato. La madre era una ballerina polacca cresciuta in un ambiente tradizionalmente cattolico, la quale a sua volta ha educato il figlio in modo rigorosamente religioso. Nonostante l’accentuata, in certa misura infantile, spiritualità, la madre di Pawlikowski era intimamente una ribelle e viveva all’insegna di un’esuberanza interiore che sfiorava il tumulto. Il padre, medico, era, invece un ateo di origine ebraiche, che detestava presentarsi in società come ebreo, non tanto per vergogna quanto per insofferenza alle etichette: solo quando il figlio era ormai cresciuto gli confessò che sua madre, dunque la nonna paterna del regista, era morta ad Auschwitz. I genitori, che Pawel Pawlikowski ha una volta definito come“i personaggi più interessanti che abbia mai incontrato nella vita, imbattibili per fascino”, non riuscirono mai, come Zula e Wiktor nel film, né a far funzionare né a far naufragare il loro legame. Nel 1968 il padre lasciò la Polonia per l’Austria e poi la Germania, dove si riconciliò con la moglie prima di separarsi di nuovo da lei. 

Pawel Pawlikowski e la formazione accademica a Oxford

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Pawel Pawlikowski sul set di Cold War

Trasferitosi in Inghilterra con la madre, che nel frattempo aveva lasciato la danza per l’insegnamento, Pawlikowski studiò Lettere e Filosofia ad Oxford, dove si occupò anche di ricerca, nel campo della letteratura tedesca. La moglie di un suo professore di allora, Halina Wolinska-Brus, un’immigrata polacca, era stata una spietata giudice stanlinista, colpevole di aver mandato alla pena capitale decine di innocenti perché sospettati di essere dissidenti politici. Fu proprio quella donna ad ispirargli, molti anni dopo, il personaggio di Wanda la Sanguinaria, una delle due protagoniste femminili del film del 2013 Ida, che valse a Pawlikowski il premio Oscar come migliore opera straniera nel 2015. Per arrivare a realizzare Ida, cromaticamente più polveroso, ma stilisticamente vicino a Cold War, il regista avrebbe dovuto, però, passare attraverso un periodo di profonda crisi personale e spirituale. 

Pawel Pawlikowski: la morte della prima moglie e il ritorno a Varsavia

Nel 2006, reduce da una serie di produzioni britanniche (Last Resort, My Summer in Love), sperimenta la morte improvvisa della moglie, una pianista russa che gli ha dato due figli. Dopo quel lutto, Pawlikowski, profondamente turbato, lascia Oxford, dove viveva coi suoi ragazzi, per Parigi e poi, di nuovo, anche se non a lungo, per Londra. L’esperienza parigina sembra essere confluita anche in Cold War, nel quale la capitale francese pare attraversata da una luce sinistra, quasi spettrale, da un’inquietante vibrazione mortifera. Incapace di stabilirsi in nessun luogo, il regista decide allora di tornare a Varsavia, la sua città natale. È lì che nasce Ida, che rappresenta non solo la consacrazione professionale, ma anche la conquista di un segno stilistico riconoscibile, di una maturità di scrittura che si riflette nella pienezza estetica raggiunta. Benché le ultime opere possano ricordare certi stilemi del cinema francese, in particolare l’esperienza della Nouvelle Vague nelle sue manifestazioni più severamente eleganti, la densità con cui il bianco e nero viene utilizzato, la sua essenzialità espressiva che incide in profondità, s’inserisce in una sensibilità più propriamente est-europea, sorretta da un nervo morale che pulsa e nulla concede al superfluo. 

La seconda moglie di Pawel Pawlikowski è una modella e fa parte del cast del nuovo Suspiria

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Il regista con la moglie Małgorzata Bela

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Oggi Pawlikowski è, soprattutto dopo il successo ottenuto con Ida, un regista noto a livello internazionale, ma in madrepatria è celebre non solo per meriti professionali, ma anche per il matrimonio, celebrato nel 2017, con la connazionale Małgorzata Bela, modella a dir poco bellissima che, dopo una fortunata carriera in passerella, ritroveremo, in veste di attrice, nell’atteso Suspiria di Luca Guadagnino. 

Cold War è in uscita nelle sale italiane a partire dal 20 dicembre 2018. 

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