1 maggio, quale lavoro? 6 film sulla precarietà che ci affligge

Il nuovo millennio ha portato con sé la crisi del lavoro, la disoccupazione e la mancanza di prospettive. Vediamo quali sono i film italiani che hanno saputo dar voce alla generazione degli eterni precari.

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Il 1° maggio quest’anno è arrivato con una veste ibrida: non più la totale chiusura della quarantena del 2020, ma nemmeno la spensierata normalità di un tempo. Ci sono stati cambiamenti forti nell’ultimo anno che hanno portato una rimodulazione forzata dell’ambito del lavoro. Non è un caso che alcuni film sono entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo proprio perché simbolo della cosiddetta generazione dell’incertezza. Infatti, se i lavoratori dipendenti possono contare ancora su qualche sicurezza, la mole dei precari in Italia – già critica – è aumentata a esponenzialmente.

Non è una novità, il nuovo millennio ha portato con sé la mancanza di prospettive, la crisi del lavoro, la crisi economica e altre “belle” parole con cui la generazione dei trenta-quarantenni di oggi, ma non solo, ha imparato presto a fare i conti. Chi se non il cinema, allora, poteva dar voce agli eterni precari? Un cinema che sembra esser diventato invisibile, che non si fida della riapertura, che annaspa per andare avanti. Quel cinema, anche, che è sempre stato portavoce del mondo del lavoro e dei suoi problemi.

In questo 1 maggio vediamo allora quali sono i sei film italiani simbolo del nuovo millennio e delle istanze dei giovani precari “sfruttati, malpagati, frustrati”.

Santa Maradona (Marco Ponti, 2001)

 

Apriamo il Primo maggio 2021 con Marco Ponti che alla sua opera prima firma un film che si può considerare a tutti gli effetti precursore del genere e simbolo per eccellenza dei precari. Una sorta di Trainspotting all’italiana senza droghe, una commedia semplice e divertente dove i protagonisti possono ancora permettersi il lusso di crogiolarsi nella pigrizia e ignorare la direzione verso cui il Paese si stava dirigendo.

Andrea (Stefano Accorsi) e Bartolomeo “Bart” (Libero De Rienzo) sono due coinquilini nella Torino del Duemila. Emblema della generazione delle incertezze, l’uno passa da un colloquio all’altro senza risultati, mentre l’altro affronta le giornate poltrendo e firmando recensioni non sue per una redazione. La loro è una vita di espedienti: senza lavoro non riescono a pagare l’affitto e cercano di evitare in ogni modo il padrone di casa. Per dare una scossa alla monotonia imperante, ogni tanto rubano per diletto, per provare un brivido di vitalità.

Ci si metterà di mezzo l’amore di Andrea per Dolores (Anita Caprioli) a scombussolarli e a mettere in chiaro una volta per tutte qual è la vita vera. Sarà proprio il cinico e pigro Bartolomeo a fargli aprire gli occhi senza mezzi termini e il film ci lascia con un finale aperto che lascia presagire la crisi che di lì a poco emergerà nella società.

Gli ultimi saranno ultimi (Massimiliano Bruno, 2015) è uno dei migliori film sul lavoro femminile e sulle disparità di genere

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Dalla spensieratezza cinica di una commedia leggera passiamo al dramma di Massimiliano Bruno, basato sulla sua precedente pièce teatrale. La protagonista di entrambi è una strepitosa Paola Cortellesi, qui in una veste insolita: una donna sfinita dalle difficoltà della vita. L’attrice è un portento nel mostrare le tante sfaccettature emotive del suo personaggio.

Luciana è una donna felice che lavora presso un’azienda tessile del suo paese, Anguillara. È moglie di Stefano (Alessandro Gassman), un meccanico disoccupato che non vuole essere alle dipendenze di nessuno e per questo si arrangia con affari poco leciti. Di fatto, chi porta a casa i soldi è solo Luciana la quale desidera moltissimo diventare madre. Quando questo accade, la sua routine è sconvolta e tutto precipita: i datori di lavoro, scoperta la gravidanza, non le rinnovano il contratto.

La precarietà, ora che la famiglia si sta allargando, diventa un peso insostenibile. In preda alla disperazione, all’impotenza e messa di fronte all’indifferenza di chi credeva amico, Luciana cercherà di riprendersi il lavoro con la forza. Il film è il grido di chi non ne può più. Di chi si sente abbandonato dalla società, di chi non riceve solidarietà ma solo indifferenza. Il punto di vista è, come spesso accade, quello di una donna che si sobbarca il peso della responsabilità e della gestione della famiglia. E che non ha in cambio nemmeno un po’ di comprensione.

Scusate se esisto (Riccardo Milani, 2014)

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Continuiamo questo Primo maggio al cinema ancora con Paola Cortellesi, sicuramente una delle nostre attrici migliori. La ritroviamo diretta dal marito Riccardo Milani, in Scusate se esisto!. Il film si ispira al progetto per la riqualificazione di Corviale da parte dell’architetta italiana Guendalina Salimei ed è una commedia leggera che affronta la grande disparità tra donne e uomini nel mondo del lavoro e il mondo dei precari.

La Cortellesi interpreta Serena Bruno, architetta di origini abruzzesi che nonostante una brillante carriera a Londra decide di tornare in Italia per lavorare a Roma. In barba alla fuga di cervelli, qui la rotta è invertita. Peccato che, per una donna, trovare un lavoro che sia all’altezza della sua professionalità e che riconosca il giusto valore alle competenze acquisite sia praticamente impossibile.

Serena decide allora di spacciarsi per un uomo. Inverte il nome in Bruno Serena e riesce – grazie a Francesco, l’amico gay interpretato da Raoul Bova – a partecipare alla riqualificazione di Corviale. Tra le risate – e ce ne sono tante – emerge una riflessione profonda sulla diversa prospettiva tra uomo e donna nel mondo del lavoro in Italia e le differenze con il resto d’Europa.

Tutta la vita davanti: i precari secondo Virzì

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In questo piccolo gioiello di Virzì, l’assurdo mondo dei call center fa da sfondo a una commedia amara con protagonista Isabella Ragonese. Il film è perfetto per questo Primo maggio: ci fa capire come la generazione dei precari sia in fondo la base di tutto il mondo del lavoro.

Laureata con lode in filosofia, Marta sta aspettando i risultati per un posto come ricercatrice. Nel frattempo si arrangia come baby sitter da Sonia (Micaela Ramazzotti), una ragazza problematica con una figlia a cui non riesce a badare. Trovato lavoro in un call center, Marta entrerà in un mondo grottesco dove regna la competizione e la divisione. Popolato da telefoniste ingenue e venditori che darebbero tutto per avere successo, mentre lei si sente un pesce fuor d’acqua.

Virzì ci regala un affresco poco lusinghiero dei call center e delle loro dinamiche interne. Tra balletti motivazionali, premiazioni e punizioni goliardiche, serpeggia nemmeno troppo velatamente il mobbing come tecnica aziendale. Quando Marta parla a un sindacalista (Valerio Mastandrea) dei criteri di licenziamento, il castello di carte crolla e il film prende una piega drammatica. Assistiamo allo sgretolarsi dell’azienda ma soprattutto delle vite di chi le orbita intorno: la crisi lavorativa, infatti, scatenerà le frustrazioni represse di alcuni lavoratori che hanno dato tutto e che, in preda a raptus, si macchieranno le mani di sangue.

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia, 2014), un film sul lavoro di squadra e sull’inventiva

Nel 2014 esce un film destinato a fare la storia del cinema italiano contemporano: Smetto quando voglio. Inizio di una fortunata trilogia che vedrà come secondo capitolo Smetto quando voglio – Masterclass e si concluderà con Smetto quando voglio – Ad Honorem nel 2017.

L’idea di base è semplice ma geniale: un gruppo di ricercatori italiani squattrinati e precari cronici, immettono sul mercato una nuova droga. Per quanto discutibile la scelta di produrre e spacciare una smart drugs, è tutto perfettamente legale in quanto “in Italia una droga per essere definita tale dev’essere censita nell’elenco delle molecole illegali del Ministero della Salute”.

Pietro Zinni (Edoardo Leo), neurobiologo, deve fare i conti con il pressappochismo del suo professore e con le logiche politiche che stanno dietro l’attribuzione di una cattedra permanente in università. Mancato il rinnovo dell’assegno di ricerca, riunisce una vera e propria banda di ex- ricercatori che, a causa di tagli dei fondi e dei posti di lavoro, si trovano nella sua stessa situazione e fanno lavori degradanti.

C’è il chimico Alberto (Stefano Fresi) che lavora come lavapiatti; Mattia e Giorgio (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), latinisti che fanno i benzinai; Arturo (Paolo Calabresi) è un archeologo malpagato, Andrea (Pietro Sermonti) un antropologo pronto a rinnegare la laurea per un posto in uno sfasciacarrozze e infine Bartolomeo (Libero De Rienzo), economista dedito al poker. Insieme produrranno una droga estremamente efficace che venderanno nelle discoteche. La valanga improvvisa di soldi darà alla testa ad alcuni membri della banda, ma i problemi non sono finiti: prima di tutto mai pestare i piedi al Murena (Neri Marcorè), che controlla il traffico di droga, e poi l’interesse della polizia.

Un film adrenalinico e innovativo per contenuti e forma, che ha la sua forza sicuramente nel cast ma soprattutto in una scrittura solida. Il risultato è clamoroso: cosa c’è di meglio che passare il 1 maggio guardando questo film simbolo degli eterni precari?

Nel bagno delle donne (Marco Castaldi, 2020)

Concludiamo il nostro viaggio nel 1 maggio al cinema con un film fresco fresco di uscita, il film sui precari di Marco Castaldi con protagonista Luca Vecchi (The Pills) Nel bagno delle donne.

Molto brevemente: Giacomo Roversi è un trentenne romano che ha perso il lavoro e non lo ha detto alla moglie, la quale ovviamente sa tutto e lo caccia di casa. Arrivato a un punto di non ritorno, esaurito e snervato, Giacomo esplode e decide di prendersi una “pausa di riflessione dalla vita” andando al cinema. Purtroppo – o per fortuna – rimarrà chiuso nel bagno delle donne con un cane depresso e questa sua reclusione forzata scatenerà una serie di eventi imprevisti.

Suo malgrado Giacomo diventerà simbolo della lotta non violenta al precariato, passando da sfigato a influencer politico.Il film mette insieme la crisi della disoccupazione con quella delle sale cinematografiche in una commedia che filtra la realtà attraverso la risata scanzonata e il paradosso. Imperdibile!

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