Libero De Rienzo: poetica ed etica di un artista “inespresso”

La morte di Libero De Rienzo sancisce l'incompiuto della sua ricerca di attore e soprattutto di regista impermeabile ai compromessi, convinto della necessità della qualità e dell'impegno civile, anche a costo dell'insuccesso commerciale.

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Ars longa, vita brevis” scriveva Seneca, rovesciando in una lingua e in un senso differenti quel che intendeva dire Ippocrate, ossia che il tempo dell’esistenza è breve se raffrontato a tutto ciò che per uomo c’è da imparare e da fare.

Un aforisma che ci è tornato in mente ieri quando la notizia che Libero De Rienzo era stato trovato privo di vita nel suo appartamento romano ha scosso non solo chi quel giovane uomo di cinema, quarantaquattro anni compiuti lo scorso inverno, lo conosceva, ma anche le tante persone che per la prima volta hanno letto o sentito pronunciare il suo nome ‘parlante’, evocativo di un’insofferenza all’autoritarismo che in effetti rappresentava il fondo più autentico del suo temperamento anarchico, anche se a rigore lui si riteneva “un comunista” che non aveva ancora smesso di credere nell’uguaglianza di tutti gli uomini.

La moglie Marcella Mosca, una costumista conosciuta sul set con cui aveva avuto due figli, un maschio e una femmina di sei e due anni, ha cercato a lungo e senza successo di raggiungerlo telefonicamente da Procida, l’isola che avevano scelto insieme per crescere i loro piccoli di schiena al mare e con la brezza a solleticarne le nuche e scompigliarne le capigliature e le visioni incantate dell’infanzia.

Dal presentimento che qualcosa di grave fosse accaduto all’allarme non è passato molto: nell’arco di ventiquattro ore l’angoscia, paura senza contorno, si è rivelata fondata e ha assunto la definizione più temuta.

Libero De Rienzo, un uomo di cinema che non credeva nella ‘scuola’, ma nell’assumersi la responsabilità dell’esperienza

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Libero De Rienzo (1977-2021) è Fernando per la regista francese Catherine Breillat, esploratrice dalla forza dirompente (e un po’ torbida) della sessualità

Libero di Rienzo, napoletano nato a Forcella e trasferitosi a due anni a Roma, aveva fin dalla primissima giovinezza dato prova di una grande determinazione, anche se poi la sua vocazione per il cinema aveva conosciuto negli anni fasi alterne di entusiasmi e scoramenti.

Quando nel 2001, ventiquattrenne, aveva accettato di interpretare il seduttore Fernando nel film A mia sorella! della ‘scandalosa’ Catherine Breillat, esplorazione della forza incontrollabile della sessualità, per imparare il francese non si era iscritto a un corso o pagato un insegnato privato, bensì si era messo a lavorare come ostricaio in virtù dell’insofferenza a quell’idea secondo la quale la grammatica di una lingua potesse impararsi nel recinto protetto di una scuola e non sulla strada, nel flusso pieno di una vera esistenza ‘operaia’.

Nello stesso anno Marco Ponti, all’epoca un esordiente assoluto di cui nessuno sapeva niente, lo aveva scelto per interpretare Bart nel film a bassissimo budget poi divenuto cult generazionale Santa Maradona, un’opera in cui non accadeva nulla, se non che quel non accadere nulla era allora – e ancora adesso – la sostanza stessa della vita di tanti giovani che, per ragioni dipendenti o indipendenti dalla loro volontà (e da una certa misura d’indolenza), si ritrovavano a fluttuare nella stagnazione di una società permeata da un senso di sfiducia e di sconfitta annunciata.

Abbiamo ritrovato Libero negli anni successivi a quelli di inizio millennio in film di successo come Fortapàsc di Marco Risi, Miele di Valeria Golino e Smetto quando voglio di Sidney Sibilla: in tutti questi e nei molti altri, anche televisivi, a cui ha preso parte ha puntualmente confermato il suo valore di interprete versatile e sensibile, con quella punta di malinconia negli occhi e il sorriso sempre un po’ storto, piegato da un’amarezza antica, remota e inconoscibile.

L’impegno di Libero De Rienzo per il cinema non si è espresso solo attraverso la recitazione di opere di qualità, ma anche attraverso la loro promozione

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Con ‘illustri’ amici a Procida, in occasione di un’edizione del festival Arthetica, da lui ideato e promosso, ancora oggi uno dei principali appuntamenti culturali dell’isola.

Nel 2015, inoltre, aveva pensato che il cinema dovesse essere per lui non solo una passione e un’occupazione che gli dava il pane, ma anche una cultura che andava condivisa, una conoscenza che poteva salvare le anime, e quindi le vite, di tanti, soprattutto di quelli che la società considera sbandati o, peggio, ‘vinti’.

Dalla sua fede nel ruolo ‘pedagogico’ – azzardiamo, terapeutico – del cinema e nella necessità di preservarne la libertà di manovra, sebbene a condizione della responsabilità e dell’impegno, era nato Arthetica, una rassegna cinematografica a tema carcerario concepita per gli spazi dell’ex Istituto di Pena a Palazzo D’Avalos di Procida, isola che anche grazie a questa iniziativa ha potuto vincere la corsa per diventare Capitale italiana della Cultura 2022.

Eppure, se, come visto, per Libero De Rienzo il suo ruolo d’attore (e, più in generale, di cineasta) non poteva indietreggiare di fronte a un imperativo etico, quello non solo della qualità ma anche della dedizione civile, è soprattutto in veste di regista che la sua concezione del cinema ha potuto esprimersi nel solco della complessità e della granitica impermeabilità al compromesso.

Un unico film da regista in cui emerge la stoffa dell’autore con uno sguardo radicalmente singolare, che non indietreggia di fronte a complessità tecniche e tematiche

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Libero De Rienzo (1977-2021) non è stato solo un attore, ma anche un regista e uno sceneggiatore.

Nell’unico film che ha diretto, il cui titolo oggi risuona più che mai beffardo, Sangue – La morte non esiste, si è misurato con un eccesso di desiderio non incanalato, un desiderio in verità senza direzione, quello che sospinge due fratelli, Stella (Emanuela Barilozzi) e Iuri (Elio Germano), verso un rapporto incestuoso, assediato da fantasmi di morte.

Lì la morte, questa parola ancora oggi indicibile, ultimo tabù della nostra società che parla di tutto ma non della condizione più radicale dell’essere umano, assumeva più che altro l’aspetto di una paura che avvelenava la vita, tenendola in scacco e rendendola, dunque, nei fatti incompiuta, dolorosamente impossibile.

Nel viaggio all’inferno in cui aveva accompagnato i suoi due personaggi, fratelli-amanti alla deriva, Libero De Rienzo aveva allora scoperto qualcosa di sé come autore, e quel qualcosa era in fondo l’agio nel mescolare stili e registri, nello sperimentare soluzioni tecnicamente ardite e nello sfidare un perturbante che oggi sembra restare al di fuori delle nostre narrazioni cinematografiche, più auto-addomesticate e rituali di quanto non siano disposte ad ammettere.

Il film non aveva goduto ai tempi, nel 2005, di un’ampia distribuzione e di questo Libero De Rienzo si era rammaricato molto. Un peccato – o forse più: una ferita – che quell’avverbio di negazione che compare nel titolo di quello che resterà il suo unico film da autore sia stato così brutalmente sconfessato dalla vita, per sua natura breve per la maggior parte degli uomini, ma per alcuni, spesso per coloro che più avrebbero da fare, davvero troppo.

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