TFF34 - Intervista a Denis Lavant (Rosso sangue) per di Kazarken

In occasione della 34° edizione del Torino Film Festival, abbiamo avuto il piacere di intervistare uno degli artisti più poliedrici del cinema contemporaneo, ovvero Denis Lavant, che ha presentato – insieme all’amica regista  Güldem Durmaz – il film fuori concorso Kazarken.

Essendo  l’attore “feticcio” di Leos Carax, qual è il suo rapporto col regista?

Una storia molto particolare quella riguardante il rapporto professionale che ho avuto con Leos Carax; mi ha scelto per interpretare una serie di lavori cinematografici, divenendo totalmente un “riflesso dell’immagine” da lui “creata” per trasmettere la sua  ideologia stilistica riguardante l’interprete principale. Lo ha fatto in ben 5 dei suoi film. Mi sono assunto tale responsabilità generando un rapporto unito e curioso – sul profilo artistico – non parlando praticamente mai dei film. Innegabile che la mia carriera nel mondo del cinema sia dovuta a lui e alla sua scelta. 

Aver intrapreso questa carriera cinematografica ed aver vissuto una sequela di esperienze molto forti, può  in qualche modo indurla in futuro a cimentarsi regista?

Assolutamente no, non è un mestiere che mi sento di fare né di provare. Non credo sia quella la mia reale funzione; conoscendo il contesto – a limite – posso dilettarmi come regista teatrale. Irrealizzabile l’idea di descrivere con una macchina da presa una sceneggiatura cinematografica; non penso di avere la facoltà intellettuale ed organizzativa per poterlo fare. Non credo sia quello il mio ruolo e il mio posto. La mia funzione è quella di esprimere la mia creatività attraverso la recitazione in un contesto preciso in base alla storia che mi viene proposta. Il lavoro del demiurgo non mi compete.

Entriamo nel dettaglio, cosa può aspettarsi il pubblico da Kazarken? 

Kazarken è un vero e proprio viaggio visivo, difficile da omologare a semplice lavoro cinematografico. Il pubblico, senza dubbio, rimarrà coinvolto – se non travolto – emotivamente da questo film che unisce un viaggio introspettivo – quello della mia amica regista – con una sorta di reportage documentaristico che ha sullo sfondo un contesto paesaggistico non indifferente. Io mi son prestato perché fin da subito ho avuto interesse nel ricoprire un ruolo decisamente surreale, cosa che mi riesce abbastanza bene. Ho sfruttato la  versatilità  di Kazarken per interpretare un ruolo particolareggiato. Ne sono contento e lo rifarei.

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