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Il segreto dei suoi occhi, per la regia di Billy Ray, esce nel 2015, a soli sei anni dalla pellicola su cui si basa, di nazionalità argentina, che aveva come protagonista l’ottimo Ricardo Darìn. Entrambi i film, tratti dal romanzo La pregunta de sus ojos dell’argentino Eduardo A. Sacheri, parlano di una giustizia ingiusta e del farsi vendetta da soli. Quest’ultimo, un tema che si scopre solo nelle sequenze finali di entrambi i film.

Il segreto dei suoi occhi: l’antefattoIl segreto dei suoi occhi Cinematographe.it

L’agente dell’FBI Ray Kasten (Chiwetel Ejiofor) è un uomo retto, onesto, affettuoso, tra gli altri, con la sua migliore amica e partner su lavoro, Jess Cobb (Julia Roberts). Mentre i due indagano su una presunta cellula terroristica interna ad una moschea a Los Angeles,  trovano il cadavere della figlia di Jess, violentata e brutalmente uccisa. Trovare e punire il responsabile diventa la ragione di vita del buon Ray, che nutre anche un senso di colpa per aver annullato l’appuntamento che aveva con la figlia di Jess per comprare una torta alla mamma, proprio il giorno in cui la ragazza viene uccisa.

Il segreto dei suoi occhi: una madre e il suo tormento

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Dopo aver trovato l’effettivo colpevole, Ray e Jess, con l’aiuto di Claire (Nicole Kidman) assistente del procuratore distrettuale, per la quale Ray nutre un’attrazione ricambiata, riescono a strappargli una confessione. Quando sembra che tutto stia per andare per il verso giusto, siamo in realtà solo a metà o poco più del film. Infatti una inaspettata e spiacevole svolta porta alla liberazione dell’assassino, in quanto informatore della polizia sulla cellula terroristica di cui sopra, che gode, quindi, di immunità. Questa ingiustizia è la causa scatenante che porta Ray a rimanere tormentato per tanti anni, e Jess a compiere quello che ci verrà svelato poi, solo nella sequenza finale del film.

Il segreto dei suoi occhi: farsi giustizia da soli

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Il tema importante della giustizia fai-da-te di fronte ad un sistema che non fa sentire i cittadini protetti, un sistema che ha spesso delle priorità che non combaciano con la giustizia, quella vera, è un tema che accomuna sia la versione originale dell’opera del 2009, che la sua controparte statunitense. È il tema che pervade il film, è quello che tutti gli spettatori pensano empatizzando col personaggio di Jess. E così, dopo tredici anni di ricerche e di ossessione, Ray scopre, nel finale del film, che Jess ha tenuto in ostaggio l’assassino di sua figlia, in una gabbia nel capanno degli attrezzi della sua casa. Lo nutre, gli permette la sopravvivenza fisica, ma non gli rivolge la parola. Gli fa subire esattamente la punizione che, molto prima nella storia, aveva affermato di ritenere giusta, più giusta della pena di morte, la quale, secondo Jess, permette una fine veloce e poca sofferenza per chi compie simili brutture.

Il segreto dei suoi occhi: un gesto d’amicizia

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Quando Ray scopre cosa Jess nasconde, capisce, dunque, che le sue ricerche erano state inutili, così come la sua lotta per far riaprire il caso dopo tredici anni. E’ certamente sconvolto, ma non può che mostrarsi solidale con la sua amica. Seppur incredulo, prova a comprenderne le ragioni e, uscendo dal capanno, le lascia la sua pistola carica, invitandola implicitamente, ad uccidere quell’uomo, lasciandosi definitivamente questa storia alle spalle, poiché anche lei, gli dice Ray in questa scena, vive in realtà in una prigione, esattamente come l’uomo che ha in gabbia, in casa sua. Così Ray esce dal capanno, prende una pala e inizia a scavare una fossa. Poco dopo sentiamo un colpo di pistola e capiamo che Jess ha fatto quello che il suo amico, in un gesto di grande compassione, gli ha consigliato di fare. I due colleghi si guardano attraverso una finestra e quasi un’ombra di sorriso attraversa i loro sguardi, con i quali si dicono, in sostanza: “è finita”.