Il matrimonio che vorrei, cinematographe.it

Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones) sono sposati da trentun’anni; le loro abitudini di vita sono ben radicate. Ogni giorno, ogni colazione, ogni pranzo, ogni cena, ogni regalo sono uguali a se stessi e uguali sono anche loro. Ora che i figli sono grandi e sono fuori di casa, Kay si sente ancora più sola, si scopre infelice e propone al marito di fare terapia, infatti è venuta a sapere che il famoso dottor Feld (Steve Carell) tiene ogni anno nel Maine una settimana intensiva di terapia di coppia. Trascina là Arnold, poco convinto che questo li possa aiutare, mentre lei è certa che il percorso terapeutico li possa aiutare a riaccendere la passione, spenta da anni. Questo racconta Il matrimonio che vorrei (2012), il film di David Frankel (Il diavolo veste Prada), con Meryl Streep e Tommy Lee Jones.

Il matrimonio che vorrei, cinematographe.itIl matrimonio che vorrei: Meryl Streep e Tommy Lee Jones raccontano la crisi di una coppia

Quello che si narra lungo tutto Il matrimonio che vorrei non è la coppia sopravvissuta agli urti della vita bensì una di quelle che non riesce ad alzarsi, fa fatica a ritrovarsi e a riscoprirsi; lo si capisce dalle prime scene di questo film in cui con campi e controcampi si mostra la vita di un marito e di una moglie che non si vogliono e non si cercano più. Da una parte c’è il sospiro di Kay (Meryl Streep) che tenta di ricongiungersi col marito, dall’altra c’è l’apatia di Arnold che si dimostra freddo e distante. Ormai da tempo i due sono estranei, dormono in stanze separate – lei chiede a lui di dormire insieme ma lui finge di sentirsi male -; insomma qui c’è la chiara fotografia di un matrimonio alla deriva, di un rapporto uomo-donna modificatosi nel tempo, negli anni ma anche nelle generazioni e di una nuova relazione tra uomini-donne-sesso – è lui a dire di non sentirsi molto bene per non avere un rapporto con la moglie.

Il punto di forza del film è sicuramente Meryl Streep che come sempre dà prova di essere una brava attrice: non si risparmia, alza l’asticella e dimostra al cinema hollywoodiano e non solo che ci sono ruoli anche per le donne mature. La Streep, anche con questa commedia senza troppe pretese, compie un piccolo ma significativo atto politico, tanto che da quel 2012 ad oggi i titoli dei film delle stagioni cinematografiche dimostrano un mutamento del mercato.

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Il matrimonio che vorrei: la terapia per ritrovare la “felicità”

Il centro di tutto sono gli incontri con il dottor Feld (Steve Carell) che mira a rompere gli schemi e a scardinare i paletti di questo matrimonio, tirando fuori, anche con le tenaglie, se necessario, i veri e profondi problemi di Arnold e Kay.
Come spesso accade è la donna a farsi promotrice del cambiamento, mentre l’uomo preferisce andare avanti così, in una sonnolenta apatia. A poco a poco la camera da letto si apre e si vedono i problemi di intimità di Arnold e Kay che si mettono a nudo di fronte al dottore. Il film è lineare, non ci sono trame secondarie, ci si concentra sui due protagonisti, raccontando vittorie e sconfitte nell’arco della terapia. Fino ad un certo punto Il matrimonio che vorrei è la narrazione di qualcosa che non va – attraverso una narrazione piuttosto furba che punta all’immedesimazione, infatti i due coniugi hanno i problemi che potrebbero avere molte altre coppie come loro -, poi prende la strada dell’ovvio. Il film è un happy ending, i due si ritrovano all’improvviso, come se nulla fosse cambiato dopo tutti quegli anni e come se nulla si fossero detti durante i sette giorni nel Maine.

Kay, dopo essere tornata a casa senza i successi che si sarebbe immaginata di avere, si ritrova nella stessa routine di prima. I silenzi, la solitudine, la televisione e i piatti da lavare logorano Kay che pensa addirittura di andare via di casa – sul letto c’è una valigia aperta -, ma il coraggio le manca. A quel punto è Arnold a decidere. I due, proprio come aveva previsto il dottore, ritrovano l’intimità di un tempo, passano la notte insieme, riscoprono il piacere e l’attrazione l’uno per l’altra.

Il matrimonio che vorrei, cinematographe.itIl matrimonio che vorrei: Un finale “consolatorio” e fin troppo facile per l’amore ritrovato della Streep e di Lee Jones

Il matrimonio che vorrei si chiude dunque con uno sguardo ottimista, forse troppo: Kay ritrova quel matrimonio che vorrebbe e Arnold il desiderio per sua moglie – era proprio quello ciò che mancava per lui -; la loro è una felicità riscoperta che non convince però a pieno. I titoli di coda scorrono sulla celebrazione di un nuovo matrimonio per rinnovare le promesse, di fronte ai figli e alle rispettive compagne. L’idea vincente probabilmente sarebbe stata quella di concentrarsi sull’ironia e il cinismo di una coppia che non si vede e non si sente più, scelta più interessante di questo finale, senza troppe pretese e rasserenante.

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