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La commedia italiana non è la commedia all’italiana. O, per meglio dire, non solo: nel precursore Guardie e ladri (1951) e nell’ufficiale iniziatore del filone I soliti ignoti (1958) è contenuta per la prima volta una ardita e inedita fusione fra commedia di costume, afflato comico e deriva drammatica. Obiettivo: trattare argomenti di interesse socio-politico in chiave satirica, come nessun altro film italiano aveva mai fatto fino a quel momento. 60 anni dopo, la commedia italiana è viva e lotta assieme a noi, ma con connotati totalmente diversi. Ripercorriamo la storia di I soliti ignoti: quale eredità ha lasciato ai registi e agli spettatori di oggi?

I soliti ignoti, fra Seconda Guerra Mondiale e Boom economico

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Uscisse oggi al cinema lo chiameremmo heist movie (film di rapina): I soliti ignoti racconta la storia di uno sgangherato gruppo di ladri – composto da un pugile, un fotografo, uno stalliere e un delinquente di mezza tacca – che tenta un furto a un Monte dei Pietà in periferia.
Con alle spalle le pesanti conseguenze lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale e ad un passo dal famoso (e famigerato) boom economico che segnerà un solco ancora più netto fra nuovi ricchi e vecchi poveri, il film di Mario Monicelli abbandona il neorealismo e le sue successive contaminazioni (il neorealismo rosa di Due soldi di speranza, con annesso lieto fine) e rilegge la Storia con occhi contemporanei, aprendo alla satira e al tratteggio di personaggi tridimensionali al posto delle abituali macchiette. Peppe er Pantera (Gassman), Tiberio (Mastroianni), Ferribotte (Murgia) e Dante (Totò) sono caratteri di fatto esistenti in un’Italia in cui rubare è un lavoro per poter sopravvivere.

I soliti ignoti e i soliti… noti: i registi della commedia all’italiana

I soliti ignoti Cinematographe.itUfficialmente – ma le coordinate sono piuttosto liquide, appartenenti più al campo delle convenzioni che a quello delle verità assolute – il periodo d’oro della commedia all’italiana va dal 1958 al 1974, anno di C’eravamo tanto amati e Profumo di donna. Una quindicina d’anni fitta di successi italiani ed esteri, di titoli che hanno fatto la storia del nostro cinema e di registi-maestri che continuano a essere numi tutelari da cui tutt’oggi imparare. In cima a questa ipotetica lista mettiamo naturalmente Mario Monicelli, creatore del sottogenere e suo successivo distruttore, con il passaggio ai maggiormente disincantati e amari Amici miei (1975), Un borghese piccolo piccolo (1977) e Il marchese del grillo (1981), fotografie disilluse della nuova Italia, quella del terrorismo rosso e nero e dell’incertezza politico-istituzionale post-Boom.
Ma i grandi autori della commedia continuano a girare: i vari Dino Risi, Luigi Comencini, Luciano Salce, Ettore Scola, Steno e Pietro Germi continueranno a farsi interpreti della nostra società e delle sue storture, sempre coadiuvati da sceneggiatori-filosofi illuminati (Age & Scarpelli, Ennio Flaiano, Sergio Amidei).

I soliti ignoti goes to Hollywood

Il successo di I soliti ignoti fu tanto e tale da favorire anche la sua distribuzione all’estero, in particolare negli States. Il titolo internazionale scelto, per quanto tremendo, portò fortuna: Big Deal on Madonna Street arrivò alla cinquina finale degli Oscar come Miglior Film Straniero, formata fra gli altri anche da La strada lunga un anno di Giuseppe De Santis (curiosamente in gara per la Jugoslavia). La statuetta andò a Mio zio di Jacques Tati, ma la scombiccherata banda di Monicelli lasciò il segno con la produzione di due remake. Se Crackers (1984) fu un disastro su tutti i fronti nonostante la regia d’autore di Louis Malle, Welcome to Collinwood (2002) ha conosciuto col passare degli anni una lenta ma significativa rivalutazione.
In Italia invece il film ha avuto due seguiti: Audace colpo dei soliti ignoti (1959), capace di cavalcare degnamente l’onda del predecessore, e I soliti ignoti vent’anni dopo (1985), totalmente fuori tempo massimo e fondato unicamente sull’onda nostalgica.

L’eredità di I soliti ignoti

Per quanto sia chiaro che I soliti ignoti faccia parte di una scuola filmica ormai non più esistente, è indubbio che ancora oggi si possano trovare tracce del suo respiro e del suo spirito in buona parte delle commedie nostrane. Se la pesante eredità negli anni ’80 è stata raccolta da autori come Carlo Verdone, Roberto Benigni, Massimo Troisi e Francesco Nuti, dai ’90 il genere sembra essersi separato in due differenti ramificazioni: da un lato un cinema più impegnato e autoriale aperto tuttavia a squarci umoristici (Nanni Moretti, Paolo Virzì, Silvio Soldini, Gabriele Salvatores), dall’altro un’idea di messinscena votata quasi esclusivamente alla leggerezza con piccole parentesi di riflessione e introspezione (Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi, Fausto Brizzi, Checco Zalone).
Ad ogni epoca il suo mondo cinematografico, con la consapevolezza che ogni nuova evoluzione e ogni nuova stagione sono naturalmente figlie di un passato di cui fare – nel bene e nel male – tesoro.

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