Gabriele Salvatores - Cinematographe.it

A Gabriele Salvatores il padre ha perdonato di aver preferito la carriera di regista a quella di avvocato solo dopo averlo visto trionfare agli Oscar. Eppure il suo talento, sbocciato precocemente in teatro e solo poi rivoltosi al cinema, è riuscito a interpretare meglio di tutti una torsione particolare della nostra società, nel passaggio delicato dagli anni Novanta ai Duemila.

Si tratta di un’inabilità profonda a calarsi nella realtà, ad accettarne gli spigoli e le asperità. L’essere umano si difende da ciò che trova sgradevole; l’italiano, in quanto in parte espressione di una specificità etnico-sociale, si difende più di altri da ciò che non gli piace  – il suo Paese stanco e ripiegato, innanzitutto – con la fantasticheria e con la fuga. E la fantasticheria e la fuga, intese come sublimazioni della predisposizione nevrotica alla difesa da una realtà percepita come intollerabile, sono due componenti essenziali del cinema di questo nostro maestro riconosciuto e acclamato anche all’estero, anche se spesso discusso dai critici. 

Il cinema romanzesco di Salvatores, tra fascinazione per l’esotico e fede nell’amicizia

‘Marrakesh Express’ è terzo film diretto da Salvatores, il primo della sua ‘tetralogia della fuga’

Quello di Salvatores è, senza dubbio, un cinema romanzesco perché nel romanzo il viaggio allontana l’eroe dalle identificazioni sicure e dagli spazi confortevoli del già noto, del già sperimentato. Dilatando il tempo trascorso sulla ‘strada’, l’eroe comprende chi è e chi non è, ed anzi forse comprende che chiedersi chi è significa già limitarsi, pensare anziché vivere. In Marrakesh Express, film del 1989, Salvatores celebra con accenti nostalgici l’amicizia virile e la giovinezza, come un’età che tutto sommato resiste nell’abbandonarsi all’avventura, nel rifiuto ad accettare la routine di cui il viaggio, meglio se senza meta certa, si fa portatore simbolico. 

Per Salvatores i legami salvano sia dalla perdita di contatto con la realtà sia dalla sua oppressione

Menage à trois in ‘Turné’ con Diego Abatantuono, Laura Morante e Fabrizio Bentivoglio

Fernando Pessoa scriveva che la solitudine lo tormentava, mentre la compagnia lo opprimeva e tra i due mali non riusciva a decidersi quale fosse il minore; per Salvatores la compagnia tormenta (qualche volta), ma non opprime mai, anzi salva, libera, incoraggia a compiere un salto nel vuoto, una recisione dei legami vuoti, una rottura definitiva con gli automatismi alienanti del quotidiano, con la desolazione di sapersi adulti incasellati e castrati dalle responsabilità. 

Nel 1990 Salvatores realizza, sempre a partire da questa suggestione, Turné: Dario e Federico sono due amici, entrambi attori,  dalle indoli complementari, il primo più gioviale ed estroverso, il secondo umbratile e incline ad affetti depressivi. Tra i due c’è una donna, Vittoria, che Federico ha perduto proprio a causa di Dario, il quale, per il senso di colpa, cerca di aiutare l’amico a superare un complicato blocco professionale. Nella tournée per portare sui principali palchi italiani Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov, Vittoria si stanca e se ne va, lasciando i due amici reciprocamente incolleriti alle prese con una relazione non meno intensa di quella che potrebbe legare due amanti perché l’amicizia è, in fondo, un amore senza erotismo, ma ugualmente intenso sia nel dolore sia nella beatitudine. 

Con Mediterraneo conquista Hollywood (e c’è chi non glielo ha mai perdonato)

‘Mediterraneo’, un successo internazionale per Gabriele Salvatores: nel 1992 vinse l’Oscar grazie a questo film

L’anno successivo – siamo già nel 1991 – è la volta di Mediterraneo, premiato agli Oscar del 1992 come miglior film straniero (e c’è chi mai gli ha perdonato questo inaspettato successo). Riflessione sul significato dei nostri sentimenti d’appartenenza e su che cosa sia una patria, il film mette in discussione l’umana pretesa di identificarsi con un luogo specifico, con una porzione singolare di terra, pretesa che tradisce quella spinta a decentrarsi, a spostarsi in una dimensione di per sé più feconda, l’altrove, che appartiene alle interpretazioni più nobili del nostro stare al mondo, la curiosità per chi non si conosce, l’apertura allo straniero, la ridefinizione continua e creativa del concetto di casa. La fuga nell’isola è, per Salvatores, paradossalmente, sempre la premessa per comprendere che non esiste isola, che non esiste reticolo identitario che tenga.

Salvatores, un regista prolifico ed eclettico che ha saputo raccontare solitudine e fatica di crescita, desiderio e paura del contatto

Gabriele Salvatores - Cinematographe.it
Storia d’amicizia e segreti criminali: ‘Io non ho paura’, tratto dall’omonimo romanzo di Ammaniti

Puerto Escondido, che nel 1992 chiude l’ideale tetralogia della fuga, ritorna all’evasione nello scenario esotico – questa volta il Messico – per ribadire la sensibilità anarchica e vagamente sognante del regista, tra venature agrodolci, sarcasmo malinconico e desiderio di raccontare l’innaturalezza della solitudine, il bisogno umanissimo di specchiarsi in un altro, di intrecciare la propria vita a un’altra vita. In questo, soprattutto, Salvatores si è mantenuto più che mai rilevante, nel coraggio di una poetica di fratellanza, di interdipendenza tra esistenze. Io non ho paura (2003), il film tratto dal romanzo di formazione di Niccolò Ammaniti, ce lo conferma: nella distanza sociale, emotiva e morale tra le persone si situa l’imbuto dell’Inferno.

Anche quando ha scelto di percorrere strade più sperimentali – praticando il genere fantascientifico, come in Nirvana, scegliendo il registro del grottesco orrorifico (in Denti), o semplicemente esplorando gli interstizi tra noir e dramma psicoanalitico, come in Quo vadis, baby? – Salvatores ha sempre indagato la fatica di crescere e il desiderio di essere riconosciuti dall’altro facendone i fondamenti della sua lettura della contemporaneità, sempre oscillante tra bisogno di contatto e istinto di fuga, tra il ritorno di antiche paure e il coraggio salvifico del confrontarsi e dell’affidarsi. 

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