Euforia Cinematographe.it

L’opera seconda della regista Valeria Golino è ambientata in una Roma alto borghese rappresentata dal personaggio di Riccardo Scamarcio, un giovane faccendiere arricchito, nonché volubile omosessuale. Relegandolo tra il suo attico, regali e cure costose, s’incaponisce sul negare informazioni intorno alla propria malattia al fratello dal volto serafico di Valerio Mastandrea. Ma i soldi non comprano tutto, tantomeno la salute o la comprensione tra due fratelli agli antipodi. Euforia esplora la relazione difficoltosa tra anime opposte utilizzando il tema della malattia tumorale, ma il linguaggio visivo per cui opta la regista si basa moltissimo sull’estetica architettonica e sui colori. Nel precedente Miele, il lavoro estetico dipendeva moltissimo da una macchina da presa estremamente mobile e originale nei suoi movimenti. Il tema era più inquietante, trattandosi di eutanasia e morti assistite. Qui invece, in un piccolo circo umano alle prese con la lotta al male, come nella normalità della vita, ci si sorprende anche a ridere e a riderci su.

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Durante un incontro stampa la regista ha confrontato i due film. “Miele era un film più univoco nei contenuti ed era più possibile per me fare un tipo di estetica, nel gusto, di quello che mi piace vedere. Forse più sperimentale. Anzi no: più rarefatto. Lì l’estetica del film poteva essere più obliqua. Le inquadrature, il modo in cui cominciava e finiva una scena, la luce, era tutto più facile”. Lì la protagonista era Jasmine Trinca, e dai suoi incontri con malati incurabili scaturiva una narrazione a volte quasi thrillerica, fatta di continue e altissime tensioni. “Euforia invece vuole parlare di una certa cosa, però anche offrire la possibilità di ridere, a tratti, senza forzature. Quello che volevo qui era un’atmosfera a tratti improvvisi metafisica, ma mi è sembrato di avere tutta una serie di contenuti che non mi permettevano di lavorare su un’estetica obliqua o più radicale come in Miele”.

Euforia e Miele: due film a confronto

Entrare in una storia dove si offre una chance al sorriso vuol dire porre il focus sulla scena e sugli attori, ridurre le geometrie dello sguardo sacrificando la mobilità della macchina da presa. “Dovevo entrare in una convenzione. Se devi fare un’inquadratura bellissima e strana, ma poi vuoi anche far sì che i personaggi ridano, salta sempre fuori qualcosa che non va. Per fare arrivare una risata devi rimanere semplice. Sapevo di dover entrare nella convenzione di un’estetica ma allo stesso tempo cercare inquadrature che mi piacessero, ma restando nella convenzione”.

In Euforia la spettacolarità dell’immagine non manca. Campeggiano momenti di effetti visivi come gli stormi d’uccelli ricreati al computer per una scena nel centro di Roma. In uno dei progetti del personaggio di Scamarcio ci immergiamo in spettacolari proiezioni 3D, mentre durante un bizzarro gioco erotico in casa, le luci a effetto strobo ridisegnano il corpo muscoloso di un partner. Intervalla tutto l’ironia dolente di Mastandrea. È lui l’elemento scatenante del film e insieme freno umoristico al dramma che si sta consumando. “È stato più difficile per noi scrivere questo secondo film perché aveva tutta una serie di toni che si mischiavano per far vivere i personaggi su livelli più complessi”. Ha continuato la Golino sul variegato ventaglio emozionale che caratterizza il film.

Euforia è allegria momentanea dalle spesso ingiustificate note lievi. Un surrogato di felicità usa e getta che i personaggi della tribù di Scamarcio respirano e producono dal loro festaiolo quartier genereale: la casa sfarzosa dell’amico ricco. La regista accarezza tutti con la stessa umanità e senza giudizio, ma i suoi registri profondamente legati a rappresentazioni estetiche arrivano sempre come un marchio di fabbrica. Una riflessione a latere va su questo cinema italiano che quando non ritrae periferie più e meno criminali o in difficoltà e squallore urbano, dal lato opposto inquadra i quartieri bene, l’alta borghesia intinta in appartamentoni centralissimi arredati in design, come questa volta. Nelle narrazioni cinematografiche sembra non ci sia più molto spazio per una classe media. O magari è solo una moda del momento.

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