Le Piccole donne di Louisa May Alcott tornano al cinema, vestendosi di un nuovo abito fatto di freschezza, contemporaneità e complessità. Autrice di questa trasformazione, che preserva, in realtà, lo spirito originale dell’opera è Greta Gerwig – regista, sceneggiatrice e attrice – una delle nuove personalità a tutto tondo che stanno dando una mano di vernice rosa alla Hollywood del post #meetoo.

L’impatto delle Piccole donne della Gerwig è stato importante, per una serie di elementi che vanno dalla scelta del cast, all’affermazione della regista come portavoce di un messaggio neofemminista e all’incetta di nomination agli Oscar 2020. Risulta chiaro come il trend delle tematiche di genere nel cinema mainstream si stia consolidando e che possa regalare espressioni sempre nuove e artisticamente valide, al di là della retorica di cui si fanno carico. Questa è, effettivamente, l’unica maniera per valorizzare il messaggio: contestualizzarlo in un apparato artistico inattaccabile. La Gerwig la lezione l’ha imparata alla svelta e dopo il suo “piccolo” esordio di Lady Bird, esplode in un colossal che riesce ad essere allo stesso tempo estremamente personale e vivacemente glamour.

Il senso della Gerwig per le (piccole) donne

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La Storia ha abituato il pubblico a considerare le gente di cinema come professionisti specializzati in ruoli rigidi e codificati. Certo, i casi in cui si raggiunge l’eccellenza sia come regista che come sceneggiatore non mancano, ma si saluta l’eccezione quando un attore riesce a raggiungere livelli alti di regia. Greta Gerwig rappresenta perfettamente questa eccezione: la sua carriera come interprete l’ha portata a collaborare con registi del calibro di Woody Allen, Pablo Larrain, Wes Anderson e quello che sarebbe diventato il suo compagno: Noah Baumbach. Pur non raggiungendo la fama (come attrice) per il grande pubblico, la Gerwig si è distinta in un movimento cinematografico indipendente nato a New York nei primi anni Duemila, il cosiddetto mumblecore. Il nome, dato a questo sotto-genere che racchiude una trentina di film, deriva dall’elemento caratterizzante dei dialoghi recitati a mezza voce, borbottati – appunto – con cui si raccontavano per lo più relazioni intime e private tra trentenni.

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Greta Gerwig, però, aveva ben altri piani: nel 2017 scrive e dirige Lady Bird con l’astro nascente Saoirse Ronan come protagonista. Tra le due si crea un sodalizio speciale, che le lega nell’estetica e nella personalità, oltre che da una condivisione di messaggi. La talentuosa Ronan aveva già partecipato – giovanissima – a grandi produzioni, come l’adattamento cinematografico di Espiazione di Ian McEwan diretto da Joe Wright, aveva vestito i panni del personaggi principale di Brooklyn – un colossal sull’immigrazione in America firmato da John Crowley – eppure è nel piccolo ruolo di Christine “Lady Bird” McPherson che l’attrice è esplosa in tutta la sua bravura. L’aneddotica vuole che attrice e regista si siano incontrate al Toronto International Film Festival e che abbiano letto la sceneggiatura di Lady Bird in una stanza d’albergo, intuendo subito che si stava formando in quel momento la squadra vincente per il film.

La consacrazione del cast (quasi) tutto al femminile di Piccole Donne

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In Piccole donne di Greta Gerwig Saoirse Ronan è Jo, la sorella più colta tra tutte le March, indipendente e coraggiosa, che – secondo l’interpretazione della regista – è anche l’autrice del romanzo che dà il titolo al film. Insieme a lei, però, ci sono le altre tre sorelle, più altri personaggi minori ma memorabili, a cui le lettrici e i lettori di diverse generazioni sono affezionati. L’operazione commerciale legata al film sta proprio nel riunire un cast composto da nuove e intramontabili glorie, accostando dive del calibro di Meryl Streep (che interpreta una strepitosa zia March, rispolverando un po’ di faccette sdegnose di Miranda Priestly) e Laura Dern a volti nuovi e freschi come quelli di Florence Pugh e Timothée Chalamet.

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L’attrice di Midsommar, in particolare, dà nuovo corpo al bistrattato personaggio di Amy che – per via della sua storica rivalità con Jo e del suo essere così banalmente vincente – è sempre stata un po’ detestata dalle lettrici. Leggere Piccole donne, per molte, moltissime, praticamente tutte, è un processo di identificazione con la sorella scrittrice e di astio verso la sorellina più carina che diventa ricca (e sposata), facendo della sua superficialità un’arma imbattibile. Qui Amy è una donna pragmatica, che sposa una mentalità forse non condivisibile (specialmente, si spera, per le ragazze del XXI secolo), ma che rimane dritta e coerente nelle sue convinzioni. Le sue sono scelte dettate da una profonda sofferenza e da un sedimentato senso di inferiorità verso la ribelle Jo a cui, per il suo talento manifesto, è concesso di essere anticonvenzionale. Amy, no. Consapevole di aver ben poco talento se non la sua concretezza, prende dalla vita quel che può e si addossa la responsabilità di diventare abbastanza ricca da provvedere alle sue sorelle. Con la versione della Gerwig, questa lettura del personaggio – tra le righe del romanzo di Louisa May Alcott – diventa ancora più esplicita permettendo a personalità differenti da quella dell’intellettuale Jo di identificarsi e riflettere su loro stesse. Per essere riuscita a rendere tutto questo sullo schermo, Florence Pugh si è guadagnata una meritatissima nomination agli Oscar, utile a darsi un tono prima di entrare a far parte dell’MCU nella prossima pellicola dedicata a Black Widow.

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Un’altra presenza molto attesa è stata quella della star Emma Watson nei panni della sorella maggiore Meg. L’attrice britannica, diventata famosa come la Hermione di Harry Potter, sta andando avanti nel suo percorso professionale molto meglio dei suoi colleghi maschi di Hogwarts. Oltre ad aver lavorato in alcune importanti produzioni (sia d’autore, con Sofia Coppola, sia con la Disney nel live action de La bella e la bestia), la Watson si è distinta come attivista per il movimento femminista, non perdendo occasione di pronunciare discorsi ispirati e motivazionali. Dopo aver coniato la definizione di self partnered per spiegare il suo status sentimentale, ironicamente la Gerwig le affida il compito di raccontare la prima delle sorelle March a sposarsi e l’unica (almeno per quel che riguarda la storia riportata nel film) ad avere figli. La Watson accoglie la sfida e elegantemente accetta un ruolo meno incisivo di quello delle colleghe, svolgendolo comunque più che dignitosamente.

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La terza sorella (in ordine di età) March è Beth, la cui fine costituisce nel romanzo e nel film il centro emotivo di tutta la storia. Per interpretare questo ruolo tanto malinconico quanto delicato, la Gerwig sceglie Eliza Scanlen – l’attrice, tra tutte, con meno curriculum ma con altrettanto potenziale. La Scanlen è stata vista in un paio di serie – tra cui Sharp Objects, al fianco di Amy Adams – e figura nel cast di The Devil All the Time (previsto per il 2020), un thriller all-star (con Tom Holland, Sebastian Stan, Robert Pattinson, Bill Skarsgård e Mia Wasikowska) prodotto da Jake Gyllenhaal. Probabilmente anche lei sulla strada per la fama planetaria, sicuramente ha trovato nella scritturazione per Piccole donne una bella impennata.

Infine, il cast maschile composto da due attori molto amati dalle spettatrici più giovani (e non solo): Timothée Chalamet e Louis Garrel. Con queste due scelte, la Gerwig ha voluto da un lato inserire nel suo pout pourri stellare di attori e attrici della nuova generazione uno dei più quotati e promettenti, dall’altro recuperare il fascino europeo del personaggio del professor Bhaer descritto nel libro ed elevarlo all’ennesima potenza.

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Dopo il successo di Call me by your name di Luca Guadagnino, Chalamet è diventato – a buon diritto – uno dei giovani attori più stimati al mondo. È grazie al ruolo di Elio che è stato notato proprio dalla Gerwig che l’ha voluto nel suo esordio Lady Bird. Da allora la carriera di Chalamet è tutta in crescendo: passando dal film storico di ispirazione shakespeariana (un bell’attestato di stima per un attore) Il re, fino alla collaborazione con Woody Allen nell’ultimo Un giorno di pioggia a New York, l’attore franco-statunitense si prepara ad essere catapultato nello spazio in uno dei film più attesi dei prossimi mesi: Dune di Denis Villeneuve.

La risposta del pubblico in sala. Piccole donne (2020) al box office

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Il successo in sala di Piccole donne è un dato di fatto. Costato circa quaranta milioni di dollari, è arrivato a guadagnarne (fin ora) 108 in tutto il mondo, ma  – con il film ancora in sala e di recente distribuzione in molti Paesi europei – gli incassi sono destinati a salire. L’accoglienza della critica ha giocato un ruolo importante in questo senso, ma la reazione del pubblico è da spiegare sopratutto grazie alla comunicazione emotiva che la regista è riuscita ad innescare. Le donne March parlano esattamente come le ragazze sedute in sala, condividono con loro aspirazioni, vittorie, frustrazioni e soprattutto un elemento spesso dimenticato nella rappresentazione del femminile: la complessità. In una scena-chiave del film Jo rivendica il diritto ad autodeterminarsi e a cercare la propria felicità al di fuori della propria vita sentimentale. Eppure, conclude, è molto dura sentirsi così sole.

Le Piccole donne della Gerwig funzionano proprio perché sono vere. Distanti nel tempo, smaccatamente belle e – talvolta – stucchevoli nel loro essere buone, Jo, Meg, Amy e Beth sono ancora più vicine alla spettatrici. Condividere con delle ragazze del secolo scorso i propri desideri di emancipazione può avere un impatto importante sul pubblico o, perlomeno, creare uno spazio di riflessione su dove siamo e dove andiamo in materia di parità di genere. Insomma, la Alcott continua a dar lezioni di femminismo – a più di 150 anni dalla pubblicazione del suo capolavoro.

Piccole donne di Greta Gerwig è in sala dal 9 gennaio, distribuito da Warner Bros.

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