C’è qualcosa di brutale e spettacolare in Il Primo Re, c’è la voglia di entrare nel mito di Romolo e Remo, l’ingordigia di inglobare foreste e popolazioni e modi di vivere e religioni preistoriche; questa fame di antichità marcata, lontana, sporca, violenta.
C’è uno spirito speculare che aleggia in tutta l’opera: da una parte “due fratelli come uno solo, l’uno la forza dell’altro”, dall’altra il prodigarsi dell’autore per dare vita a un prodotto singolare, innovativo, che si camuffi con prodotti hollywoodiani. Un film che si incentra sulla dualità e la porta a termine in ogni sua venatura, contrapponendo stereotipi, modus operandi, alludendo a qualcosa ma portandoci a vederne un’altra, come una bella ragazza che ammicca, guarda, fa gli occhi dolci, poi ti fa cenno di salire in camera e invece lascia la hall dell’hotel e va a ballare con le amiche.

C’è (o forse no) un lapillo d’innovazione cinematografica italiana che tenta di continuare una corsa frammentaria e ricca di ostacoli, una partita poco omogenea in cui la produzione cinematografica del Bel Paese sembra stentare, dovendosi sempre reinventare, ricominciare, ripresentarsi, come se tutti gli spettatori fossero dei malati di Alzheimer a cui ricordare perennemente dove si trovano, cosa stanno facendo, con chi stanno parlando.

Un film che esce in sala in un periodo abbastanza tranquillo, lontano dall’ombra dei blockbuster o dei cinepanettoni, accaparrandosi lo giusto spazio che merita (930.000 euro di incasso per circa 136.000 presenze nella prima settimana) e proclamando ufficialmente Matteo Rovere come il fautore di questa new wave tricolore; un film che non parla di migranti, di colore della pelle, di omosessualità né tantomeno di donne, ma parla di mito e storia romana facendo, nel suo piccolo, la storia.

Matteo Rovere: una piccola storia nella grande storia

Il primo re cinematographe.it

Ma la storia, si sa, in fin dei conti non ama i prigionieri, i superstiti, i vinti o i vincitori. Alla storia piacciono le scelte, le uccisioni cruente, combattute, le battaglie violente, da immortalare sulle tele a ricordare quanto siamo stati grandi. Alla storia, però, piace anche la leggenda: quel velo di fantasia che si intesse nella trama degli eventi irrorandola di mito e magia, arricchendola di umanità.

E visto che nel mito albergano gli dei nessuno si stupisce nel sapere che essi sono assetati di sangue. Essi giocano con gli uomini come se fossero marionette, prostrandoli al cospetto del proprio destino, posti su un altare in cui vengono immolati per gloria individuale e bene universale.

In questo gioco fatto di combattenti, schiavi, tribù e vestali Matteo Rovere si pone come un dio armato di macchina da presa. Il suo occhio quadrangolare travolge i protagonisti dall’inizio alla fine sia fisicamente che spiritualmente. Si vede nella scena dell’esondazione del Tevere che dà il via a Il Primo Re – per la quale ci sono volute oltre due settimane di riprese e circa mezzo milione di litri d’acqua – così come nell’ultima, che mette a dura prova i fratelli portandoli allo scontro corpo a corpo; si carpisce dallo sforzo fisico preteso, con Alessio Lapice e Alessandro Borghi all’apice nelle loro performance muscolose, dolenti, esacerbate dal freddo e dallo sforzo, che pesano nel corpo e nel cuore. In tutto questo, e nel suo piccolo, Rovere è sì artefice della sua stessa pellicola, ma consapevole di essere parte di un calderone più atavico e monumentale qual è la presunta storia della nascita di Roma.

Nella sceneggiatura scritta dal regista insieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri sembra non esserci nessuna traccia di contemporaneità nell’estensione filosofica del termine: nessuna ricerca di felicità o libero arbitrio che l’abbia vinta, forse neanche una pura individualità. Romolo e Remo, due come uno solo, si appigliano l’uno all’altro poiché reciproci baluardi dell’unica famiglia che conoscono e che gli è rimasta. La loro vita tende verso la sopravvivenza – come più volte viene ribadito nei dialoghi -, segno di un tempo in cui il genere umano non poteva permettersi vizi né vezzi e in cui l’uomo era più che mai lupo all’uomo (curioso il fatto che uno dei primi cortometraggi del regista si intitoli proprio Homo homini lupus e che ci parli sempre di storia, stavolta vera!).
Un iter narrativo che ci sbatte in faccia domande irrisolte, decostruendo l’essere umano e riducendolo a un ammasso di decisioni e casualità che si incastrano in modo tale da avverare il disegno degli dei.

Mors tua vita mea

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Matteo Rovere costruisce Il Primo Re facendo leva sul contrasto del doppio: la fede di Romolo e la febbre d’onnipotenza di Remo, un fattore che scatenerà il primo scontro tra i due, causando altresì una spaccatura interna nella psicologia dello spettatore (anche il più scettico) e portando alla ribalta la grande domanda sul concetto del bene privato e universale, sull’idea di sacrificio e di lascito dell’operato del singolo a favore delle generazioni future; sulla concezione di divinità come fonte alla quale dissetarsi in caso di domande irrisolvibili.

Soprattutto, il regista romano mette in atto l’operazione Mors tua vita mea sia nell’iter narrativo che in quello progettuale.
Se nella narrazione i personaggi corrono perennemente sul filo della competizione (e tra di loro e con la natura e con la divinità), anche la creazione del prodotto filmico in sé è fondamentalmente il frutto di una competizione non solo nel panorama internazionale e nazionale ma anche nel panorama intimo della sua filmografia. Attraverso la sua casa di produzione (Groenlandia), Rai Cinema, Gapbusters e Roman Citizen, Rovere si equipaggia del meglio sul mercato in materia di fotografia (curata da Daniele Ciprì, Vincere, Fai bei sogni, Fiore, La Paranza dei Bambini), colonna sonora (Andrea Farri), costumi (Valentina Taviani) e scenografia (Tonino Zera) e nel suo spirito compie parallelamente un’uccisione benevola di una parte di sé. Così come Romolo colpisce mortalmente il fratello per compiere un disegno più grande, così Rovere sceglie di accantonare quel cinema fatto di storie vere e moderne per rimpinzarlo di leggenda e monumentalità, lasciando però in vita quella predilezione per il dramma, le scelte complicate e la famiglia come fulcro importante in cui si forma ogni essere vivente.

Il Primo Re di Matteo Rovere: superare se stessi

Si concepisce fin dal primo fotogramma che Rovere ha superato il suo doppio, l’altra parte di sé che lo vede legato a film come Gli Sfiorati e ancora di più all’acclamato Veloce come il vento, con ambientazioni che si distaccano completamente da un certo tipo di cinema “nostrano” per prendere come esempio i maestri del cinema (non si può non pensare, vedendo il film, a cult come Apocalypto di Mel Gibson, Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn e, per la performance fisica richiesta, lo stesso Revenant – Redivivo di Alejandro Iñárritu).

Un film che non lesina difetti, ma che si pone perfettamente come un fecondo tassello nella crescita professionale di Rovere, contribuendo a dissetare quel nuovo cinema italiano d’autore che pian piano e faticosamente sta prendendo sempre più forma.
Un film che non è un documentario, un biopic, un remake, una commedia demenziale come ce ne sono a iosa o l’ennesimo racconto della malavita italiana. Un’opera che non ha la pretesa di farci la morale né di farci comprendere attraverso gettonate metafore la devastante situazione politica e sociale. Il Primo Re, semplicemente, racconta una storia e ci invita ad ascoltarla.

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