Il western non muore mai. Si tratta di uno di quei generi baciati dal dio profano delle arti: cinema, fumetti, romanzi, musica, videogiochi, serie televisive.
Il western non muore mai. Capace di contaminare anche pellicole di altri generi e di altre epoche o di vestire abiti moderni e non o, ancora, prestandosi a visioni personali completamente differenti, poco importa, un modo per tornare lo trova sempre.

Ogni tanto affiora il pensiero a qualcuno: “sono anni che non si vede una pellicola western decente!”, eppure quasi ogni anno la stagione cinematografica internazionale ci regala una nuova perla, o magari due. Il 2018, oltre all’americanissimo La Ballata di Buster Scruggs di quei genietti nichilisti dei Coen, è l’anno de I Fratelli Sisters del francesissimo Jacques Audiard.

I Fratelli Sisters: le origini del primo film in lingua inglese di Jacques Audiard cinematographe i fratelli sisters

Jacques Audiard: “Con I fratelli Sisters racconto un western che non c’era”

Per risalire all’origine del film dobbiamo tornare a quando il buon John C. Reilly scoprì il romanzo di formazione dello scrittore canadese Patrick DeWitt, tradotto in Italia con il titolo Arrivano i Sister (siamo nel 2011), e se ne innamorò perdutamente, comprandone i diritti per un adattamento sul grande schermo.
Il destino ha poi preso per mano I Fratelli Sisters, finendo con il donare il progetto ai fratelli Dardenne, che lo hanno prodotto, e a Jacques Audiard, che lo ha dedicato al fratello. Meraviglioso, non trovate?

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I Fratelli Sisters è la prima pellicola in lingua inglese del parigino pluripremiato Jacques Audiard, cineasta vincitore di 4 Premi César (il più prestigioso premio della stagione cinematografica francese) e di tutti i maggiori premi del Festival di Cannes: Palma d’oro nel 2015 per Deephan – Una nuova vita, Prix du scénario nel 1996 per Un héros très discret e il Grand Prix Speciale della Giuria nel 2009 per Il profeta, il suo film più celebrato, che gli è valso anche un Premio BAFTA e due nomination nella categoria miglior film straniero sia ai Premi Oscar che ai Golden Globe. I Fratelli Sisters, vincitore del Leone d’argento per la regia al Festival di Venezia, è quindi solo l’ultimo dei lavori premiati del regista.

Jacques Audiard, classe 1952, è figlio d’arte del dialoghista e sceneggiatore Michel Audiard ed era destinato a divenire un professore se, durante i suoi studi, non avesse scoperto la passione per il cinema. Decide quindi di abbandonare l’università, cominciando a lavorare come assistente alla regia per Roman Polanski ne L’inquilino del terzo piano (1976) e come montatore per Patrice Chéreau in Judith Therpauve (1978). Appena due anni dopo, il giovane Jacques, sempre più inserito nel mondo del cinema francese, comincia a collaborare con il padre alla stesura di vari copioni, completando la sua formazione al fianco di professionisti del settore e nel segno degli insegnamenti dei più grandi cineasti francesi della storia, fino al suo primo lavoro da regista, datato addirittura 1994. Se a questi dati si aggiunge un ventennio di carriera composta da polizieschi, noir urbani e drammi in totale salsa francese, capite bene quanto possa sorprendere un’improvvisa virata verso un western in lingua inglese. Eppure, la pellicola, pur rimanendo un bellissimo inedito nella filmografia dell’autore e costituendo per più ragioni un passo in avanti nella sua carriera, non è assolutamente svincolata dal resto dei suoi lavori.

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Come spiega lo stesso Audiard, la scelta di cimentarsi con I Fratelli Sisters è direttamente figlia della sua esperienza in Dheepan – Una nuova vita, per il quale dovette lavorare con attori non professionisti che parlavano tamil, affrontando tutta una serie di difficoltà legate anche al concetto di straniero, cosa che, pur ribaltando la questione del professionismo (il cast de I Fratelli Sisters è composto da attori di grande prestigio), gli ha permesso di continuare questa sorta di viaggio alla scoperta dell’ignoto. Certo, un ignoto nel senso di “non vissuto in prima persona”, perché Audiard, non solo ha conoscenza di cinema americano ma, soprattutto, prova per esso un grande sentimento di amore. Il film è prova di entrambe le cose.

Joaquin Phoenix e John C. Reilly vs Riz Ahmed e Jake Gyllenhaal: fratelli di sangue e di anima

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Nella seconda metà del 1800, in Oregon, i due fratelli Sisters, Charlie ed Eli, vengono incaricati dal Commodoro di dare la caccia ad un uomo di nome Herman Warm, cercatore d’oro fuggito in California. Il piano prevede l’incontro con John Morris, investigatore inviato in precedenza dal Commodoro stesso con il compito di trovare Warm e di trattenerlo fino all’arrivo dei famigerati fratelli. Lo scopo è di sottrarre con ogni mezzo possibile all’uomo una formula chimica da lui inventata, la quale, a contatto con l’acqua, è in grado di separare l’oro dagli altri minerali, in modo da rivelarlo nettamente agli occhi umani. Una manna per “vincere” la caccia all’oro.

Audiard ci racconta due viaggi paralleli: da una parte i fratelli Charlie ed Eli, interpretati magistralmente da Joaquin Phoenix, che da The Master del 2012 ha dato una svolta netta alla sua carriera, diventando uno degli attori più importanti del panorama internazionale, e John C. Reilly, attore straordinario, solito interpretare ruoli da coprotagonista, ma perfetto in questo ruolo, come fu in Sidney del 1996, per tornare a citare un lavoro di Paul Thomas Anderson. E dall’altra Herman Warm e John Morris, il duo Riz Ahmed/Jake Gyllenhaal, riformatosi qui dopo l’esperienza sul set de Lo sciacallo – Nightcrawler del 2014, dando riprova di essere un duo affidabile ed affiatato.

I primi, fratelli serpenti. Legati da un rapporto infantile, primordiale, più espresso con risate, grugniti e gesti che con le parole. Una sorta di gara di mascolinità continua in cui vince sempre Charlie, il più piccolo dei due, intelligente, spietato e ubriacone. A scapito di Eli, il maggiore, sottratto del suo diritto di nascita di essere la guida del duo a causa di una mancanza di coraggio in gioventù. Una continua lotta fraterna, continuata fino alla maggiore età a causa di un’infanzia che non ha mai esaurito il suo corso, bruscamente interrotta dall’omicidio del padre dei ragazzi da parte di Charlie. Un figura paterna  che ancora li perseguita, orchesca, castrante e violenta, come il mondo in cui i due cowboy vivono, come la società lasciata dai padri pellegrini, ora al tramonto.

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I secondi, fratelli nell’anima. Legati da un amore prima mentale e poi, forse, anche fisico. John, incaricato di imprigionare Herman, finisce con lo sposare la sua causa utopica e si unisce a lui con l’intento di fondare a Dallas una società marxista, fondata sulla democrazia, sui pari diritti e sulla condivisione. Condivisione che il cercatore d’oro sembra cercare fin dall’inizio del film, un uomo dai tratti medio orientali in America, all’epoca della caccia all’oro, cosa può cercare se non un’inclusione, un legame… E cosa può fuggire se non la solitudine e l’esclusione?

L’incontro tra le due coppie di fratelli promette di essere il momento topico della trama, ma diventa invece il punto di snodo, in cui la pellicola ed i suoi personaggi si ribellano. Alzano la testa contro la società, le aspettative, i luoghi comuni e, perché no, anche contro i canoni del genere western stesso. Ora sono in quattro, legati come non mai, con il sogno di trovare un nuovo modo per vivere in quel selvaggio mondo. Si confidano, fanno il bagno insieme, mangiano, bevono e fumano, rivelando come la formula magica di Herman per trovare l’oro sia probabilmente più legata ai suoi ideali che alla chimica.

L’oro materiale chiama avarizia ed esige il suo pegno, puntualmente pagato con la vita.

I Fratelli Sisters di Jacques Audiard – Fratelli, sorelle e  il neo western d’autore

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Nonostante sia stato girato praticamente tutto in Europa, tra cui in Spagna – dove i western li girava Sergio Leone – I Fratelli Sisters ha tantissimo di cinema americano, da Il tesoro della Sierra Madre, passando per Rancho Notorious, fino ad una scena iniziale che strizza l’occhio a Cielo giallo. Sintomo di una voglia di mettersi in gioco sia da parte del regista che del cosceneggiatore Thomas Bidegain, i quali, prima di giocare con il genere, vogliono andargli incontro, con voglia e rispetto, ma soprattutto con curiosità. Solo basandosi su queste premesse fondamentali, Audiard è passato alla sfrontatezza, manipolando magistralmente gli ingredienti a sua disposizione, prendendo spunto da altri lavori e creando infine un prodotto unico nel panorama cinematografico, un passo qualitativamente eccelso per la propria carriera.

I Fratelli Sisters comincia la sua storia proprio dal titolo, anticipando elementi parodistici e contraddittori. Una voglia di analisi più profonda della virilità del cowboy e del rapporto tra fratelli.

Come in Pulp Fiction, in cui i gangster non fanno discorsi da gangster, così nella pellicola di Audiard la coppia di fratelli mercenari parla di sentimenti e di sogni, impara a lavarsi i denti, inscena siparietti con le prostitute, si fa tagliare i capelli dal proprio partner, parla di cambiare vita. I concetti stessi di mascolinità e femminilità del genere, secondo cui i personaggi del selvaggio west fossero eroi forti, duri, nobili, senza macchia e senza paura oppure dei rudi manigoldi, sporchi e senza pietà, danzano, si allontanano e si avvicinano, fino a che non si capisce più dove finisca l’uno ed inizi l’altro.

Oltre ogni dogma

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Charlie e Eli sono il superamento di ogni tipo di dogma, di regola e di pensiero che non sia genuino: degli assassini abilissimi, capaci di vivere in una realtà spietata, ma anche in grado di meravigliarsi per l’acqua calda, di affezionarsi ad un “foulard”, di cadere da cavallo durante un inseguimento, di provare un vuoto dentro per la morte di un ronzino. Di sentirsi in colpa e responsabili l’uno nei confronti dell’altro.

Come una grande seduta psicanalitica, la pellicola scuote i personaggi, al punto di tramortirli, di farli cadere a terra più di un mondo fatto di ragni velenosi, malattie terribili e sicari letali. Un viaggio a cavallo e uno interiore, vissuto con umanità, dolcezza e debolezza.

Ma siamo pur sempre di fronte ad un degno western e, se anche non rispetta e, anzi, devia appositamente, dalla solita linea narrativa di genere, al suo interno troviamo paesaggi stupendi, campi sterminati, città selvagge e civilizzate e sparatorie all’ultimo sangue, che detonano su schermo con una forza primitiva ed inesorabile.

I Fratelli Sisters. Quando il box office ignora l’ingegno

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I Fratelli Sisters è uno di quei casi in cui il botteghino assolutamente non rende giustizia alla qualità del film, perché a fronte di 38 milioni stanziati per la produzione, all’estero la pellicola ne ha incassati finora poco più di 13, di cui 3 in patria. In Italia è arrivato appena da una settimana, quindi è presto per tirare le somme, ma  in numeri parlano di quota 250 mila euro circa. Poco, troppo poco per un il film di tale portata.

I motivi possono essere ricercati soprattutto nel periodo in cui è stata fissata la data di uscita. Non scordiamo che poco prima è uscito nelle sale Avengers: Endgame, film che ha superato i 2 miliardi di dollari, non accennando a fermarsi, e poco dopo è stato il turno di Pokémon: Detective Pikachu, capace di battere al debutto addirittura il kolossal della Marvel. Confronto ingeneroso per una pellicola delicata, sopraffina, curata in ogni dettaglio e che realmente porta qualcosa di nuovo al panorama cinematografico internazionale.

Un plauso speciale a Jacques Audiard, che, come i veri artisti sanno fare, si è rimesso in gioco in tutto e per tutto, passando con nonchalance dal suo solito immaginario urbano ai verdi campi del western d’autore.

Il simbolo del film sta tutto nel respiro di sollievo di Eli, un omone grande e grosso, spietato assassino, che, tornato alla casa materna insieme al fratello Charlie e sdraiato nel lettino della sua cameretta, forse ha finalmente trovato il posto e il modo giusto di vivere la sua vita, accettando il suo passato e i suoi desideri per il futuro, in pace con se stesso.

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