caccia spietata Cinematographe.it

Nel 2006 David Von Ancken realizza Caccia spietata, il suo primo lungometraggio, inaugurando la propria carriera cinematografica dopo essersi dedicato alla televisione, firmando diversi episodi delle serie CSINumb3rs Cold Case.

Gli spari tuonanti dei fucili, le fiamme e le urla strazianti sono ormai un ricordo lontano. È il 1868. La guerra di secessione è ufficialmente giunta al suo termine. La vendetta, però, non conosce un epilogo, rimbomba incessantemente, come un’eco perenne.
Percorrendo le innevate Montagne Rocciose in direzione dell’arido deserto del Nevada – teatro dello scontro finale –, l’ex colonnello sudista Carver (Liam Neeson), assetato di vendetta, tallona il capitano nordista Gideon (Pierce Brosnan) in una caccia all’uomo che dovrebbe condurre alla morte di quest’ultimo.

Rielaborando in chiave moderna i principali tòpoi del western e riprendendone il tema più famoso del genere stesso – quello della vendetta –, il regista statunitense dà origine ad un inseguimento infinito e apparentemente insensato – che durerà, di fatto, fino alla fine del film – dove il buono si confonde inevitabilmente con il cattivo.

“Un uomo deve fare ciò che è costretto a fare”Caccia spietata, un film dal finale emblematico

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Rinunciando alle pretese di crudo e violento realismo che avevano pervaso l’incipit e lo svolgimento di Caccia spietata, l’epilogo del film presenta un’essenza fortemente allegorica. Abbandonare le montagne innevate e attraversare pascoli che si estendono a vista d’occhio, pascoli che sfumano in un deserto arido, dove trovare solo polvere. Percorrere spazi sterminati, superando cittadine isolate nella prateria, perennemente affiancati da binari ferroviari che si estendono fino all’orizzonte.

Immersa in un’atmosfera religiosa che riprende esplicitamente l’iconografia cristiana, la scelta per cui ha optato il regista si presenta come un’inedita variante rispetto alla tradizionalità del canone western, dando origine a un finale onirico e surreale in cui le due Americhe, opposte e insanabili, rappresentate dai protagonisti giungono ad un equilibrio, ad una pace.

Visionaria, allucinata e mistica. La scena finale di Caccia spietata si caratterizza come una doppia visione allucinatoria, come una visione che prevede la presenza di due personaggi altamente emblematici: un indiano (uno sciamano) e una donna (una viaggiatrice su una carovana) che si presentano, durante il loro cammino, a entrambi i protagonisti della pellicola, precedendo il loro duello. Simili a miraggi dovuti alla calura del deserto, tali ambigue apparizioni si elevano a simbolo universale e suggestivo. Il terreno arido e polveroso diventa, con la loro surreale intrusione, un paesaggio alienante ed alienato, lontano dalla materialità terrestre.

Ciò che è tuo tornerà sempre a te
e quello che prendi ti sarà sempre preso.

Frasi criptiche pronunciate da una bizzarra figura che compare dal nulla improvvisamente – uno sciamano pellerossa, posto  a guardia di un abbeveratoio. Fonte di una saggezza ancestrale, il personaggio che si presenta ai due protagonisti, però, non deve essere interpretato solamente attraverso un’ottica semplicistica e superficiale. Il simbolismo, infatti, si spinge oltre.

Risulta interessante notare come, durante i titoli di coda di Caccia spietata, questo venga indicato con il nome di Charon, traducibile in italiano come Caronte, traghettatore dell’Ade, il quale trasportava le anime da una riva all’altra del fiume Acheronte. Secondo questa prospettiva, l’acqua a cui il personaggio fa riferimento durante le sue enigmatiche riflessioni trasfigurerebbe, diventando proiezione del canale degli Inferi.
Secondo una logica consequenziale, quindi, bevendo l’acqua scrupolosamente custodita dallo sciamano, i personaggi oltrepassano la soglia della vita, entrando in una terra di mezzo tra due mondi antitetici. Entrando nel limbo che divide l’esistenza dalla non-esistenza – dalla morte. Entrando nella dimensione della vita post-mortem.

In questo paesaggio pericoloso ed imponente, insidioso e spietato, una carovana si presenta ai due viaggiatori. Anch’essa compare improvvisamente, come il pellerossa. A bordo di tale carovana, una venditrice ambulante, proprietaria del cosiddetto rum del diavolo. Si presenta come Madame Louise C. Fair, uno stravagante e inaspettato gioco di parole, che richiama il nome di Lucifero.

Come finisce Caccia spietata e qual è il significato custodito nella conclusione del film?

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Rievocando l’iconografia cristiana, il regista materializza il diavolo nel corpo di una donna seducente, riportando alla memoria dello spettatore le associazioni con la parabola di Cristo che, isolato nelle intemperie del deserto, cercava di resistere a diaboliche tentazioni, alla ricerca della redenzione.

I protagonisti, a differenza del Redentore cristiano, si rivelano disposti a vendere la propria anima al diavolo – attraverso la ritualità del baratto – in modo da conquistare la tanto agognata pace interiore: Gideon scambia il proprio cavallo per un solo proiettile, mentre Carver decide di cedere la propria acqua. Entrambi sacrificano la loro vita per realizzare la propria vendetta, per raggiungere la propria redenzione.

Dopo una caccia spietata è impossibile respingere il duello finale. Non si può rifiutare il proprio destino. Tutto ormai è già stato scritto. Carver cade a terra, colpito dall’unico proiettile di Gideon che, inginocchiandosi, gli offre la propria pistola, in modo da portare a compimento l’opera vendicativa del nemico. Carver rifiuta. Arriva la pace. Tutto, grazie allo scontro, sembra trovare improvvisamente un senso.

Riconciliati, si allontanano verso l’orizzonte. Due punti lontani, decisi a conquistare l’indefinito. Due punti che svaniscono, come fantasmi irreali, come figure immateriali.

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