La storia di un immigrato che cerca disperatamente di diventare un cittadino francese ha vinto l’Orso d’oro alla 69° Berlinale. Il film si intitola Synonymes ed è diretto da Nadav Lapid, che ha riportato sullo schermo la sua esperienza personale. La giuria presieduta da Juliette Binoche ha scelto di premiare una storia contemporanea e che, in quanto tale, lancia un messaggio forte e chiaro alla politica europea. Allo stesso tempo, però, poteva andare peggio: Synonymes è uno degli esemplari più brillanti e meritevoli di questa edizione del festival.

Il film esplora con intelligenza e uno humour iper-interessante una tematica delicata e nella quale era molto facile cadere in stereotipizzazioni o piangersi addosso. Quella di Lapid non è una storia triste, è bizzarra e buffissima, ma comunque drammatica. Questo Primo Premio, quindi, riesce a essere un buon compromesso ed è veramente difficile che scontenti qualcuno. Allo stesso tempo, però, c’erano altri film del concorso che avrebbero meritato il trionfo.

Mentre da un lato c’è il divisivo The Golden Glove – con un grande potenziale commerciale, ma poco “amichevole” e politicamente incorretto – dall’altro c’è un film come Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija (God Exists, Her Name Is Petrunya), che avrebbe avuto tutte le carte in regola per conquistare pubblico e critica. Il primo è un racconto macabro e brutale, violento e crudo, su un serial killer che ha abitato Amburgo negli anni ’70. Il secondo è un trattato femminista senza la retorica inutile che tanto caratterizza la concezione del movimento più moderna. Entrambi ben realizzati e con una storia intrigante, sarebbero stati ottimi candidati per la vittoria, ma mancano di rilevanza politica.

Gli altri Premi della Berlinale 2019: l’Orso d’argento a Grâce à dieu

Synonymes Cinematographe

Alla Berlinale, però, non c’è solo l’Orso d’oro: il premio speciale della Giuria è stato assegnato a Grâce à dieu di Francòis Ozon. Il film francese che racconta la storia vera del prete pedofilo che ha molestato più di 70 bambini tra gli anni ’70 e i ’90, dal punto di vista delle sue vittime – ora uomini adulti – e le conseguenze che i suoi atti hanno provocato in loro.

Come già spiegato nella nostra recensione durante il festival, Grâce à dieu (By the Grace of God, nel titolo internazionale) ruota attorno a un argomento di cui è fondamentale parlare per evitare che venga dimenticato: certi crimini non possono vivere il lusso di cadere nell’oblio. Eppure il film in sé è ben lontano dal meritare un’onorificenza (in quanto opera filmica, si intende) ed è automatico arrivare a pensare che la Giuria non sia riuscita a distinguere l’arte dal suo contenuto. L’unica consolazione è che il film potrebbe servire ad aumentare l’attenzione pubblica sugli orribili atti di padre Preynat e sul tentativo d’insabbiamento della Chiesa Cattolica.

Gli altri Premi della Berlinale 2019 per l’innovazione e i migliori attori

Invece, non possiamo che essere contenti del Premio Alfred Bauer per l’innovazione assegnato a System Crasher di Nora Fingscheidt. Il film, che denuncia le lacune dell’assistenzialismo infantile nel sistema tedesco (ma che potrebbe essere applicabile a qualunque altro Paese civilizzato) ha attirato l’attenzione di molti durante il Festival, noi compresi, soprattutto grazie alla bravura della sua giovane protagonista (Helena Zengel).

Eppure, ad aggiudicarsi i premi dedicati alla recitazione – l’Orso d’argento al migliore attore e alla migliore attrice – sono stati i protagonisti di So Long, My Son, film drammatico di Wang XiaoshuaiYong MeiWang Jingchun, nei panni dei coniugi Liu Yaojun e Wang Liyun, hanno presentato una performance carica di dramma e realismo in un film che – se dobbiamo dirla tutta – aveva tutte le carte in regola per portarsi a casa l’Orso d’oro. Il romanzo familiare di Xiaoshuai, delicato e curatissimo, è il prototipo perfetto del vincitore alla Berlinale.

So Long My Son CINEMATOGRAPHE

Sorprende, ma non troppo, il premio alla miglior regia ad Angela Schanelec per il film I Was at Home, But (Ich war zuhause, aber). Questo perché sebbene il film sia una delle opere più immobili e opprimenti di sempre dal punto di vista narrativo (mancando quasi completamente, anche se volutamente, di una storia), è innegabile che la Schanelec abbia dato vita a un’opera d’arte nel senso più elitario del termine che, in quanto tale, è praticamente impossibile da usufruire per il pubblico. Un bel film, ma con il peso specifico del piombo.

Berlinale 2019: il Premio per la miglior sceneggiatura a La paranza dei bambini

Alla fine, però, non possiamo che essere orgogliosi del trionfo dell’italiano La paranza dei bambini. Il film ha portato a casa l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura (attribuito a Claudio Giovannesi, Maurizio Braucci e Roberto Saviano). La trasposizione merita un riconoscimento che non poteva non arrivare da parte della giuria della Berlinale: il film racconta storie difficili e lo fa intrattenendo sempre e comunque il suo pubblico che, mai una volta, è abbandonato alla mancanza di azione. È un’ottima storia quella de La paranza dei bambini che soffre solamente dell’eccessiva vicinanza tematica e stilistica con Gomorra; una somiglianza che è impossibile non vedere e che, davvero, non possiamo ignorare.

L’edizione 2019 della Berlinale, in generale, non ha presentato capolavori. Al contrario di altri festival europei dal prestigio internazionale – primi tra tutti Cannes e Venezia – l’Internationationale Filmfestspiele non riesce a lanciare verso il suo pubblico grandi presenze, basandosi per lo più sui significati politici e sociali, piuttosto che commerciali. Non sono necessariamente errori di valutazione o cattiva gestione, quanto più una scelta creativa che, dal punto di vista dello spettatore spesso non ha alcun senso.

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