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Editoriale | Alessandro Borghi in Sulla mia pelle: una metamorfosi fisica e morale

Una trasformazione che parte da dentro per indurre tutto il corpo ad adeguarsi alle sembianze di un altro, ad abbracciare la sua storia e il suo dolore e a restituirlo, con coraggio e dignità, sul grande e piccolo schermo.

Tempo di lettura: 4 minuti

Calarsi nei panni di Stefano Cucchi vuol dire scendere nelle profondità di un animo martoriato, afflitto nell’involucro esterno della carne livida e gonfia di dolore, ma anche tra i meandri di una rabbia muta, di una mancanza di conforto e di un’acuita repellenza verso la qualsivoglia e minima forma di gentilezza e comprensione.

Accettare di girare un film su uno dei peggiori casi di cronaca italiana degli ultimi anni è stato per Alessandro Borghi, Jasmine Trinca e per tutta la troupe di Sulla mia pelle un rischio e allo stesso tempo un atto di coraggio, quello necessario a mettere a nudo il dolore fisico e morale di un uomo e di una famiglia intera e quello basilare di far trasparire, oltre al cerino luminoso della richiesta di giustizia, anche quel lato umano, “difettoso” e impreciso che convive in ognuno di noi insieme a quella bella tavolozza di colori che definiamo “pregi”.
Stefano era evidentemente così: un ragazzo che conduceva una vita modesta, che aveva degli amici, che era invaso di tenerezza e timidezza e che – come purtroppo può accadere a chiunque – si era ritrovato a prendere una strada sbagliata e si stava faticosamente rimettendo sulla retta via. Stefano era un ragazzo che aveva e ha alle spalle una famiglia: due genitori riservati, premurosi, preoccupati e una sorella forse un po’ troppo severa nei suoi confronti, ma verace, combattiva, colonna portante di una struttura familiare che forse – senza la presenza di Ilaria – sarebbe collassata sul dolore. Stefano era un ragazzo che forse avrà potuto fare qualche osservazione, dire un paio di bugie sulla detenzione o meno di droghe ma che di certo non meritava di essere massacrato di botte, di essere palleggiato da un ospedale all’altro e di non godere di una carezza da parte dei suoi cari, perennemente respinti dalle forze dell’ordine.

Sulla mia pelle è la storia degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, ma è anche la parabola di cosa può succedere in Italia se esci la sera con un amico e becchi la guardia sbagliata, quella frustrata e col bisogno impellente di sfogarsi su chi non può difendersi. In questo senso, dunque, il film di Alessio Cremonini è un’arma a doppio taglio, perché da una parte mette a nudo le nostre debolezze umane e dall’altra smaschera e mette alla gogna l’errato modus operandi di alcune forze dell’ordine. Inevitabilmente, tutto il peso della pellicola si concentra sulla figura di Stefano e quindi sull’interpretazione dell’attore Alessandro Borghi il quale, per investire di veridicità la sua missione, ha messo in atto una trasfigurazione del corpo e della mente.

Alessandro Borghi e la trasfigurazione che l’ha portato a trasformarsi in Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle

Prima ancora di perdere 18 chili per arrivare a pesarne 62 (su un’altezza di oltre 1,80 m) Alessandro Borghi ha iniziato la sua metamorfosi da dentro di sé, partendo dall’amore per la giustizia, dalla volontà di portare alla luce una storia vera e drammatica, ma soprattutto dall’amore per ciò che la settima arte è in grado di fare: raccontare ciò che accade o è accaduto attraverso un linguaggio misto di immagini, suoni e voci e farlo arrivare a tutti in una manciata di ore. A questo processo si è sicuramente aggiunto il valore umano apportato dai racconti di Ilaria Cucchi, diventata in questi anni la voce non solo del fratello ma anche di chi, come Stefano, non ha più fiato in gola per difendersi e per raccontare il torto subito.
Borghi appare sul grande e piccolo schermo scavato, svuotato della carne, come se avesse perso il superfluo per far trasparire solo ed esclusivamente il suo personaggio, infiltratosi così profondamente nella sua anima da sembrare un’autentico alter ego, un’altra faccia di ciò che in un’altra vita o dimensione sarebbe potuto essere.

Il suo volto scheletrico e tumefatto ricorda in maniera impressionante il volto di Stefano Cucchi. Di certo il dimagrimento drastico ha massacrato così tanto l’attore da farlo immergere profondamente nello status in cui riversava Stefano nei suoi ultimi giorni di vita. Il protagonista del film è debole, dolorante, visivamente gracile, ma questo non basta. L’attore romano ha arricchito la sua interpretazione col make up impeccabile firmato da Roberto Pastore, il quale ha apportato sul suo volto i lividi dovuti ai maltrattamenti subiti da Stefano Cucchi durante la carcerazione. Ha inoltre mutato il colore dei suoi occhi, che hanno perso il naturale azzurro chiaro per scurirsi, provvedendo a modificare ulteriormente la fisicità di Borghi.
C’è però anche qualcosa che va oltre la nuda e cruda fisicità ed è la modulazione della voce, l’intercalare romano già naturale dell’attore che in Sulla mia pelle si perfeziona attraverso parole dette a metà, la fatica di pronunciarle, il tono che si alza e si abbassa in base alle situazioni e ancora quel parlottare fugace, timido, di chi vorrebbe dire tanto ma ha paura nel farlo, paura di peggiorare la situazione.

Sarebbe riduttivo, tuttavia, dire che Alessandro Borghi è riuscito a entrare nei panni di Stefano Cucchi solo attraverso lo sforzo e il lavoro fatto in occasione del film Sulla mia pelle, poiché ciò che l’attore ci ha restituito sullo schermo è il mosaico di tutto il ciò che ha maturato lungo il suo percorso, in particolare con film come Non essere cattivo di Claudio Caligari e Suburra di Stefano Sollima. Alessandro Borghi riesce così a dare dignità a un ragazzo a cui è stato negato il diritto alla vita, alla compassione, alla gentilezza per un sacchetto di droga rinvenutogli addosso.

Sulla mia pelle: Jasmine Trinca è Ilaria Cucchi

sulla mia pelle cinematographe

L’attore romano classe 1986 conquista e sconquassa l’intera pellicola, ma sarebbe sbagliato non menzionare la collega Jasmine Trinca – anche se sullo schermo appare meno – la quale, con la sua interpretazione impeccabile, è capace di far rivivere l’essenza di Ilaria Cucchi: arrabbiata e dolce, dura e fragile, giusta, combattiva. Tutto ciò che Ilaria è ed è stata fin dal primo momento della morte del fratello lo si può riassumere in una delle scene finali, quella in cui si reca all’obitorio insieme ai genitori e, avuto il permesso di entrare a vedere il corpo di Stefano, resta seduta sulla panchina fredda del corridoio, come una guerriera che si prepara a scendere sul ring. È in quell’inquadratura e in quel lungo silenzio che si legge palesemente il dolore nel cuore di chi resta, la voglia di giustizia che non deve arrendersi davanti a nessun muro, la morte che resta appiccicata alla vita, per sempre.

Glass - dal 17 gennaio al cinema

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