figli, cinematographe

Perché tutti parlano di Figli? Perché Figli parla di tutti noi. Commedia dalle punte quotidiane con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea, il film di Giuseppe Bonito è il manifesto di cosa un film, ancora ad oggi, può rappresentare per una categoria intera, per un gruppo sociale, per un pubblico che, attraverso le quattro pareti dello schermo, può rivedere ciò che vive e in cui ha la possibilità di ritrovarsi più di quanto il cinema nazionale sappia fare facilmente. Sono i temi, lo sguardo attento con cui vengono analizzati e l’estrema ironia dell’esistenza, nonostante la difficoltà di approcciarsi a quest’ultima, a venir messi in ballo nel film di Bonito, che ne permettono la discussione costruttiva, ma ancor più affettiva nei suoi e nei nostri confronti, sempre pronti a buttarci a capofitto fuori dalla finestra per sfuggire alle esorbitanti incertezze della vita, a cui Figli ci mette davanti per elaborarle e dibatterne adeguatamente.

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Il primo punto per cui i discorsi attorno a Figli si fanno tanto dinamici e corposi, è il ricollocamento a posto prioritario della scrittura nell’ambito cinematografico. I fattori sono vari e rilevanti. È, infatti, indubbio il percorso che vede Figli e la sua appartenenza “come un terzo figlio” a Mattia Torre, sceneggiatore e scrittore da cui l’opera nasce e di cui non ha potuto vedere il progetto realizzato, a causa della malattia che lo ha strappato alla sua famiglia e al mondo del cinema a soli quarantasette anni. È dal monologo interpretato in tv da Valerio Mastandrea che nasce lo spunto per la commedia cinematografica, editato e collocato all’interno di una raccolta di testi dello stesso Torre dal titolo In mezzo al mare. Sette atti comici ed esteso a film unitario in cui contenere tutti gli spunti che quelle parole avevano fatto fuoriuscire così sinceramente, con la forza già di commuovere.

La continuità delle storie di Mattia Torrefigli, cinematographe

Mattia Torre e la sua riflessione del personale che è poi ciò che ci lega tutti, prosegue una sorta di continuo ideale con ciò che lo scrittore aveva fatto con la serie tv La linea verticale, in cui raccontava le sorti di un uomo – Mastandrea, ancora una volta sua nemesi – e le conseguenze di un male che lo costringevano a vivere le piccole abitudini dei corridoi di un ospedale. Prendendo dalla vita che tutti i giorni scivola dalle mani, lo sceneggiatore ha riproposto esattamente la medesima esperienza con il proprio Figli: nel confronto con la propria realtà, Torre ha descritto quella di ogni madre, padre, figlio, amico, parente, genitore, attingendo solamente da ciò che giornalmente accade, comprendendone le assurdità e per questo aggiungendo a ogni sequenza del surreale e perpetrando nel proprio talento di cantastorie dei tempi moderni. Quel terzo figlio che Mattia Torre avrebbe dovuto firmare anche alla regia, ma che la malattia non gli ha permesso di fare, ricordandoci comunque che i film sono tanto di chi li scrive, quanto di chi li dirige e che, tante volte, è il loro occhio quello attraverso cui un’opera ci permette di guardare.

Figli: un film che racconta l’Italia di oggi

Secondo discorso che fa di Figli un film di cui continuare a parlare anche al di fuori dalla sala, è la propria attinenza calzante con la società italiana di oggi e il collocamento di quella classe di neo-genitori che devono fare fronte alle avversità e alle ingiustizie che provengono da ogni tempo, quello presente e quello passato. Con un’attenzione al contesto italico che si fa acuta e intelligente critica non sono sentimentale, ma civile e collettiva, Figli è non solo il rammarico per quello che i genitori di ieri – e, quindi, nonni di oggi – hanno lasciato, per l’Italia dei pensionati e dei lavori che rischiano di non farti arrivare a fine mese. Una tesina antropologica, nonché sociologica su cosa significa essere diventati adulti a cavallo degli anni Duemila e come questo abbia avuto ripercussione nella vita quotidiana e genitoriale.

E, se da un lato la programmatica esposizione dei protagonisti si fa a tratti quanto mai palese e rilevante, è anche nella presa in giro delle piccole cose che Figli riesce a entrare in collegamento con un pubblico che si trova immerso nel contemporaneo e che, a qualsiasi livello, può ritrovarsi a condividere il pensiero dei personaggi e delle loro perplessità. Tutto controbilanciato dal comico versante delle nuove mode e inedite fisse entrate in auge nella rete delle nostre relazioni umane e genitoriali, dalle varie tipologie di mamme e papà fino all’impossibilità di poter stare dietro ai mille messaggi di un gruppo scolastico su whatsapp, riscoprendo della verità anche nelle insignificanti ossessioni di tutti i giorni.

Tra amore e contemporaneità: cosa racconta Figlifigli, cinematographe

La terza questione che apre Figli è un discorso ben più ampio sul quale confrontarsi, è la capacità del film di Bonito e Torre di non limitarsi a contornare le figure dei genitori così come troppe volte viene fatto, cioè lasciandole strettamente legate ai loro doveri e agli obblighi della loro posizione. Figli restituisce ai protagonisti, a una mamma e a un papà, la loro identità prima, il loro essere una donna e un uomo. Ma non una donna e un uomo separati, bensì una donna e un uomo nella loro storia d’amore, nella bellezza di alimentare e ricercare ogni volta di mantenere vivo quel sentimento, non delegando la coppia a mera rappresentazione di un nucleo che sussiste solamente in base ai loro figli, ma che è in grado di rimanere insieme nonostante il bisogno, a volte, di scappare.

È amore. È l’amore quello che fa restare uniti i propri protagonisti. È di amore ciò che tratta Figli e fa percorrere la strada dei personaggi mano nella mano. Un aspetto importante, che estende il tema sulla famiglia in una riflessione come quella di Figli, che il film sceglie di rendere primario e da cui, a onor del vero, si sviluppano tutti i conseguenti risvolti della famiglia della Cortellesi e Mastandrea.

E, per finire, sono proprio i volti di queste due marche italiane a completare il dibattito attorno a Figli e ciò che rappresenta nel nostro cinema. Nell’assumersi la responsabilità di una storia così vera e ordinaria, Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea lavorano affinché l’affinità tra i due sia qualcosa di palpabile, la presenza reale di un’unione che i protagonisti affrontano insieme, senza tirarsi minimamente indietro. Due volti familiari quelli scelti per una commedia tanto personale eppure aperta a tutti. Gli interpreti più adatti a conformarsi a un lavoro come quello di Figli e a ciò che voleva essere – e che è riuscito a fare – per gli spettatori. Un film di cui non smetteremo di parlare, perché è impossibile smettere di parlare di noi.

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