il contagio

È difficile racchiudere in un paio d’ore l’intera condizione dell’esistenza umana che si consuma presso certi luoghi, è difficile farne sentire l’odore a chi magari non mette in conto che una città, seppure bella ed eterna come Roma, si ritrova pur sempre con dei tasselli di buio e ombre traforate ai fianchi, particelle che passano sotto la definizione di borgate, in cui la vita sa essere dura, piena di domande e povera di soddisfazioni. Angoli di disperazione che non mancano di farci riflettere e sorridere; nei quali sbattere la testa senza preavviso, come dopo aver cercato intensamente qualcosa, e scoprire il dolore; e sentirsi vivi. Sensazioni scomode, più belle da vedere che da sentire, che convogliano nel nuovo film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Il contagio (di cui potete leggere qui la recensione).

La macchina da presa del duo sa tracciare invisibili linee di demarcazione viaggiando come sui binari di un treno d’altri tempi: è regolare, lenta, fugace quanto basta a farci intravedere i dettagli, lasciando che il gioco di luci e ombre metta in risalto i colori, le espressioni, il tempo sospeso che si ferma a mezz’aria nello spazio che intercorre tra due sguardi. Un cast eccellente – composto tra gli altri da Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Maurizio Tesei, Vincenzo Salemme, Giulia Bevilacqua, Daniele Parisi – sostiene i ritmi di una sceneggiatura mai pedante, calandosi perfettamente nei panni di personaggi spezzati dagli eventi; persone che si amano e non sanno dirlo, che si vorrebbero aiutare ma non sanno farlo, che vorrebbero cambiare, ma a quale prezzo poi?

Il contagio: amore e odio nelle canzoni e nella colonna sonora del film

Tutte le insenature di questi silenzi non restano vuote, sono anzi terreno fertile per la musica, che in Il contagio trova modo di germogliare. Le note zittiscono o esasperano il marciume o la bellezza di certe scene, impiantandosi nello stato d’animo dei protagonisti e donandogli una voce, una melodia che riesca a comunicare allo spettatore ciò che provano. È una colonna sonora sottile come l’urlo di un violino che ci accompagna dall’inizio alla fine senza tregua, intramezzata da frammenti di musica tecno.

Composta da Paolo Vivaldi e Andrea Boccadoro, la soundtrack de Il Contagio è un valzer di dolore che inizia con fare quasi fiabesco. La musica che accompagna la visione principale della palazzina romana fa sembrare quest’ultima non l’abitazione degli ultimi della lista, bensì un’armoniosa casa delle bambole. Ci sono attimi in cui tutti gli strumenti strisciano sull’orlo del sublime e altri invece in cui la melodia diventa assordante.

Le tracce audio de Il contagio seguono i binari della disperazione soprattutto quando accompagnano scene di violenza, o per segnalarci l’arrivo di un pericolo. Emblematica a tal proposito è la scena dell’evento di beneficenza, quella in cui Mauro è completamente strafatto e appare sul grande schermo con un’espressione minacciosa quanto stralunata. La sua assuefazione alle droghe e a quel mondo malavitoso oltrepassa i confini della fisicità personale invadendo l’intera location: ogni oggetto appare esageratamente fuori posto, ogni parola pesa come piombo e la sua figura longilinea non può che trasportarsi fuori da quell’orda. Qui la musica è un tutt’uno con i colori, come se un sassolino fosse caduto nel lago piatto della realtà provocando una serie di cerchi concentrici; con la stessa eleganza la nuance fotografica migra dal rossastro al blu e con essa anche la colonna sonora muta, abbandonando la composizione soft e indagatrice per convertirsi al rimbombante tecno e pulsare all’unisono col battito cardiaco del personaggio.

Il Contagio

È una melodia, quella che irrora il film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, che sa tenerci col fiato sospeso e uscire di scena nei momenti meno opportuni, come a volerci lasciare da soli; come se avesse intuito che in certe occasioni è meglio tacere anche per lei, lei che è musica e non fa mai male (si tratta a tal proposito soprattutto delle sequenze dei primi piani, quelle in cui lo sguardo dei protagonisti incrocia il nostro).

Un marasma di sinfonie che ci convoglia verso una canzone, una sola, che ci è concesso ascoltare dall’inizio alla fine. Come un videoclip asseconda la disperazione, le domande, le plausibili risposte che Chiara (Anna Foglietta) ha nel cuore. Il suo personaggio è al centro di questo meraviglioso spezzone filmico in cui il rapporto tra lei e Marcello (Vinicio Marchioni) regna sovrano presentandosi a noi come il rapporto tra un essere umano e un fantasma.

Quelle Parole di Lucilla Galeazzi è la canzone più rappresentativa de Il contagio

La sottilissima e sofferta voce di Lucilla Galeazzi – cantautrice umbra che con l’album Amore e Acciaio, di cui fa parte il brano in questione, ha vinto nel 2006 la Targa Tenco e il premio Città di Loano come miglior disco in dialetto dell’anno – penetra nelle viscere di chi sa ascoltare. Le dita sfiorano la fisarmonica come se si trattasse del corpo di un uomo in pena e i violini convogliano verso il baratro dell’esasperazione, con l’esigenza e l’urgenza di parlare.

Quelle parole che non m’hai mai detto
nascoste ner core, strozzate ner petto
un giorno de questi te verranno a cerca’
e poi te diranno “ma che stai a fa’”

Lucilla Galeazzi scava con la sua voce come acqua nella roccia inoltrando sottopelle i vocalizzi disperati e al contempo carichi di forza, violenza che è paura e voglia d’amare ma anche consapevolezza di odiare, in quella scala mentale secondo cui l’odio non è malefico ma essenziale, parte integrante di una vita che mette alla prova i cuori, in un intercalare di odi et amo catulliano che nel sentimento trova rifugio, mille domande, nessuna risposta.

L’uso del dialetto, oltre a integrare la canzone Quelle parole nel film, amplifica il valore del messaggio. La r che va a sostituire la l nella preposizione nel rende il testo più ruvido, sentito, colloquiale, così come le parole che il linguaggio dilettale impone di troncare. La Galeazzi sa catturarci nella tela di ragno della sua rima baciata trasmettendoci sensazioni comuni a chi ama e non. Protagoniste del suo brano sono le parole non dette, quelle nascoste, con le quali rischiamo di soffocare, le stesse che saremo costretti a sputare addosso a chi se le merita per non impazzire.

Strofe agitate e furenti si contrappongono ad altre in cui la cantautrice stessa sembra invogliarci a tacere. Il suo Zitto zitto pronunciato quasi a bassa voce, come a contenere l’ira, pare indurci a riflettere prima di dire certe cose, facendo trasparire come l’amore spesso si regga anche sui silenzi, sulle parole non dette:

Mo’ lo sai l’amore vo’ parole e baci
e pure silenzi pe’ potecce sta’
pieni de calore, pieni de presenza,
pieni d’amicizia, pieni d’onestà

Un brano che da solo vale la visione del film e che non potrà fare a meno di contagiarvi, come tutta l’opera.

Quelle Parole di Lucilla Galeazzi: il testo completo

Quelle parole che non m’hai mai detto
nascoste ner core, strozzate ner petto
un giorno de questi te verranno a cerca’
e poi te diranno “ma che stai a fa’”

Allora de botto te usciranno tutte
co’ l’occhi agitati, co’ le labbra asciutte,
le mano pe’ l’aria, parlanno con chi
non c’hai avuto er coraggio de sapejele di’

Zitto, zitto, zitto, zitto sta l’amore
zitto, zitto, zitto che nun po’ parla’
perché sta cercanno le parole
perché sta cercanno e nun le po’ trova’

Zitto, zitto, zitto, zitto sta l’amore
zitto, zitto, zitto che nun vo’ parla’
sennò devo ditte che c’ho pieno er core
de tutto ‘sto amore che me sta ammazza’
sennò devo ditte che c’ho pieno er core
de tutto ‘sto amore…
… e che io te odio pure!

Quelle parole che nun hai mai detto
nascoste ner core, rinchiuse nel petto
un giorno de questi le saprai ritrova’
pe’ dittele tutte, pe’ nun soffoca’

E t’hanno pesato in tutti quest’anni
perché hai fatto finta, commedie e l’inganni
e pure bastava volello vede’
che quelle parole le sapevi da te

Mo’ lo sai l’amore vo’ parole e baci
e pure silenzi pe’ potecce sta’
pieni de calore, pieni de presenza,
pieni d’amicizia, pieni d’onestà

Non lo sai l’amore vo’ parole e baci
e pure carezze vojono di’ che
nun me manca gniente, nun me manca gniente,
nun me manca gniente se io sto co’ te

Nun me manca gniente, nun me manca gniente,
nun me manca gniente se io sto co’ te
nun me manca gniente, nun me manca gniente,
nun me manca gniente se io sto co’ te

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