Da 5 Bloods Come fratelli Cinematographe.it

Da 5 Bloods viene già considerato da molti uno dei film più indicativi della filmografia di Spike Lee e, a prescindere dal giudizio con cui poter annoverare la pellicola, è indubbio che quello sul ritorno in Vietnam di quattro vecchi amici-soldati rappresenta per il regista di Atlanta il punto massimo della sua creatività artistica. Lee va completamente a briglia sciolta nel viaggio a ritroso dei suoi personaggi, partendo dall’inizio documentaristico con cui contestualizza il tema che verrà analizzato e rimaneggiato per l’intera opera, fino all’addentrarsi nel profondo della giungla, dove la pazzia dilagante finirà per strisciare sotto i piedi e nei legami tra i personaggi.

In questo caos in cui vanno a riversarsi i rapporti umani, conseguenza di una macchia nera come la Guerra nel Vietnam, la colonna sonora di Da 5 Bloods stride con le immagini che il caro Spike Lee ci propone, sfruttando la libertà concessagli anche nell’abbinare fotogrammi e sonorità, per rivivere tanto quel dolore post-traumatico dei suoi protagonisti, quanto per aggiungere imponenza a una pellicola che strabocca da ogni suo poro.

Da 5 Bloods: la colonna sonora fra Terence Blanchard e Marvin Gaye

La prima cosa che è impossibile non udire con ingente presenza in Da 5 Bloods è la colonna sonora composta da Terence Blanchard, un tappeto orchestrale che entra più volte in conflitto con l’anima violenta e molto muscolare della pellicola di Lee, che va creando la prima discrepanza con il miscuglio di generi che l’autore va attraversando nel corso dell’opera. Quella che, più di tutte, è la musica che si fa notare all’interno di Da 5 Bloods, è quella di Marvin Gaye, che torna con ripetizione più e più volte, quasi da farsi secondo di Blanchard. È la sua Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) ad aprire il film con il montaggio degli eventi degli anni Sessanta ed è sempre Gaye a tornare nel club vietnamita – con sulla parete la scritta gigante di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola – per far ballare i protagonisti sulle note di Got to Give It Up.

È mentre si aggirano sulla pista per l’oro rimasto sepolto in terra straniera che parte What’s Happening Brother, che i quattro amici cominciano a intonare insieme a rappresentare l’unione che quella fratellanza “di sangue” significa per loro, indicativo se si va ad osservare come proprio quel rapporto di vicinanza troverà sempre più distacco con il procedere del film. Ed è ancora Marvin Gaye che Spike Lee utilizza per chiudere la sua storia, con What’s Going On che risuona prima del discorso di Martin Luther King e delle immagini del suo funerale.

Tra discrepanze musicali e ritorno al passato

Una colonna sonora talmente arzigogolata nella sue scelte da piazzare la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner mentre i personaggi percorrono sulla loro imbarcazione un fiume del Paese che li ospita, un uso insieme glorioso e ironico, che crea uno dei tanti scarti nell’opera del regista americano. A completare il tutto il film propone ulteriori brani che contribuiscono a delineare un collegamento diretto con l’epoca a cui Da 5 Bloods fa, per tutto il tempo, riferimento, posti per aumentare il carico di collegamento che si instaura tra le linee narrative e, anche, tra i vari momenti e i cambi di tono dell’opera.

Un utilizzo che va a contrapporsi e ad abbinarsi anche alla parte documentaristica del film dell’autore, la cui volontà ti tenere lo spettatore nel presente rimane chiara tanto che, nei flashback di guerra, i suoi protagonisti rimangono nell’aspetto con i connotati attuali, non ringiovanendosi per aderirsi alla memoria, ma per mostrare come questa resti sempre richiamata in primo piano. Un lavoro che, quindi, si riverbera anche nelle immagini moderne della pellicola e la sua colonna sonora datata seppur perfettamente inerente al contesto e all’umore del film, tanto da farsi quasi quinta amica del gruppo.

Le vere hit di Da 5 Bloods 

Tra le hit, dunque, della playlist di Da 5 Bloods troviamo Time Has Come Today dei The Chambers Brothers che segna l’incontro tra il David di Jonathan Majors e la fondatrice della LAMB Hedy Bouvier, interpretata da Mélanie Thierry. È, senza dubbio, il brano più conosciuto del gruppo soul, che si è andato ad immettere nella scia della musica blues e gospel degli anni tra i Cinquanta e i primi Settanta. Ciò che aggiunsero, però, al loro sound fu una componente più psichedelica che sconfinasse anche in ritmi rock, permettendo un grande ritorno delle loro canzoni in diverse colonne sonore.

Poi, ad aggiungersi, c’è Bring the Boys Home di Freda Payne, uscita nel 1971 e che porta un po’ di smooth jazz nel clima del film, anche se fu con Band of Gold che la cantante, attrice e icona si fece strada durante gli anni della sua ascesa tra i 60s e gli 80s. E ancora I’m Coming Home del gruppo musicale vocale soul-R&B degli Spinners, i cinque membri della band che nel 1999 entrò nella Vocal Group Hall of Fame, equivalente della Hall of fame dei gruppi vocali nel mondo istituita nel 1988.

E, per finire, (Don’t Worry) If There’s a Hell Below, We’re All Going to Go di Curtis Mayfield, brano non certo posto a caso nel film di Spike Lee. La canzone, infatti, uscita nel 1970 nell’album Curtis, veniva usata da monito per ciò che concerneva le relazioni razziali e le tempeste che stavano crescendo nelle città interne agli Stati Uniti. Un singolo che è, dunque, anche bandiera di un ideale politico che Lee sa come riportare sia tramite le immagini che con l’uso della musica, ponendo questa volta il cantautore americano che si è battuto da sempre, fin dal principio della sua carriera, per il movimento per i diritti civili.

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