a star is born cinematographe
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Su un articolo di Creem, nel 1973, durante una notte brava di alcol e camere d’albergo seguita ad un concerto, il critico musicale Lester Bangs provocava Lou Reed su Judy Garland, la diva dagli occhioni dolci che aveva interpretato il primo remake di A star is born in forma di musical. Alle aizzate spietate di Bangs, Reed rispose descrivendo la Garland come “una donna fantastica. Una donna incredibilmente saggia e spiritosa”. Chissà cosa avrebbe detto l’icona del rock, fosse stato ancora tra noi, della nuova versione del film, ma soprattutto della sua protagonista Lady Gaga.

Alla regia di questa nuova versione c’è il bell’esordio di Bradley Cooper, un attore che interiorizzate le lezioni dei grandi che lo hanno diretto, come David O. Russell, Todd Phillips, Derek Cianfrance e Clint Eastwood, utilizza la macchina da presa a pieno servizio delle performance attoriali. In quest’opera prima, un super-musicarello d’oltreoceano nelle sale dall’11 ottobre, Cooper innalza al massimo il linguaggio visivo intorno alla love story tra due star della canzone. Una conclamata ma in discesa, l’altra in un’inaspettata scalata verso la gloria. Lo aiuta a focalizzarsi sempre sui protagonisti Matty Libatique, direttore della fotografia con lunga esperienza nei videoclip e stretto collaboratore di Darren Aronofsky, gancio del neoregista per arrivare a questo artista della luce. Grazie a lui, le sequenze tra palco, backstage e pubblico, vero per giunta, appaiono come giusto ibrido tra linguaggio cinematografico per i tagli scelti dal regista, e di stampo musicale ben definito per via di atmosfera e pasta visiva da live-show e videoclip ottenute da Libatique.

Per la realisticità del pubblico si è deciso di bigliettare gli ingressi per i fan di Lady Gaga sui vari set a esibizione live. Dai teatri di posa a tutti i locali utilizzati come location. L’effetto è un calore reale, circolare, sia sonoro che visivo, intorno alle performance dal vivo, mentre gli incassi dell’operazione sono stati devoluti alla Born This Foundation, iniziativa benefica voluta dall’artista newyorkese. Il soundtrack edito da Virgin contiene 34 tracce e tra gli autori delle canzoni, tutte originali tranne La Vie En Rose contata da Lady Gaga al momento del primo incontro tra Ally e Jackson Maine, figurano Mark Ronson, Jason Isbell e Lucas Nelson.

A Star Is Born: le migliori canzoni della soundtrack, tra cui Black Eyes La Vie En Rose

Jackson Maine è una star del pop-rock, sta attraversando un periodo difficile di alcol e pillole che ne mettono a rischio il grande successo di pubblico. È proprio a questo punto che incontra Ally, una cameriera d’albergo che aggiungerà alla sua vita nuova musica e un nuovo amore. Per trasformare Bradley Cooper in un cantante sono stati presi a esempio atmosfere alla Pete Townshend degli Who e alla Neil Young, gli artisti preferiti dal regista. Il sound di base è partito da qui per i pezzi originali da comporre. Così è nato un brano energico come Black Eyes, scritto da Cooper e Lucas Nelson dove l’attore si scopre credibilissimo interprete canoro, oltre che buon regista nonostante le prime armi.

Vedi anche il trailer italiano di A Star is Born

I giri di chitarra nostalgici provenienti da country e folk, con venature di vocalizzi strutturati all’ombra della discografia di Young ci portano a Maybe It’s Time, di Jason Isbell, dove Cooper, con un’impostazione vocale inedita, riplasmata per essere più roca, addolcisce questa slow-ballad in una scena del film che sarà meglio non spoilerare.

Poi arriva Ally, o meglio Lady Gaga. Con Shallow, di Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt. Nel videoclip che racconta abbastanza fedelmente la sequenza del film dove Ally si esibisce per la prima volta con Jackson la contaminazione tra rock e pop si fa evidente, con vocalizzi d’assolo sul finale. A bagnarli di soul ci pensa Stefani Germanotta, vero nome di Gaga. Un pezzo che rischia seriamente la candidatura all’Oscar come Miglior canzone, ma non l’unico di questo album.

Se Shallow offre al pubblico i protagonisti in live, in Look what I found, di Gaga, Mark Nilan Jr., Nick Monson, Paul “DJWS” Blair, Nelson e Aaron Raitiere, passiamo alla creazione di un pezzo dalla scrittura canticchiata in un diner per essere catapultati direttamente in sala d’incisione. Cooper passa il testimone a Lady Gaga, la guarda con gli occhi del Jackson Maine producer e il sound prende le sembianze della perfetta canzone radiofonica, con anima swing e l’innesto strumentale di trombe e fiati ad avvolgere scaldando l’ascolto.

L’icona pop nata tra brani dance e orecchiabilmente commerciali ha un altro spazio importante nella romantic ballad tutta al femminile Always remember us, di Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando. La Germanotta qui ricorda una Tori Amos d’annata, pianoforte meno preponderante e sbarazzino della rossa cantautrice del North Carolina, senza i suoi complessi mezzi toni e più rassicurante nel calore vocale. Quindi un altro brano ascoltabilissimo sui vari device e dalle potenzialità di successo fortissime. Ben oltre le visualizzazioni YouTube a cinque zeri.

Forse la canzone di punta di questo soundtrack ricco di qualità e giuste trovate per attrarre pubblico e ascoltatori è I’ll never love again, di Gaga, Hemby, Lindsey e Raitiere. Il brano di chiusura del film di cui sarebbe criminoso spoilerare altri dettagli legati al film, vede ancora protagonista Lady Gaga. In un assolo che emozionerà.

A star is born, musica tra passato e futuro

Si va su quello che un tempo avremmo chiamato il lento più importante della festa, durante quei compleanni scolastici festeggiati in casa o in piccole discoteche. Ma sono ricordi legati agli anni ’90. Dallo scorso millennio però ci preme intanto, per molte similitudini, la I will always love you di Whitney Huston che chiudeva The Bodyguard. Su questo parallelismo tra la Huston e Lady Gaga si potrebbe giocare chiaramente al testimone cultural-pop lasciato da quel film del 1992. Da questo punto di vista A star is born ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo simbolo per la generazione dei millenial, per questo decennio ancora abbastanza sguarnita di film romantici a larghissima gittata costruiti su love story tra due star e linguaggi musicali. A parte ovviamente quell’intramontabile outsider di La La Land, che però puntava forse a fasce d’età più alte e cinematograficamente meglio ferrate.

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Durante l’ascolto di I’ll never love again tornano alla memoria reminiscenze su struttura compositiva e alcuni giri armonici simili a I can’t live without you nella versione cantata da Mariah Carey. Il mood, e non solo, si avvicina parecchio ad I believe I can fly di R.Kelly. Mentre quell’energia crescente nell’esecuzione caratterizzava nello stesso modo anche Take a look at me now di Phil Collins. Insomma, il lavoro musicale di Gaga, Cooper e soci cammina tra i giganti, e come i pezzi citati, sarà sicuramente destinato ad accompagnare nel futuro, con le sue note, l’epoca che stiamo vivendo.

Scopri qui tutte le tracce della colonna sonora di A Star is Born