Who Do I Belong To: recensione del film di Meryam Joobeur in concorso alla Berlinale 2024

La storia di una madre che, per amore del figlio di ritorno dalla jihad, sfida la comunità e ignora le sue premonizioni.

In Who Do I Belong To, il film della regista Meryam Joobeur presentato in concorso alla 74ma edizione della Berlinale (co-prodotto da quattro Paesi: Tunisia, Canada, Francia, Norvegia), Aicha non vorrebbe vedere una macchia di sangue nei fondi del caffè, eppure la vede. Non vorrebbe vedere allargarsi la ferita che si è provocata a una mano, eppure la vede allargarsi. Non vorrebbe svegliarsi sussultante la notte perché anche nel sonno è stata raggiunta da presagi di morte, eppure ciò accade. Il lungometraggio che Meryam Joobeur, regista tunisina residente in Canada, candida all’Orso d’oro orbita su una determinazione all’ignoranza a cui si oppone una forza altrettanto dirompente: il desiderio di sapere.

Sapere chi è la donna che Medhi, uno dei suoi due figli maggiori – Aicha e il marito ne hanno anche un terzo, ancora piccolo, di nome Adam –, ha sposato e con cui è ritornato al villaggio natio, nel nord della Tunisia. Insieme al fratello Amine, Medhi era partito per unirsi alle milizie jihadiste in Siria. Una scelta compiuta forse per sfuggire a un destino di lavoro in fattoria alle dipendenze di un padre tanto esemplare quanto intransigente nei confronti degli incantamenti ideologici e dei grilli per la testa dei figli, assetati di valori che non poggino per forza sulla terra: la terra dei loro campi; la terra come unico asfittico orizzonte dell’umano, che esclude il cielo. Proprio in Siria, Mehdi ha conosciuto la sua sposa, di cui fino all’ultimissima parte del film vediamo esclusivamente gli occhi, la sola parte del suo corpo su cui il rigido niqab apre uno spiraglio.

Who Do I Belong to: storia di una madre, di un figliol prodigo e di una sposa velata

Who Do I Belong to recensione cinematographe.it

Sono occhi vitrei e spalancati, tondi e verdeazzurri, quelli della sposa di Mehdi. Non sono occhi inquisitori, ma inquisiti. Il villaggio, scosso da segni sovrannaturali che non sa decifrare, cerca nello sguardo della straniera le risposte per comprendere l’origine degli accadimenti che lo hanno colpito dal giorno del ritorno di Mehdi, che Aicha è riusciuta a mantenere segreto solo per poco. Il conflitto alla base del film è universale e non squisitamente materno. È un conflitto duplice: da una parte, Who do I belong to mette in scena il tormento di amare qualcuno senza poterlo più capire né riconoscere. Il figlio che si credeva perduto torna a casa, ma l’agnizione è abortita: il figlio ha lo stesso volto, ma qualcosa dentro di lui si è svuotato, ha trasmigrato in un altrove inattingibile. Se pure immutato resta l’amore, il riconoscimento è appunto impossibile; nulla del figlio amato è rimasto uguale.

Quel che il film fa è tuttavia un ulteriore passo: l’istinto di protezione e l’ostinazione cieca dell’amore si scontrano anche con l’insistenza dell’inconscio: l’inconscio non è un sapere da intendersi come un insieme di nozioni; è esperienza. In questo, il film non fallisce la sua comunicazione: la parte più riposta della nostra psiche non è luogo che possa raggiungersi con l’intelletto, bensì solo con un sentire che sopraggiunge sussultoriamente, sinistramente, serpentinamente.

Who Do I Belong to: valutazione e conclusione

Who Do I Belong to recensione cinematographe.it

Meryam Joobeur predilige la via lirica al racconto: convoca gli spiriti; si mette in ascolto delle increspature di realtà che lasciano entrare l’altro mondo, quello metafisico, quello irriducibile a discorso di ragione. Indugia con la sua camera sui volti particolarissimi, fuori cliché, affatto semiti all’apparenza, dei suoi attori: i due fratelli, Mehdi e Adam, fratelli nella vita e nella scena, rossi di capelli e con la pelle tanto coperta di lentiggini da sembrare un manto maculato. Si aiuta con un sonoro, spesso utilizzato come scorciatoia, per insinuare il perturbante.

Quel che suggerisce, ma poi non esplora, sono le ragioni intime di una scelta tanto radicale come quella di aderire all’ISIS, mentre taglia fuori del tutto, dal discorso filmico, le coordinate storiche e sociali all’interno delle quali si colloca – si dovrebbe collocare – la riflessione sull’estremismo religioso: la vicenda di Mehdi è presentata allo spettatore in termini essenzialisti, sganciata dalla contingenza, quasi che le condizioni particolari dell’esistenza, le circostanze politiche che contribuiscono a forgiare un vissuto, non esistessero. La regista, perlomeno, ha deciso di non farle entrare nel suo film, che vive, coerentemente con la scrittura attenta agli ammonimenti inconsci, soprattutto di esasperazione percettiva. La dilatazione eccessiva e un po’ troppo compiaciuta a cui sottopone la materia del film tuttavia finisce per estenuare: Who Do I Belong to affascina per l’attenzione che rivolge alla dimensione percettiva, tanto visiva quanto acustica, ma negandosi al compromesso, s’infossa nell’ottundimento estetico e finisce per perdere di potenza. Sarebbe servito raccorciare qualche passaggio, seghettare in modo angoloso. Sarebbe servito uno schiaffio, un colpo secco.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 4
Recitazione - 3
Sonoro - 2
Emozione - 2.5

2.8

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