White Paradise: recensione del film di Guillaume Renusson

Il film con Denis Ménochet e Zar Amir Ebrahimi ha aperto la XXI edizione del RIFF – Rome Independent Film Festival

Un desertico manto bianco deturpato dal freddo, la ricerca d’isolamento che si trasforma in necessità di contatto, la diffidenza, la solidarietà, l’accudimento, lo scontro; White Paradise è l’opera prima di Guillaume Ranusson, che porta sullo schermo una storia toccante, sia sul piano emozionale che su quello fisico, capace di afferrare con mano corde sensibili come l’accettazione del lutto e la lotta per la sopravvivenza. Scritto dal regista, a quattro mani con Clément Peny, prodotto da Les Films Velvet, WTFilms e Baxter Films e interpretato da Denis Ménochet (As Bestas, Bastardi senza gloria) e Zar Amir Ebrahimi (Holy Spider, Shayda), il film, presentato lo scorso anno, in anteprima mondiale, al Festival del cinema francofono di Angoulême, ha di recente aperto la XXI edizione del RIFF – Rome Independent Film Festival, con la presenza del giovane regista, al suo primo lungometraggio.

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White Paradise: in cammino per la sopravvivenza

White Paradise cinematographe.it

I primissimi istanti di White Paradise inseguono, in piano sequenza, il volto intriso dalla paura di Chehreh (Zar Amir Ebrahimi), giovane donna afgana costretta alla fuga e alla costruzione di una propria libertà, dopo essere stata separata dal marito (si scoprirà più avanti). È l’inizio di un sentiero tortuoso, la prima fase di un’odissea per lo sopravvivenza che, nel soffermarsi su alcuni degli aspetti più crudeli della realtà, mantiene un movimento costante. Lo stacco arriva con qualche secondo di ritardo e, da un fotogramma all’altro, ci porta in Francia, dove Samuel (Denis Ménochet) è alle prese con la riabilitazione seguita a un tragico incidente; una riabilitazione fisica che non sembra bastare e che presto spinge il padre di Léa (Roxane Barazzuol), da poco rimasto vedovo, verso un risanamento anzitutto emotivo.

Giunto al proprio chalet sul versante italiano dell’Alpi, l’uomo è pronto ad affrontare in maniera catartica i propri fantasmi, ad accettare il lutto rivivendone la sofferenza ma, quasi istantaneamente, si trova di fronte le esauste membra di Chehreh, intenta a raggiungere illegalmente lo stato francese. L’iniziale diffidenza tra i due si trasforma, in breve tempo, in fiducia, in solidarietà, in un aiuto reciproco reso necessario dalla caccia spietata di tre giovani conoscenti di Samuel, perentoriamente determinati ad impedire alla donna di varcare il confine. Ne consegue un viaggio sfinente, un gelido cammino verso la sopravvivenza, che porterà i due a battersi con tutte le forze e a scoprirsi salvifici l’uno per l’altra.

Il freddo, il caldo, l’abbandono e il contatto

Zar Amir Ebrahimi White Paradise cinematographe.it

La fisicità altamente palpabile di White Paradise investe lo spettatore, stimolando una capacità di fruizione tattile in grado di incrementarne la percezione: i due protagonisti scoprono lentamente le proprie ferite avvicinandosi a quelle dell’altro, toccandosi, abbracciandosi, rilasciando un vitale calore corporeo, figlio di un istinto all’accudimento. Il freddo candido e pungente si propaga lungo lo scorrere della pellicola, penetra sotto pelle come controparte sensibile di quel sentimento d’abbandono che porta sia Samuel che Chehreh allo smarrimento, al bisogno di ritrovare un proprio itinerario sotto strati di neve fresca, dissestata ma assestante.

Lo sprofondare dei loro passi corrisponde all’emergere dei sentimenti, persi in un viaggio tanto fisico da evocare una fortissima spiritualità. Essi fuggono e al contempo inseguono: affrontano la discriminante brutalità umana e la luttuosità della vita, ricercando non la loro rinnegazione, bensì la loro accettazione, il loro superamento, e scoprendo, lungo il tragitto, il valore dell’assistenza ed un attaccamento alla vita che trova la propria forza nel bisogno di ritrovare i propri affetti; perché se da una parte i due vedono nell’altro la rievocazione di ciò che hanno perso, dall’altra si affidano al pensiero di un ricongiungimento, lei col marito, lui con la figlia.

White Paradise: valutazione e conclusione

Denis Ménochet cinematographe.it

Il succitato piano sequenza apre e chiude nei due momenti di maggiore tensione, quelli in cui il respiro, già ansimato dal freddo, viene totalmente soffocato, preda della concitazione per la fuga e per la lotta. Il regista, Guillaume Ranusson, parte da questo e nel mezzo crea una giostra di percezioni e di emozioni ottimamente collaudate: la fotografia di Pierre Maillis-Laval cattura un ambiente dal clima avverso, che immerge nel suo vasto pallore due personaggi mostrati antiteticamente da vicino, quasi da poter scavare nelle loro ferite, quasi da sentire il loro tremore; la componente sonora, curata da Robin Coudert, non eccede, viene calibrata, centellinata, portata a lasciar spazio alle emozioni dei protagonisti e al loro silenzio; alla base, infine, rimane un soggetto forte, originale quanto necessario, scritto con la giusta delicatezza e amplificato dalle prove eccezionali dei due interpreti.

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Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 4
Recitazione - 4
Sonoro - 4
Emozione - 4

4