Arriva finalmente a Venezia 73 uno dei film più attesi, ovvero Voyage of Time: Life’s Journey, ottava pellicola del grandissimo Terrence Malick. Quest’edizione del Festival dal buon livello medio generale trova così la classica ciliegina sulla torta con un documentario eccezionale, che in 90 minuti ci accompagna in un visionario e poetico viaggio attraverso la storia dell’umanità, alla radice del senso dell’esistenza. A un’opera così audace e imponente non poteva mancare una voce narrante d’eccezione, ovvero quella di una delle migliori attrici viventi, cioè Cate Blanchett.

Venezia 73 – Voyage of Time: Life’s Journey, recensione del film di Terrence Malick

Voyage of Time: Life’s Journey è innanzitutto un’esperienza visiva e sensoriale, capace di lasciare ipnotizzati anche gli spettatori più navigati attraverso giochi di luce e di colori di una bellezza rara e inesprimibile a parole. Assistiamo con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati a una delle sfide più temerarie mai affrontate nel cinema, ovvero quella di raccontare la storia della vita sul pianeta Terra, partendo dai primi vagiti del nostro pianeta, passando per le prime semplici forme di vita e arrivando ai primati e all’attuale uomo.

Voyage of Time: Life's Journey

Terrence Malick cerca di superare i confini del cinema e della narrazione con una vera e propria preghiera visiva, mostrandoci il meglio di ciò che ci circonda e il peggio delle azioni umane, e spingendoci così a riflettere e a chiederci il perchè di tanto scempio. Stupiti, ammaliati e con le lacrime agli occhi ripercorriamo attraverso un’ideale prospettiva divina l’intero cammino della vita sul pianeta, attraversando minacciosi vulcani, gli abissi degli oceani, savane e deserti e vedendo crescere sotto i nostri occhi i primi esseri unicellulari, pronti per trasformarsi in dinosauri prima e in primitivi esseri umani poi.

Parallelamente alle spettacolari immagini del creato e alla proliferazione della vita assistiamo a scene dalla fotografia più rozza e sporca, che mostrano un’umanità confusa e scellerata, incapace di vivere serenamente e pacificamente in amore con la natura, la madre di tutti noi vanamente invocata più volte da Cate Blanchett nel corso di Voyage of Time: Life’s Journey. Lo sguardo umano e quello divino si cercano e si incrociano in un silenzioso e surreale dialogo, l’uno incapace di comprendere, l’altro incapace di spiegare.

Terrence Malick cerca di superare i confini del cinema e della narrazione con una vera e propria preghiera visiva

Come già successo per l’altrettanto meraviglioso The Tree of Life, il paragone più immediato è quello con 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, opera diversa per struttura e tematiche ma che condivide con Voyage of Time: Life’s Journey il desiderio di ripercorrere la storia della nostra civiltà attraverso una comunicazione più visiva che verbale, insieme al pregevole lavoro sugli effetti speciali della leggenda del settore Douglas Trumbull. Il celebre trip di Kubrick si specchia con le ipnotiche divisioni cellulari di Malick, gli uomini primitivi che in 2001 scoprono la violenza impugnando un osso sono gli stessi che in Voyage of Time: Life’s Journey apprendono dell’importanza e del potere del fuoco. Kubrick e Malick diventano così due facce della stessa medaglia, una più razionale e fantascientifica, l’altra più religiosa e naturalistica, entrambe sublimi nel mostrare il tortuoso cammino dell’uomo e il suo nebuloso futuro.

Il celebre trip di Kubrick si specchia con le ipnotiche divisioni cellulari di Malick

Voyage of Time: Life's Journey

Terrence Malick mette in scena un’ideale sintesi della sua carriera, mettendo nuovamente al centro di tutto una natura pura ma inflessibile, accogliente ma non indulgente, che osserva con sguardo severo e ammonitore le stupide azioni dell’uomo. Eccellenti le musiche di Simon Franglen e Hanan Townshend, che accompagnano la narrazione dando enfasi e slancio ai passaggi più significativi. Perchè quindi non parlare apertamente di capolavoro per quanto riguarda Voyage of Time: Life’s Journey?

Con Voyage of Time: Life’s Journey, Terrence Malick centra una delle pellicole migliori della sua folgorante carriera

Se a livello puramente visivo, grazie anche alla straordinaria fotografia di Paul Atkins, possiamo tranquillamente parlare di una delle massime espressioni del cinema recente, diverso è il discorso dal punto di visto della narrazione e dei contenuti. Voyage of Time: Life’s Journey mostra infatti decisamente il fianco, strano a dirsi, nelle parti affidate alla voce di Cate Blanchett.

Il punto debole del film non sta certamente nella performance dell’attrice australiana, che con la sua suadente voce e un’impeccabile interpretazione fa il solito pregevole e preciso lavoro, quanto nelle frasi a lei affidate, decisamente ripetitive (abbiamo perso il conto del numero di volte in cui abbiamo sentito “Oh, mother“) e troppo retoriche e scontate per un film dal respiro così ampio. Il risultato è così una pellicola che spesso procede su binari e velocità differenti, con la forza dello splendido impianto scenico che viene leggermente smorzata dalla molto più debole parte parlata.

Con Voyage of Time: Life’s Journey, Terrence Malick centra una delle pellicole migliori della sua folgorante carriera, peccando però di quel tanto di presunzione che basta per impedirci di definirla una delle massime espressioni del cinema di ogni tempo. Questo non impedisce al film di essere uno dei migliori in concorso a Venezia 73 e principale candidato al Leone d’Oro, nonchè una suggestiva e solenne opera sul mondo e sulla vita, destinata a rimanere negli occhi e nei cuori degli appassionati per molto tempo.

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