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Lande desolate e scogliere a picco sul mare fanno da cornice all’opera prima di Beniamino Catena dal titolo Vera de Verdad, presentata in anteprima mondiale nel fuori concorso della 38esima edizione del Torino Film Festival. Luoghi magici, dalle rocce di Punta Crena al deserto cileno,  che lasciano il segno nella retina dello spettatore per la bellezza selvaggia che li caratterizza. Qui il regista anconitano ha scelto di ambientare la storia di Vera, una ragazzina di undici anni appassionata di astronomia che scompare misteriosamente sulla costa ligure, per poi rispuntare all’improvviso dalle acque del mare due anni priva della memoria della sua vita passata. L’esame del DNA non può che confermare che si tratta proprio di lei. Con il tempo i ricordi iniziano a riaffiorare e la ragazza si rende conto di aver vissuto l’esistenza di un’altra persona, per l’esattezza di un vigilante dell’osservatorio astronomico Alma, in Cile, di nome Elías, morto per infarto e poi risvegliatosi nello stesso momento in cui Vera si era dissolta nel nulla.

Vera de Verdad: un intreccio di vite dal retrogusto inconfondibile del new-age e del realismo magico

Un intreccio di vite, il loro, che supera il tempo e lo spazio, che guarda all’ultraterreno e ha il retrogusto inconfondibile del new-age e del realismo magico. Un retrogusto che si imprime nella corteccia di un dramma che si tinge di giallo psicologico per mezzo di una linea mistery che scorre per l’intera timeline. Tutto davvero molto affascinante, quasi magnetico, che sulla carta sa come attrarre il fruitore verso un plot che promette ma non mantiene le tante premesse e le altrettante aspettative. Perché a conti fatti è lo schermo a dire l’ultima parola e a mostrare i reali valori dell’opera. Tra questi c’è sicuramente la bontà della confezione, della colonna sonora originale firmata dai Marlene Kuntz e della performance attoriale, dove spicca quella di Paolo Pierobon nei panni del padre di Vera.

Vera de Verdad: la scrittura nebulosa è il tallone d’Achille di un film altrimenti ben confezionato

Vera de Verdad cinematographe.it

Peccato che il tutto si vada a perdere nelle elucubrazioni di una scrittura nebulosa, che si contorce su se stessa in cerca di un equilibrio che non riesce a raggiungere a causa di un intreccio meccanico e poco scorrevole. I tempi morti e i passaggi a vuoto appesantiscono la fruizione e vanificano l’efficace di quei momenti in cui la messa in quadro e la recitazione riescono a colmare il gap e a far scaturire persino delle emozioni forti, come nel caso della discussione mattutina di Vera con il padre o il primo incontro in ospedale tra la protagonista e il personaggio di Claudio (interpretato da un convincente Davide Iacopini).

Vera de Verdad: il peso di tematiche “alte” finisce con lo schiacciare le buone intenzioni

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Ciò che ha mosso la suddetta fase, quella più delicata per un film e che ne getta le fondamenta, sono dei temi dal peso specifico estremamente elevato, un peso che ha finito con il soffocare e schiacciare le coraggiose intenzioni iniziali sotto una pressione che si è rivelata troppo forte per le spalle dell’autore. Quest’ultimo ha chiesto tanto, troppo, a un’architettura narrativa e drammaturgica fragile e incapace di supportare e sopportare il carico ingente di tematiche complesse e alte (il rapporto tra vita e morte, paura e accettazione, solitudine e unione con il Tutto) che chi si è occupato dello script (Paola Mammini e Nicoletta Polledro) non si è preoccupato di calibrare e rendere più alla portata di un’opera prima. Il ché ha determinato l’insorgere di problematiche varie che hanno finito con l’indebolire lo scheletro portante del film e le basi sulle quali si poggia.