USS Indianapolis: la recensione del film di Mario Van Peebles

Non possiamo parlare di USS Indianapolis, il film con Nicolas Cage, senza prima fare una lunga premessa a riguardo di uno dei disastri maggiori in tutta la storia degli Stati Uniti

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In quello che è considerato il suo capolavoro per antonomasia, Lo Squalo, Steven Spielberg fece del cacciatore di squali Quint (Robert Shaw) il personaggio più affascinante e misterioso del film. Burbero e irascibile, è protagonista di una delle scene più intense e memorabili della cinematografia spielberghiana. Mentre è notte fonda e i tre protagonisti ingannano l’attesa e la paura per il mostro a cui danno la caccia, l’alcool e le risate scorrono a fiumi. Lo sceriffo Brody nota uno strano tatuaggio sul braccio di Quint e gli chiede che cosa sia. La risposta di Quint è USS Indianapolis. Il nome di quella nave fa immediatamente passare la voglia di ridere a tutti ed è l’incipit di un monologo di tale bellezza ed importanza che vale la pena riproporlo.

USS Indianapolis: partire da Spielberg per raccontare il film di Mario Van Peebles

Ma perché l’USS Indianapolis era così tristemente famosa? Dobbiamo tornare al 1945, quando la guerra aveva ormai un esisto scontato ma la morte mieteva ancora abbondante il suo raccolto. La USS Indianapolis era uno dei migliori incrociatori in servizio presso la marina degli Stati Uniti, aveva solo 13 anni (abbastanza pochi per un nave) e in qualità di incrociatore pesante era perfetto per distruggere le navi giapponesi e per difendersi dagli attacchi aerei di un nemico che, anche se conscio della sconfitta, non dava segno di volersi arrendere.

Anzi, il Giappone aveva riportato sanguinose quanto strenue sconfitte a Saipan, a Okinawa, a Leyte, a Iwo Jima. La sua flotta aerea e navale, un tempo la migliore del mondo, ormai era uno sbiadito ricordo e al posto di professionalità e senso del dovere, i soldati giapponesi erano costretti a immolarsi seguendo la nuova filosofia di attacco dei Kamikaze (Vento Divino in giapponese), dove interi stormi di piloti aeronautici e di siluri umani (i Kaiten) erano pronti a immolarsi schiantandosi addosso alle navi alleate.

In questo quadro desolante e sanguinario, la USS Indianapolis comandata dal brillante Capitano Charles Butler McVay ricevette l’ordine di eseguire una missione di primaria importanza: consegnare parti fondamentali di Little Boy (la bomba per Hiroshima) presso la base segreta di Tinian, da dove l’Enola Gay l’avrebbe usata per porre fine alla guerra, o almeno così si sperava. L’equipaggio era stato da poco rimaneggiato e contava ben 250 reclute, la nave era stata da poco ristrutturata dopo i pesanti attacchi giapponesi ma il Capitano era sicuro di poter completare la missione, almeno fino a quando non gli vennero comunicate delle novità raggelanti.

USS Indianapolis e la decisione che segnò il disastro

La USS Indianapolis di solito si muoveva scortata da cacciatorpediniere e altre unità di supporto, mai da sola, dal momento che questo gigante dei mari poteva distruggere ogni aereo o nave che incontrava, ma era molto vulnerabile agli attacchi dei sommergibili. Per questa missione però si decise che bisognava arrivare il prima possibile a Tinian e che una scorta avrebbe solo rallentato il convoglio.

Sotto l’esperta guida di McVay l’equipaggio arrivò a tempo di record e consegnò il suo terribile carico di morte ma sulla via del ritorno venne intercettato dal sommergibile giapponese I-58 comandato dall’esperto e abile Capitano Mochitsura Hashimoto, che pattugliava l’area in cerca di bersagli. Approfittando della nebbia e dell’oscurità, Hashimoto si avvicinò a 1500 metri e lanciò una serie di siluri che spaccarono la nave in due, costringendo dopo soli 8 minuti l’equipaggio ad abbandonarla. Nella fretta di preparare la missione la nave era priva di scialuppe e giubbotti in numero sufficiente e per di più il segnale di SOS lanciato dalla nave venne etichettato come una trappola dalle basi americane.

Dei 1197 uomini a bordo, 300 morirono durante l’attacco, per gli altri invece cominciò un’odissea orrenda e straziante.

Soli, con pochissima acqua e cibo, sotto il sole cocente e lasciati a sé stessi da uno Stato Maggiore assolutamente negligente, nel giro di poche ore si trovarono a fronteggiare la paura più atavica che possa avere un uomo in mare: gli squali. Centinaia tra squali bianchi, mako, seta e chi più ne ha più ne metta cominciarono a mangiare i cadaveri, poi passarono a sbranare i vivi, sovente in preda ad allucinazioni per la fatica e per aver bevuto acqua di mare, sempre più convinti che nessuno li avrebbe salvati…

Sulla tragedia del loro affondamento e salvataggio, il poliedrico Mario Van Peelbes (Redemption Road, Nashville e Posse tra le sue regie) ha creato qualcosa a metà tra il documentario e il film, avvalendosi di un cast che oltre a un Nicolas Cage in stato di grazia, conta anche Tom Sizemore, Thomas Jane, James Remar, Matt Lanter, Yutaka Takeuchi e Cody Walker nel dare volto e voce ai vari capitani, sottufficiali, giovani marinai inesperti e semplici mozzi che di colpo si trovarono dentro a un vero e proprio incubo.

Dozzinale per quello che riguarda gli effetti speciali (veramente scadenti, con navi e aerei degni di un Call of Duty del 2004), USS Indianapolis si risolleva proprio nel momento in cui le varie storielle sentimentali, sceneggiate da caserma o pseudo battute inutili lasciano lo spazio alla paura e alla sofferenza dei protagonisti. Sublimata dalla bellissima fotografia di Andrzej Sekula (Vacancy, Le Iene, Pulp Fiction e American Psycho) l’odissea ricreata da Peebles è una delle poche a far veramente comprendere quanto possa essere terrificante trovarsi abbandonati al proprio destino, feriti, senza viveri in un ambiente come il mare aperto, dove l’uomo ripiomba al gradino più basso della scala alimentare.

Gli squali di Peebles sono realistici, terrificanti, e negli ultimi anni solo Open Water e The Reef hanno saputo darci una miglior sensazione di impotenza, la stessa che a suo tempo Spielberg regalò agli spettatori di tutto il mondo.

USS Indianapolis: b-movie o documentario? Poco importa, se Mario Van Peebles rende onore alla storia.

Purtroppo però USS Indianapolis appare più vicino ad un b-movie televisivo e non si capisce come si possa aver speso 40 milioni per quello che è in fin dei conti una sorta di rievocazione in stile History Channel. La sceneggiatura di Cam Cannon e Richard Rionda Del Castro (chi? Ecco appunto) è poco più che dilettantistica e poco aiutata da una regia lenta, scolastica e poco incisiva.

Resta però la nobiltà dell’intento e sopratutto la possibilità di arrivare a conoscere i misteri e le verità sepolte di quello che resta un disastro immane, una macchia nella storia degli Stati Uniti e di come un coraggioso Capitano fu chiamato a rispondere di responsabilità a cui altri, ben più in alto, avrebbero dovuto far fronte.

Un’immagine di archivio dei naufraghi dell’USS Indianapolis, così come apparvero ai soccorritori, uomini inermi e disperati circondati da famelici predatori.

Il film si segnala per i numerosi inserti di interviste ai veri sopravvissuti e per foto e filmati d’epoca che aumentano la sensazione finale di come Mario Van Peebles non abbia avuto le idee chiare su come creare un racconto cinematografico che facesse di USS Indianapolis qualcosa di definito.

Il film esce nelle sale italiane il 19 luglio 2017.

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