Una spiegazione per tutto: recensione del film di Gábor Reisz

La recensione della nuova fatica dietro la macchina da presa dell’ungherese Gábor Reisz, nelle sale dal 1° maggio 2024 dopo il fortunato debutto a Venezia 80.

Sono in molti, noi compresi, ad avere notato al termine della visione di Una spiegazione per tutto una significativa variazione nella durata rispetto alla versione presentata all’anteprima mondiale lo scorso settembre all’80esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, laddove si è aggiudicata il premio per il miglior film della sezione Orizzonti. Si è passati infatti dai 152 minuti mostrati al Lido ai 128 ai quali il pubblico nostrano potrà assistere a partire dal 1° maggio 2024, quando la pellicola di Gábor Reisz uscirà nelle sale con Arthouse, la label di I Wonder Pictures dedicata al cinema d’autore più innovativo. Venti minuti circa in più o in meno possono fare sicuramente la differenza, ma andrebbe fatto un confronto tra il prima e il dopo per capire quanto la riduzione nel minutaggio possa avere influito o no sul risultato finale e sull’economia generale del racconto. In questa edizione per il mercato italiano le lancette dell’orologio si fermano quindi con un certo anticipo, ma con tutta onestà ciò che scorre sullo schermo ha conservato intatte tutte le qualità emerse dalla fruizione del final cut. Forse qualcosa è leggermente meno chiara sul versante narrativo, ma quando la materia prima è di livello come in questo caso non c’è taglio e cuci in grado di rovinare quando ti buono fatto dall’autore.

Una spiegazione per tutto arriva nelle sale italiane in una versione con venti minuti in meno

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Cominciamo con il dire che l’ultima fatica dietro la macchina da presa del regista magiaro, scritta a quattro mani con Éva Schulze, è una di quelle opere che ti restano attaccate addosso a lungo per la capacità di parlare diritto e senza fronzoli di una serie di tematiche dal peso specifico rilevante, gran parte delle quali di strettissima attualità. Per farlo ci porta nell’Ungheria di oggi, quella di Viktor Orbán, restituendo il ritratto di un Paese (e di un’Europa tutta se non si ha timore di allargare lo spettro) spaccato in due, dove nessuno sa o vuole comunicare apertamente con l’altro. Il complesso, controverso e delicato tema della divisione ideologica tra chi la pensa in un modo e chi in un altro al punto tale da creare una frattura insanabile risale alla notte dei tempi. Il ché ha alimentato, continua ad alimentare e alimenterà dibattiti e scissioni a tutte le latitudini, perché ormai è radicato nella natura umana. Motivo per cui l’unione tra i popoli, festeggiamenti e celebrazioni di liberazione e indipendenza a parte che ormai sembrano solo di facciata, rappresenta la vera utopia e un progetto lontano dal concretizzarsi. Ce lo dimostrano le guerre che si stanno combattendo in questi anni ad ogni angolo del pianeta e su scala ridotta, con dinamiche diverse, lo ribadisce anche Una spiegazione per tutto, che in tal senso è un film che affronta questioni più direttamente politiche, a partire dall’aspro contrasto tra l’Ungheria più moderna e conservatrice e quella che coltiva ancora princìpi liberali, facendosi portatore sano di argomentazioni, spunti di riflessione e messaggi importanti.

Una spiegazione per tutto si fa specchio dell’odierna società ungherese e non solo, scegliendo di immergersi e immergerci dentro di essa con un racconto di raffinata umanità

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L’opera di Reisz si fa specchio dell’odierna società ungherese e non solo, scegliendo di immergersi e immergerci dentro di essa con un racconto di raffinata umanità che va volutamente in contrasto con la violenza verbale e le tensioni che si respirano nell’atmosfera della Budapest che fa da cornice e spettatrice alla vicenda narrata e alla vita reale che c’è oltre lo schermo. Non sbraita, non urla, ma va comunque diritto al punto passando per l’intenso capitolo di un romanzo di formazione che, dopo un’iniziale parvenza da teen movie con tematiche annesse, apre strada facendo i propri orizzonti a un dramma collettivo e sociale che chiama in causa tutto e tutti. Ecco allora che l’esame di storia durante la maturità di un diciottenne diventa una vera e propria bomba a orologeria destinata a implodere, portando inaspettatamente a galla conflitti, problematiche e criticità sepolte sotto il tappeto trasformandosi in uno scandalo nazionale che coinvolge l’opinione pubblica. Come in un sasso gettato in uno stagno che vede i cerchi nell’acqua propagarsi, allo stesso modo Una spiegazione per tutto ci mostra la catena di causa-effetto e il domino che può derivare dall’interpretazione che si può dare a un simbolo (in questo caso una coccarda legata al 15 marzo, giorno in cui si celebra la Festa Nazionale in memoria della Rivoluzione Ungherese del 1848, appuntata sulla giacca del giovane liceale nel corso dell’esame).

Un film che crea un riuscitissimo intreccio tra politica e sentimenti, tra pubblico e privato

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Da qui nasce un potente e profondo spaccato dell’Ungheria dei nostri giorni che mette in evidenza le contraddizioni di una nazione appoggiandosi a un campione di personaggi, per l’esattezza quattro: uno studente, il padre nazionalista del ragazzo, il professore idealista anti-Orbàn e una giovane reporter a caccia di scoop. Sono loro e le rispettive prospettive alle quali lo script ricorre per comporre una sorta di mosaico, la lente d’ingrandimento con e attraverso la quale Reisz crea un riuscitissimo intreccio tra politica e sentimenti, tra pubblico e privato. In Una spiegazione per tutto le due dimensioni si mescolano senza soluzione di continuità trovando in una narrazione prospettica, frammentata, ellittica, stratificata e circolare la giusta formula. Lo stesso si può affermare della confezione che nella libertà di una macchina a mano, in una fotografia dalla pasta vintage e realisticamente grezza, nella cornice geometrica ed ermetica del 4:3, trova l’espressione estetico-formale consona e concettualmente allineata. Al resto ci pensa un gruppo di attori di estrema bravura (su tutti il talentuoso esordiente Adonyi-Walsh Gáspár nei panni dello studente), che con grandissima naturalezza riesce a comunicare il ventaglio di emozioni cangianti intimamente insito nella sostanza costitutiva e nelle maglie del copione.   

Una spiegazione per tutto: valutazione e conclusione

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Con la sua nuova pellicola dal titolo Una spiegazione per tutto, Gábor Reisz porta sullo schermo un potente, appassionato e profondo ritratto dell’Ungheria dei giorni nostri, dal quale emergono tutte le contraddizioni e le tensioni sociali di un Paese spaccato a metà. Fratture che emergono con tutto il carico emotivo in un film che sotto le mentite spoglie di un romanzo di formazione rivela e rivendica la sua natura politica, la stessa attraverso la quale il regista magiaro lancia alla platea di turno messaggi, pensieri ad alta voce e importanti spunti di riflessione. Mediante una confezione che trova nel realismo e nell’essenziale l’espressione estetico-formale più consona e una struttura frammentata che palleggia abilmente tra le prospettive di quattro personaggi campione della società, a loro volta ben interpretati da un cast che fa della naturalezza il valore aggiunto, il risultato tocca a nostro avviso momenti altissimi, che nemmeno la decisione di tagliare venti minuti circa dal final cut visto all’anteprima mondiale a Venezia 80 riesce a scalfire.   

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 4
Recitazione - 4
Sonoro - 4.5
Emozione - 3.5

4