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Se un giorno il maschilismo e il patriarcato nel nostro Paese saranno solo un brutto ricordo, da dove partiranno i sociologi nostrani per comprendere il motivo per cui tali odiosi comportamenti hanno fiaccato per così tanto tempo la nostra società? La risposta più immediata, e decisamente azzeccata, potrebbe risiedere nei nostri profili social e nelle pagine dei principali esponenti del populismo, sempre più alimentate da incompetenza, ignoranza e odio per il diverso o per i più deboli. Una ancora più efficace, e constatabile quotidianamente con i nostri occhi, potrebbe invece abitare nelle nostre case, in quelle piccole sgradevoli frasi con cui ogni giorno sminuiamo chi ci sta accanto. È proprio su questo invisibile muro di gomma, ancora difficile da lacerare, che si concentra Una primavera, documentario di Valentina Primavera sulla reazione di sua madre Fiorella a 40 anni di abusi coniugali, vincitore del premio LifeTales Award di Biografilm Italia.

Una primavera: un’amara rappresentazione del patriarcato in Italia

Una primavera

Lo sguardo appassionato e solidale della figlia Valentina documenta con dovizia di particolari il tardivo ma doveroso risveglio della mamma Fiorella, che a più di 60 anni di età decide di lasciarsi alle spalle una vita di soprusi e angherie e di riappropriarsi della propria identità di donna, che nella nostra retrograda società spesso è ancora considerata come una mera estensione del marito. Una primavera si concentra sulle difficoltà che la scelta di Fiorella comporta, disegnando un raggelante quadro sociale, dominato da una squallida solidarietà maschile, anche di fronte a comportamenti indifendibili, e dalla grottesca arrendevolezza di gran parte delle stesse donne, che invece di parteggiare per un’esasperata madre di mezza età si limitano a suggerirle di scendere a più miti consigli.

Fa male assistere allo spaesamento e alla solitudine di Fiorella, assistita nella sua silenziosa battaglia soltanto da Valentina e dalla figlia minore, ma fa ancora più male ascoltare gli agghiaccianti discorsi con cui amici e familiari invitano la donna a tornare sui propri passi, focalizzati sulle presunte difficoltà del marito Bruno e sulla antidiluviana convenzione sociale secondo la quale sarebbe preferibile avere accanto a sé un uomo violento ma di carattere piuttosto che uno remissivo, condita da immancabile citazione mussoliniana. Lampanti manifestazioni di strascichi patriarcali ancora estremamente difficili da sconfiggere, nonostante l’attenzione sempre più alta su queste tematiche da parte dei media e dell’opinione pubblica.

Una primavera: cronaca di una resa annunciata

Una primavera

Con Una primavera, accompagniamo Fiorella in un viaggio la cui destinazione, purtroppo, appare segnata fin da subito. Nonostante la fuga da Valentina e una sterile separazione, che concede alla protagonista solamente una divisione per piani della propria abitazione fra lei e il marito, a Fiorella manca il coraggio e soprattutto il sostegno sociale per affrancarsi definitivamente dai propri tormenti. «Non vi è peggior schiavitù di quella che s’ignora», diceva Ignazio Silone, e Fiorella gli dà involontariamente ragione cedendo a un’inutile terapia di coppia, dalla quale filtra chiaramente la doppiezza di Bruno fra pubblico e privato, e a un’immeritata compassione per le difficoltà del marito, che dal canto suo non sembra giungere mai a una piena comprensione dei propri errori.

Proprio a un passo dalla libertà, Fiorella arretra e rinuncia a volare. E in quel suo malinconico e cedevole sorriso, sulle immortali note di Nel blu dipinto di blu, percepiamo la sua forse inevitabile resa e una nuova sconfitta per chiunque abbia a cuore i temi degli abusi familiari e della parità di genere.

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