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Più di 300 anni fa, il commediografo britannico Christopher Bullock coniò la frase, poi ribadita in decine di altre opere letterarie e cinematografiche, “è impossibile essere sicuri di qualcosa, se non della morte e delle tasse“. Se Bullock fosse con noi oggi, aggiungerebbe sicuramente un terzo elemento alle sue certezze, cioè l’annuale ondata di film natalizi Netflix in prossimità delle feste. Mentre scaldiamo i motori per il terzo capitolo della saga di Un principe per Natale (ve l’avevamo detto che sarebbe arrivato), diamo il via alle danze con Un safari per Natale, disponibile sulla celebre piattaforma di streaming dall’1 novembre.

Kristin Davis interpreta Kate Conrad, personaggio romantico e per certi versi ingenuo, in continuità con la sua Charlotte York di Sex and the City, che si ritrova improvvisamente lontana dal figlio, partito per il college, e lasciata dal marito, che le comunica, senza giri di parole, di non amarla più. La donna si trova così senza punti di riferimento e con un viaggio prenotato per lo Zambia, pensato per una seconda luna di miele con l’ormai ex marito. Kate prende il coraggio a quattro mani e parte comunque da sola per l’Africa, dove incontra fortuitamente Derek, affascinante attivista impegnato nella salvaguardia degli elefanti. Ben presto, la protagonista comincia a provare sentimenti per Derek e per i paesaggi incontaminati e mozzafiato dell’Africa.

Un safari per Natale: una blanda rilettura de La mia Africa
Un safari per Natale Cinematographe.it

Un Natale regale, Una corona a Natale, Quel lungo viaggio di Natale e ovviamente Un safari per Natale. Questi sono solo alcuni dei più di 20 film per la TV negli ultimi cinque anni per i quali Neal H. Dobrofsky e Tippi Dobrofsky sono accreditati come sceneggiatori. Una tale prolificità su un tema così specifico potrebbe farci pensare a una serie di lavori fatti con lo stampino, ruotando maldestramente intorno alle festività natalizie. Sorprendentemente, Un safari per Natale smentisce in breve tempo questo pregiudizio, dal momento che il Natale occupa un ruolo decisamente marginale nel racconto. Il problema dell’opera diretta da Ernie Barbarash (responsabile fra l’altro della sceneggiatura de Il cubo 2: Hypercube) è però più grave. Dopo poco più di 10 minuti (se non vi fidate, provate a cronometrarvi), il film non ha letteralmente più nulla da dire, e tutte le principali svolte narrative risultano leggibili anche allo spettatore meno smaliziato.

Con la tensione stroncata sul nascere, assistiamo così impotenti a una blanda e inerte rilettura in chiave moderna de La mia Africa (Karen Blixen è anche citata esplicitamente dai protagonisti). Barbarash prende infatti il capolavoro di Sydney Pollack, fulgido esempio di turbolento sentimentalismo, toccante esistenzialismo e puntuale riflessione storico-sociale, e gli sottrae il sentimentalismo, l’esistenzialismo e la riflessione storico-sociale, lasciandoci con un racconto che è poco più di un lungo spot per la salvaguardia degli elefanti, tanto nobile negli intenti quanto fallimentare dal punto di vista dell’intrattenimento. Spiace soprattutto vedere Rob Lowe, che abbiamo imparato a conoscere e amare come adorabile cazzeggiatore in St. Elmo’s Fire, cinico opportunista in Fusi di testa e grottesco perfezionista in Parks and Recreation, costretto a un’avvilente rimasticatura del Robert Redford del già citato La mia Africa, condita da sfumature alla Indiana Jones e Mr. Crocodile Dundee.

Un safari per Natale: una rom-com che non riesce mai a coinvolgere

Un safari per Natale Cinematographe.it

Oltre ai suggestivi panorami africani e alle tenere immagini degli elefanti che Derek (fra una fiamma e l’altra) e Kate (con le sue rispolverate conoscenze veterinarie) cercano di salvare dall’uomo, cosa ci rimane di Un safari per Natale? Una rom-com che non riesce mai a coinvolgere o divertire e basata su cliché narrativi stantii, il cui messaggio ambientalista filtra solo parzialmente. Un’opera che invece di scuotere e condannare cerca sempre di rassicurare e di ottenere la facile lacrimuccia, fallendo sia nella riflessione naturalista, sia nel tentativo di consegnare allo spettatore un’appagante storia d’amore.

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