RomaFF13 – Tutte le mie notti: recensione del film di Manfredi Lucibello

Tutte le mie notti è un thriller psicologico che svela le sue qualità fin da subito, emergendo per la propria ricercatezza visiva e dialettica.

Tutte le mie notti è un film diretto da Manfredi Lucibello, con Barbora Bobulova, Alessio Boni, Benedetta Porcaroli e Carolina Rey, presentato durante la 13 edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città.

Il film, prodotto da Carlo Macchitella e dai Manetti Bros, è ambientato in una desolata villa sul mare da cui, una notte d’autunno, una ragazza tenta di fuggire. Sara (Benedetta Porcaroli) è sola, spaventata e non sa dove dirigersi ma sa che deve andar via da quel luogo; durante il suo girovagare trova qualcuno disposto ad aiutarla, Veronica (Barbora Bobulova), che la porta al sicuro in una dimora nelle vicinanze. Veronica e Sara da quel momento saranno costrette a doversi confrontare con una realtà complicata, fondata su paure, segreti e bugie: c’è un muro altissimo che le divide e nessuna delle due è pronta ad abbatterlo.

Benedetta Porcaroli sa cogliere il meglio del suo personaggio in Tutte le mie notti

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Tutte le mie notti è un film che costruisce la sua tensione narrativa su due aspetti: il primo è la presenza di colpi di scena che capovolgono la linearità della trama che in questo senso vive di pochissimi cali di tensione, il secondo è l’incubo emotivo che subiscono i due personaggi, stretti in un ambiente elegante e claustrofobico, e che permettono allo spettatore di abitare i loro mondi, pur non spostandosi di un centimetro.

Benedetta Porcaroli coglie gli eccessi e le fragilità di una baby prostituta, una ragazza che subirà duramente le conseguenze delle sue azioni, mentre Barbora Bobulova incarna un’avvocato colmo di paure e di insicurezze: le due donne sono mondi paralleli che si incontrano, due persone che formano alleanze, prima edificate e poi spezzate. Alessio Boni interpreta un imprenditore in difficoltà, assillato dalle sue priorità lavorative e disposto a tutto pur di tenere in piedi la propria società. Questi tre personaggi, a loro modo, suggeriscono l’illusione della propria verità, ognuno di loro nasconde un universo personale putrido, indicibile, che si sovrappongono e urtano tra loro.

Tutte le mie notti: un thriller psicologico che sfida lo spettatore

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Tutte le mie notti ha i colori freddi del thriller e il tessuto espositivo di un film psicologico, un film fondato su una semplicità formale ed impreziosito da digressioni, ellissi narrative molto ben articolate; il film di Manfredi Lucibello isola i suoi protagonisti, li costringe in un unico ambiente e presta molta attenzione al linguaggio del corpo e ai toni discorsivi. La maschera che avvolge le due donne ben presto rivela un orrore indicibile, un incidente che viene spesso menzionato, evocato ma mai visto. Il malessere che circonda il film non blocca, non inibisce la fluidità dell’azione, coniuga un’estetica piacevole con il valore della forma. Il set è una gemma, arredato con gusto, abbastanza circoscritto da impedire ai personaggi di allontanarsi l’uno dall’altro. La macchina da presa è agile, dinamica e permette alle ombre e alla luce di definire le scene.

Tutte le mie notti è un thriller psicologico che svela le sue qualità fin da subito, emergendo per la propria ricercatezza visiva e dialettica, un film che sfida lo spettatore, pur non suggerendo quello che si deve pensare o da che parte si deve stare. La storia vince nel suo realismo, spogliato da inutili artifici o eccessivi fraseggi nei dialoghi, e funziona proprio perché non ha un archetipo, non si fonda un paradigma inflazionato: i personaggi sono credibili perché si percepisce il loro assoluto e vulnerabile smarrimento.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 2
Emozione - 3

3.1

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