Venezia 79 – Three Nights a Week: recensione del film di Florent Gouëlou

Florent Gouëlou ci porta nel mondo delle drag queen con Three Nights a Week, storia d'amore presentata a Venezia.

Dopo aver conosciuto l’arte delle drag queen durante la realizzazione del corto Un homme mon fils (2017), Florent Gouëlou torna a esplorare quel mondo con Three Nights a Week, suo primo lungometraggio. Tra i partecipanti alla Settimana Internazionale della Critica, programma autonomo nella cornice della 79a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, il film vede una sceneggiatura firmata dallo stesso regista francese, a sua volta drag queen nella vita reale.

Protagonista di Three Nights a Week è Baptiste (Pablo Pauly), ventinovenne che sogna di sfondare come fotografo. Fidanzato con Samia (Hafsia Herzi), laureanda in medicina, e manager presso un negozio di elettronica, il giovane ha una vita privata stabile che tuttavia non lo rende felice, incapace di comprendere cosa voglia davvero dal futuro. A sconvolgere l’esistenza del ragazzo è l’incontro con Cookie Kunty (Romain Eck), drag queen che si esibisce nei locali notturni parigini, da cui Baptiste rimane folgorato al punto da decidere di realizzare un progetto fotografico dedicato a lei e alle sue compagne, svelando i retroscena del loro mondo mentre queste si preparano per un concorso che cambierebbe le loro vite. Baptiste capisce però presto di essere sempre più attratto da Quentin, il ragazzo dietro l’affascinante drag queen, mettendo così in discussione ciò che credeva di conoscere di sé fino a quel momento.

Three Nights a Week: il dolore dei corpi seducenti dietro al glitter

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Membro attivo della scena drag ormai da anni, Gouëlou si affida a tutta la propria esperienza personale, pur non necessariamente autobiografica, per dare il ritratto più umano e fedele possibile del mondo che si accinge a esplorare. A rendere particolarmente riuscita l’operazione del giovane cineasta è il fatto che questi non sia interessato a fornire un resoconto edulcorato di cosa significhi essere una drag queen. Il fine del regista è andare oltre lo sfarzo e i glitter dove spesso si ferma l’occhio di tanti media, sebbene tali elementi siano ben presenti rivelandosi parte integrante della resa formale del titolo. Una missione portata avanti soprattutto per mezzo di uno studio sui corpi di Cookie e degli altri personaggi. Come la macchina fotografica di Baptiste, spesso mostrandole attraverso il suo obiettivo, Gouëlou è attratto magneticamente dalle figure delle drag queen protagoniste, stringendo su particolari che non si riducono a mero voyeurismo, bensì evocano la fascinazione che scuote in prima persona Baptiste. Corpi non solo seducenti, ma anche stanchi, che il regista va a “sbucciare” (come una banana, riflette il giovane fotografo nel film), mostrandone il sudore e il dolore dopo le entusiasmanti performance.

Come Baptiste nel suo progetto, l’intero Three Nights a Week gioca sull’idea di contrasto. Gouëlou mette in scena degli incredibili numeri di cui si rende protagonista il gruppo di drag queen. Fra pallette, luci al neon e una colonna sonora che spazia dalla disco anni ’70 a all’indietronica dei 2000, il regista prende per mano lo spettatore e lo porta sulla pista da ballo costruendo coinvolgenti sequenze a ritmo di musica, non risparmiandosi in movimenti di macchina che trasudano l’energia da cui, lentamente, anche Baptiste si lascia travolgere. Basta tuttavia un taglio di montaggio per portarci nella stanza adibita a camerino dove Cookie, strato dopo strato, rimuove parrucca, trucco e unghie finte per rivelare un provato e dolorante Quentin. Il titolo porta così alla luce l’estenuante lavoro (dallo studio delle coreografie alla realizzazione degli abiti) dietro alle sfarzose esibizioni e non esita a mostrare il giudizio sociale che prende di mira le drag queen, fotografate in una Parigi quasi sempre notturna che le vede spesso vittime di aggressioni, verbali e fisiche.

Pablo Pauly e Romain Eck sono i volti di una storia d’amore magnetica in Three Nights a Week

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Three Nights a Week è però innanzitutto una storia d’amore, che Gouëlou racconta con estrema delicatezza. Pauly ed Eck sono una coppia di attori protagonisti perfetta in tal senso, dando volto a due metà una complementare dell’altra. Le immagini si accendono di carica emotiva quando il sorriso imbarazzato e i timidi occhi di Baptiste si incrociano con la forte personalità e lo sguardo penetrante di Cookie/Quentin. Tale suddivisione dei caratteri va tuttavia a farsi sempre meno netta con il procedere della storia e il regista è abile nel rendere il modo in cui ciascuno porti a galla aspetti nascosti del partner, rendendo il fotografo sempre più disposto a scommettere sulla loro relazione, laddove Quentin rivela tutte le proprie insicurezze nei confronti della vita.

Nella scrittura, il film segue una pista piuttosto convenzionale in ambito romantico, muovendosi fra prevedibili alti e bassi nella relazione, a volte optando per delle risoluzioni frettolose, dal colpo di fulmine motore della vicenda alla risoluzione di alcune crisi fra i protagonisti. Ciononostante, l’evolversi del loro sentimento convince non solo in virtù delle interpretazioni di Pauly ed Eck, ma anche per la scelta dell’autore di far sì che gli ostacoli al loro rapporto non siano costituiti principalmente dalle divergenze fra le due parti o sulla difficoltà nell’accettare l’altro. Il nemico da combattere nel film sono innanzitutto i problemi irrisolti che i protagonisti hanno con se stessi, per cui è necessario che facciano i conti con ciò che non accettano di sé prima di poter pensare a coltivare l’amore. Questo approccio consente al titolo di riflettere su questioni quali l’identità e la paura del futuro, che aiutano a sollevare il racconto dalle frequenti banalità del genere romantico.

Un cast in forma smagliante e una Parigi pulsante di vita fanno di Three Nights a Week una storia dal respiro autentico

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A coronare il convincente risultato di quest’opera prima è un cast totalmente in parte, dal combattivo Bobel/Jerrie FK (Harald Marlot) al bonario zio Jean (Jean-Marie Gouëlou, padre del regista). Soprattutto l’aver affidato gran parte dei ruoli a vere drag queen, oltre a costituire un imperativo etico per l’autore del film, amplifica il grande senso di autenticità di cui è intriso Three Nights a Week, che anche nei suoi spazi ci apre le porte a luoghi reali e riconoscibili della capitale francese, a partire dall’Espace Beaurepaire, galleria d’arte dove all’inizio del film vediamo Baptiste allestire la propria mostra.

Gouëlou firma così un lavoro dalla forma accattivante, nervoso nel catturare il totale abbandono dei personaggi nelle luci elettriche dei locali notturni e colmo di calore nei momenti in cui questi trovano nell’amore e nell’amicizia un rifugio sicuro dalla vita. Una storia d’amore classica ravvivata dall’eclettismo dell’arte drag, spunto per riflettere sull’eterna ricerca della propria identità e sulla centralità del corpo come strumento di liberazione dalle etichette, quelle che ci vengono affibbiate così come quelle che noi stessi ci imponiamo.

Targato Yukunkun Productions, Three Nights a Week è stato selezionato come film di apertura della Settimana Internazionale della Critica. Diretto da Florent Gouëlou, anche sceneggiatore, il cast è composto da Pablo Pauly, Romain Eck, Hafsia Herzi, Harald Marlot, Mathias Jamain Houngnikpo, Holy Fatma, Calypso Baquey e Jean-Marie Gouëlou.

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Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.8

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