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Rudol’f Nureev ha un ego smisurato. Smisurato tanto quando la sua determinazione. È da quando era solo un bambino che gli altri lo chiamano “white crown”, l’espressione più vicina per descrivere un animo in continuo fermento, riconoscibile e sfrenato. Ma non è soltanto ambizione inconsistente la sua. Ballare significa avere una storia da raccontare e Nureev porta dietro la sua, fatta di una nascita su un treno in corsa, una crescita solitaria circondata dalla neve e relazioni carnali e intellettive che lo hanno spinto fino ai più importanti palcoscenici, orientali e occidentali. Ed è anche questo contrasto che Ralph Fiennes vuole porre sotto i riflettori con il suo nuovo film Nureyev – The White Crow.

Tutti quegli incontri più o meno profondi, quel lavoro incessante per recuperare il tempo perso prima di dedicarsi completamente e instancabilmente al balletto. Una vita piena che rende, perciò, pieno anche il film. Ma se le esperienze si incastrano e si approfondiscono con il tempo, se le conoscenze e le relazioni vanno a solidificare e a plasmare le condizioni emotive e professionali di una persona, l’opera da regista di Fiennes non ha la stessa sistematicità che alla vita viene più naturale, realizzando un biopic che può anche narrare il conflitto politico vissuto dal ballerino, il suo sogno fin da ragazzino e l’impegno per fare i propri passi sul palco, ma dimostrando comunque di non saper bene come fare.

Nureyev – The White Crow – L’incontro di tre linee temporalithe white crow cinematographe

È su tre linee temporali che The White Crow va incastrandosi. Un passato – di gran lunga la parte meno efficace – dalle tinte desaturate, in bianco e grigio scuro, in con uno Nureev bambino si avvicina sempre più a quello che sarà il mondo del teatro e alla sua vocazione. Un presente, con un uomo aperto alla conoscenza e, in virtù di questa, troppo vicino ad una visione globale del mondo, dannosa secondo quei paradigmi socialisti con cui il suo Stato cerca di reprimerlo. E, ancora, uno stadio intermedio, quegli anni di studio che ha trascorso durante la propria preparazione e che lo hanno avvicinato agli insegnamenti fondamentali della sua disciplina artistica.

Livelli di narrazione, dunque, tripartiti, con un montaggio approssimativo e poco significante in ogni suo passaggio, come invece sembrerebbe aver voluto tentare di essere. Non era certamente compito facile unire i tanti aspetti che la sceneggiatura di David Hare decide di trattare, eccedendo nell’auspicabile riuscita di un film omogeneo e esauriente, ma andando perdendo invece di impatto e facendo svanire il trasporto, arrivando fino al punto di trascinarsi sul finale.

Nureyev – The White Crow – L’inquadratura dei corpi di Ralph Fiennes che si perde nel marasma della narrazionethe white crow cinematographe

Un’eccedenza di scrittura che la regia non può controbilanciare poiché confinata alle logiche della narrazione, ma che avrebbe potuto spiccare un notevole salto se avesse scelto la danza come oggetto principale da inquadrare. È, infatti, tattile il lavoro che Fiennes opera dietro la macchina da presa intorno ai corpi e alla loro maniera di conquistare lo spazio, avvolgendo i muscoli e risaltando la pelle, selezionando con attenzione quale dettaglio isolare. Un’operazione che, sfortunatamente, è quanto mai limitata, e rischia di passare inosservata nel marasma di risvolti che The White Crow si promuove di affrontare.

Un mito della danza che non viene risaltato come personaggio cinematografico, lasciando che, ad oggi, siano ancora i suoi movimenti e le sue performance a parlare, come se attraverso queste potesse comunicarci tutto ciò che ha sempre voluto dire e tutto ciò che era realmente importante sapere sulla propria esistenza. Un ballerino che con la sua ostinazione, il suo rifiuto all’imposizione politica e la sua sincerità ha raggiunto il proprio scopo. Ha saputo, con la danza, raccontare una storia, più di quanto il cinema questa volta sia stato in grado di fare.

Nureyev – The White Crow è al cinema dal 27 giugno 2019 con Eagle Pitures.

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