voto del pubblico 5.0/5
voto finale
3.7/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Tra i compiti di un festival c’è anche quello di andare a scovare quei film che difficilmente il pubblico che frequenta più o meno assiduamente le sale troverebbe in cartellone. Ecco allora che le kermesse vanno a colmare – seppur in minima parte – tale assenza, proponendo nelle rispettive line-up opere provenienti da cinematografie lontane che non hanno alle spalle tradizioni decennali e background produttivi che possano garantire loro una visibilità su larga scala. È il caso di The Road to Eden, l’opera prima made in Kirghizistan firmata a quattro mani da Bakyt Mukul e Dastan Zhapar Uulu, presentata nella sezione “Panorama Internazionale” della 12esima edizione del Bif&st.

The Road to Eden: un’opera prima di grande maturità stilistica e narrativa

The Road to Eden cinematographe.it

In effetti non accade spesso di imbattersi in una pellicola prodotta in questo piccolo Stato indipendente geo-localizzato nell’Asia Centrale, staccatosi dal blocco dell’Ex Unione Sovietica e diventato definitivamente autonomo nel 1991. Motivo per cui i film concepiti in quella zona si contano sulle dita delle mani e la curiosità di vedere di cosa sono capaci è molto alta. La stessa curiosità che ci ha spinto ad assistere all’anteprima italiana andata in scena nel corso del festival pugliese. Qui il pubblico ha potuto assistere in religioso silenzio e con lacrima pronta a inumidire gli occhi alla storia di Kubat Aliev, uno scrittore in pensione sul viale del tramonto, che trascorre gli ultimi giorni della sua vita in una società sempre più dedita al benessere e alla ricchezza. Vedovo e senza figli, ripone le sue speranze nell’amico Sapar, giovane autore altrettanto talentuoso ma affetto da una grave malattia. Solo una costosissima operazione in Germania può salvarlo. L’uomo farà di tutto pur di aiutarlo a sopravvivere, intravedendo in lui la possibilità di portare avanti la sua eredità letteraria.

The Road to Eden: un film che porta avanti una serie di scelte drammaturgiche ed estetiche coraggiose

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Lo scetticismo iniziale nei confronti dell’opera in questione, legata alla scarsa conoscenza della suddetta cinematografia, ha poi lasciato spazio alla piacevole sorpresa di trovarsi al cospetto di un prodotto audiovisivo meritevole di attenzioni. Nonostante la giovane età, i due registi dimostrano una notevole maturità tecnica e di scrittura, che va di pari passo con una conoscenza del linguaggio e della punteggiatura cinematografica piuttosto sviluppata. Ciò emerge sin dai primi vagiti di un film che porta avanti, con consapevolezza e coerenza, una serie di scelte drammaturgiche ed estetiche decisamente coraggiose. Scelte, queste, a cominciare dall’utilizzo dei one-shot per lo più fissi e dall’utilizzo del bianco e nero per riflettere il mondo interiore di un protagonista svuotato e deluso da un mondo al quale non sente più di appartenere, che donano al film una grande capacità comunicativa. Il ché consente agli autori di sopperire alle limitatezze produttive ed economiche, consegnando al grande schermo un’opera che parla al contempo di temi universali (amicizia, creatività, crisi economica, etc.) e di tradizioni cristallizzate nel tempo.

Un rigore formale e un lavoro in sottrazione permettono al film di entrare in sintonia con lo spettatore

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Il risultato è un rigore formale e un lavoro in sottrazione che permettono al film di entrare in sintonia con lo spettatore di turno, accompagnandolo lungo un percorso narrativo che supera la soglia delle due ore senza mai respingerlo. Lampi di poesia e di lirismo, emozioni fluttuanti che arrivano quando meno te l’aspetti, silenzi che reclamano un posto tra le parole e l’intensa interpretazione di Marat Alyshpaev, sono il passe-partout che permettono a The Road to Eden di conquistare la platea.