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Se il titolo e la trama del nuovo arrivato in casa Netflix, il thriller The Girl on the Train di Ribhu Dasgupta vi suonano entrambi familiari, sappiate che la cosa è assolutamente normale se come noi vi siete imbattuti nelle pagine dell’omonimo bestseller della scrittrice britannica Paula Hawkins, che per chi non lo sapesse racconta la storia di una donna divorziata che in seguito a un incidente automobilistico perde la memoria a lungo termine ed è costretta ad abortire. Un trauma che la spinge nelle braccia dell’alcool e a fantasticare su una coppia apparentemente perfetta che vive in una casa che si trova lungo la linea ferroviaria che percorre ogni giorno. Un modello che improvvisamente si sbriciola quando si ritrova coinvolta in un caso di omicidio.

Dopo un primo tentativo di Tate Taylor, The Girl on the Train torna sullo schermo con la trasposizione in salsa hindi di Ribhu Dasgupta

The Girl on the Train cinematographe.it

La pellicola in questione, infatti, altro non è che una trasposizione del romanzo del 2015, per l’esattezza la seconda ad approdare sullo schermo dopo un primo tentativo di Tate Taylor a un anno esatto dalla pubblicazione. Già in quell’occasione il risultato non aveva pienamente soddisfatto le attese tanto degli estimatori del libro quanto del pubblico cinematografico. Il tentativo di dare nuovo lustro al giallo classico, colorandolo di sfumature sexy e avvolgendolo nella fitta tela di un’intricata indagine psicologica, non portò agli esiti sperati, al contrario diede vita a un film dagli ingranaggi mistery imperfetti, costruiti su un’architettura narrativa e drammaturgica piuttosto artificiosa. Del resto, il compito affidato al regista e attore statunitense non era per nulla semplice data la complessità della matrice letteraria, incentrata sul flusso di pensieri dei personaggi femminili che la animano e su una scansione temporale ostica da trasporre. Elementi, questi, che hanno fatto la fortuna del romanzo, per poi trasformarsi nel peggior nemico contro il quale si è dovuto scontrare suo malgrado Taylor.

Cambiamenti nel plot e pennellate bollywoodiane non sortiscono i risultati sperati

The Girl on the Train cinematographe.it

A farne le spese ora c’è anche il collega indiano, che con una trasposizione in salsa hindi di The Girl on the Train ha provato a cavalcare nuovamente l’onda del successo editoriale per poi esserne schiacciato a sua volta. La versione che porta la sua firma riesce persino a fare peggio della precedente. Quei pochi e assolutamente futili cambiamenti, a cominciare dai nomi di battesimo dei personaggi alla scelta di riportare l’azione da New York a Londra, sono serviti davvero a poco. Come a poco sono servite le pennellate bollywoodiane di natura danzeresche e canore che Dasgupta ha disseminato qua e là nei frangenti melodrammatici della timeline per personalizzare il progetto. Pennellate che a conti fatti si sono trasformate in corpi estranei incastonati a forza all’interno di un thriller psicologico dagli ingarbugliati intrecci mnemonici e spazio-temporali. I giochi di specchi rotti in cui si riflette il plot e le trappole disseminate nel racconto per depistare lo spettatore sono inneschi inesplosi, tanto da risultare ampiamente prevedibili. I capovolgimenti di fronte che portano al ribaltamento delle posizioni dominanti tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, mescolano le carte in tavola, ma senza alzare il livello della partita. Il predecessore quantomeno era riuscito a tenere a sé l’attenzione del fruitore, a differenza di colui che ne ha preso il posto dietro la macchina da presa che l’ha smarrita strada facendo.

Un cast pieno zeppo di importanti nomi dello star system bollywoodiano non è un salvagente al quale il regista può aggrapparsi per restare a galla

The Girl on the Train cinematographe.it Il The Girl on the Train di Dasgupta crolla come un castello di carte sotto il peso della penna che ha concepito la storia, trascinando con sé tutte le buone intenzioni di fare di più e di meglio rispetto al film del 2016. Quest’ultimo aveva potuto contare sulle buone performance di Emily Blunt e Luke Evans, che almeno dal punto di vista delle interpretazioni erano riusciti a tenere a galla la scrittura anche quando presentava delle crepe. Un salvagente al quale il cineasta indiano non ha potuto aggrapparsi nei momenti di maggiore difficoltà, con il cast pieno zeppo di importanti nomi dello star system bollywoodiano, capitanato da un’altalenante Parineeti Chopra.