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Quando ci si appresta a vedere un film dell’orrore, in questo caso The Darkness, come minimo ci sentiamo in dovere di aspettarci di provare un minimo di paura. Non necessariamente si deve trattare di una paura folle, di ritrovarsi a chiudere gli occhi e rimpiangere di avere deciso di guardare proprio quel film. Un film dell’orrore, per essere definito tale, dovrebbe quantomeno provocare un vago senso di inquietudine.

Che si parli di alieni, di fenomeni soprannaturali, paranormali, streghe o mostri di qualsivoglia natura il minimo sindacale è che lo spettatore avverta almeno un accenno di turbamento. Il perturbante, infine, è la meta cui un film di questo genere dovrebbe ambire per colpire perfettamente nel segno. The Darkness (2016) di Greg McLean fallisce miseramente nell’intento nonostante lo spiegamento di massa di tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili che possano venire in mente quando si pensa al genere horror.

The Darkness è un film dell’orrore che spaventa per i motivi sbagliati: una trama inconsistente, un accumulo interminabile di stereotipi del genere e, per finire, un trattamento irrispettoso delle persone affette da autismo presentate come mere calamite per spiriti e fantasmi

The Darkness: recensione del film con Kevin Bacon

Mentre la famiglia Taylor è in vacanza nel Grand Canyon con alcuni amici, il figlio Michael (David Mazouz) per disattenzione cade in una grotta sotterranea dove scopre alcune pitture rupestri e delle strane pietre con delle incisioni. Al ritorno, la vita continua a scorrere tranquilla ma progressivamente cominciano a sorgere alcuni problemi.

Michael, affetto da autismo, sostiene di avere una nuova amica che vive nelle mura di casa e che lo spinge ad atti di violenza contro la sorella o il gatto della nonna. Stephanie (Lucy Fry), la figlia maggiore, non riesce ad accettare il proprio corpo e soffre di bulimia. Inoltre, la relazione tra Bronny (Radha Mitchell) e Peter (Kevin Bacon) si fa sempre più tesa, sia a causa dei problemi che affliggono i figli sia di una vecchia relazione extraconiugale di Peter che ancora tormenta la moglie. Oltre a tutto questo, strani avvenimenti e apparizioni di animali cominciano a minacciare concretamente la loro vita.

Soffitte completamente al buio, bambole di pezza abbandonate, corvi: nei primi quindici minuti si rende già particolarmente evidente che il film si regge su una debole impalcatura di prestiti dagli stereotipi più inflazionati del genere horror.

Man mano che si procede con la visione, il vuoto pneumatico che governa la trama si fa sempre più ingombrante fino a schiacciare lo spettatore sotto il peso di uno sviluppo narrativo inconsistente che non riesce a creare neanche la dose minima raccomandata di suspense. Dove non arrivano gli sceneggiatori cerca di mettere le toppe una colonna sonora che si affanna nel vano tentativo di rendere quantomeno significative le scene che accompagna mentre una recitazione che si assesta sulla decenza riesce tuttavia a mantenere il film a galla. Se così si può dire.

The Darkness è un film che, come nel peggiore dei cliché, sarebbe preferibile dimenticare, invece rimarrà a lungo nella memoria come esempio di tutto ciò che sarebbe meglio non fare se si è alle prese con un film dell’orrore

The Darkness: recensione del film con Kevin Bacon

Come se il film non navigasse già a vista di un totale fallimento per quanto riguarda la messa in scena, le più gravi mancanze si presentano a livello contenutistico. Nell’impilare stereotipi su stereotipi, infilando alla perfezione bulimia, tradimento e oggettivazione della donna, il più grande peccato di The Darkness è quello di trattare in modo non solo superficiale ma soprattutto dannoso e irrispettoso il tema dell’autismo.

Mano a mano che i fenomeni soprannaturali si fanno più frequenti, tutti i componenti della famiglia cominciano a guardare con sospetto verso Michael, ritenuto responsabile di tutti gli avvenimenti per colpa del suo autismo, visto come condizione per cui provare paura. È oltremodo imbarazzante assistere al modo in cui questa patologia venga piegata ai fini della trama fino a rendere esplicita la connessione tra bambini autistici e fenomeni paranormali. La debolissima risoluzione dell’intreccio suggerisce inoltre che, una volta scongiurata la minaccia, anche l’autismo di Michael sia scomparso lasciando quindi spazio a una rinnovata famiglia felice che può godersi una giornata di pace nel parco.

Il regista di Wolf Creek, film presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes nel 2005, ci consegna dunque una pellicola che non solo non ingrana ma si perde tra biechi stereotipi del genere horror e pacchiane cadute di stile. Oltre al più che maldestro modo di gestire un personaggio affetto da autismo, l’intera maledizione che affligge la famiglia viene fatta risalire al popolo nativo degli Anasazi, le cui divinità protettrici vengono trasformate in demoni assetati di sangue nella speranza di suscitare il pur minimo turbamento nello spettatore. Invece, tutto quello che rimane sono imbarazzo e indignazione.

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