Venezia 73 – The Bad Batch: recensione del film di Ana Lily Amirpour

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Un’anima “ribelle” tutta al femminile in un contesto post-apocalittico del tutto malsano; questo è lo sfondo dell’ultimo accattivante lavoro diretto dalla regista statunitense di origine iraniana Ana Lily Amirpour (già conosciuta col suo A Girl Walks Home Alone at Night).

Presentato – in concorso – alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Bad Batch è un controverso lavoro eterogeneo, suddiviso da una buona componente macabra e da un’altra paradossalmente sentimentale. Un cast ricco, composto da attori di spessore come Jim Carrey, Keanu Reeves e Jason Momoa, affiancati da una Suki Waterhouse “isolata”, unica “venere” di questa autorevole kermesse.

Interpretazioni nella media convincenti, con caratterizzazioni congeniali ai ruoli proposti, The Bad Batch riesce ad essere marginalmente incisivo grazie alle capacità intrinseche di questo complesso attoriale; oltre alle doti degli interpreti una sceneggiatura imperfetta decisamente personalizzata, non eclatante ma grottesca al punto giusto per sensibilizzare lo spettatore. “Regole” assurde di convivenza in questo contesto post-apocalittico animato da una macabra comunità di cannibali ben determinata in ciò che fa.

The Bad Batch

Oltre il confine

Andare oltre quella linea, sorpassarla impunemente violando il “codice morale” di una comunità insana. Lily Amirpour “gioca” con lo spettatore fondandosi su questa malsana ideologia sociale; la capacità – evidente – mostrata dalla regista nell’adulterare questa narrazione ricca di suspance con un fine sentimentalismo è una mossa quasi provocatoria.

The Bad Batch si fonda su un qualcosa di insostenibile, di marcio, “giustificato” da una catastrofe naturale.

Il catastrofismo – forse – è l’elemento base di questa graffiante pellicola; fa alquanto pensare come un individuo appartenente al “gentilsesso” possa aver “partorito” – tanto per rimanere in tema –  uno script simile, caratterizzato da vere e proprie deturpazioni corporali. Una rappresentazione paradossale di ciò che viene dipinta come una comunità fondata su principi morali imprescindibili.

The Bad Batch non rappresenta un lavoro maestoso, ma ha quel fascino conturbante che non lascia indifferenti.

L’efficacia stilistica c’è – quindi non un dozzinale lavoro usa e getta – ma nonostante questo ci sono chiare imperfezioni in termini di regia. Innovazioni non ce ne sono, tutto ruota intorno al paradosso della “comunità che si auto-assimila” per necessità, forse per paura ma che è in totale controtendenza con quella serie di regole impartite. Calpestate queste regole la piega della narrazione assume contorni soffocanti, che non perdonano, privi di ogni forma di magnanimità, che “cannibalizzano” senza alcuna speranza. Il coinvolgimento emozionale sotto questo frangente c’è, ma la consapevolezza di essere “lontani anni luce” da un simile contesto la si percepisce.

Ana Lily Amirpour: un talento davanti al quale non si può rimanere indifferenti

the bad batch

Come ribadito in precedenza, difficilmente si può rimanere indifferenti dal talento di Ana Lily Amirpour. L’originalità si desume dalla sceneggiatura, forse a crollare minimamente è la rappresentazione in sé dello script. Indubbiamente The Bad Batch non può essere ritenuto un lavoro insufficiente, ma neanche può essere esaltato più del dovuto.

Lily Amirpour è ben determinata sul piano stilistico, ancora imperfetta su quello registico; il plauso a Lily Amirpour comunque sia –  in termini di creatività – è doveroso.  Appare evidente che The Bad Batch sarà un film che farà parlare e discutere – la sospensione fra amore e morte come ribadito prima è notevole –  ma difficilmente potrà ambire a delle onoreficenze di un certo spessore.

The Bad Batch è un film scritto e diretto da Ana Lily Amirpour, prodotto da Human Stew Factory, Annapurna Pictures e  Vice Films. Nel cast  Suki Waterhouse, Jason Momoa, Jim Carrey, Keanu Reeves, Giovanni Ribisi, Diego Luna, Yolanda Ross.

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